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Bush, il rimpianto finto e quello vero

 di Federico Zamboni

Due “classici” in un colpo solo. Classici, beninteso, di questa nostra epoca ipocrita e cinica, cialtrona e impudente. Nell’intervista messa in onda lunedì dalla Abc, George W. Bush dichiara che «il più grande rimpianto di tutta la mia presidenza è certamente il fallimento dell'Intelligence sul'Iraq».

Classico numero uno: la colpa è sempre di qualcun altro. Nella fattispecie l’intelligence Usa, che avrebbe fornito informazioni inadeguate sulle armi di distruzione di massa possedute da Saddam.

Classico numero due: il mea culpa arriva sempre (se arriva) quando ormai si è lasciato il potere e il ravvedimento, si fa per dire, non può più produrre la benché minima conseguenza.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Se non fosse che ci sono tantissime persone, innanzitutto irachene ma non solo irachene, che direttamente o indirettamente hanno pagato e continuano a pagare per l’invasione americana dell’Iraq. Prima che quest’ultima avesse inizio, il 20 marzo 2003, la questione del fantomatico super-arsenale di Saddam era stata ampiamente affrontata, tanto è vero che si era proceduto a numerose e accurate ispezioni a cura dell’Onu. Il dato di fatto, come si ricorderà, è che l’esito di queste verifiche era stato negativo. Le micidiali, terrorizzanti, ipotetiche WMD, “weapons of mass destruction”, non si trovavano da nessuna parte.

Quando l’intelligence americana confermò la tesi opposta, dunque, un presidente degno di tal nome avrebbe dovuto procedere con la massima cautela. Aveva ragione l’intelligence o avevano ragione gli ispettori dell’Onu? La verità, nuda e cruda, è che George W. Bush non si pose nemmeno lontanamente la domanda. E non lo fece per il semplice, agghiacciante motivo che non aveva nessun interesse a farlo. Al contrario: la decisione di attaccare l’Iraq era già stata presa, per cui i rapporti tra cause ed effetti vanno rovesciati. Non erano le (inesistenti) armi di distruzione di massa a causare la guerra. Era la guerra – la determinazione a farla, i vantaggi economici e strategici che se ne volevano ottenere – a “causare” l’accreditamento al Raìs di chissà quali terribili armamenti.

Bush, checché ci venga a raccontare ora, ha visto quello che voleva vedere. Quello che gli faceva comodo vedere. Ammesso, e non concesso, che i rapporti dei servizi segreti non fossero il frutto di un’esplicita richiesta, Bush e i suoi degni collaboratori, a cominciare dal vice presidente Dick Cheney, sono stati lietissimi di accreditarli come verità inoppugnabili.

Altro che «il più grande rimpianto di tutta la mia presidenza è certamente il fallimento dell'Intelligence sul'Iraq». L’unica cosa che Bush può verosimilmente rimpiangere, nella sua arrogante mistura di ambizione politica e di fanatismo pseudo religioso, è di non aver portato a compimento i suoi piani. Non fosse esistito il limite dei due mandati, e gli avessero dato l’opportunità di restare alla Casa Bianca, avrebbe continuato esattamente come prima. Cercando in tutti i modi un nuovo “casus belli” per invadere, dopo l’Iraq di Saddam, l’Iran di Ahmadinejad. 

 

RASSEGNA STAMPA DEL 03/12/2008

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