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Ancora su Phelps, e le 10 domande retoriche

Commento di Gabriele Buogo Andreella:

Nonostante il mio parziale disaccordo con gli argomenti usati nell'intervista, che pur mi sembrano più un tentativo mediatico, come innumerevoli altri, di riportare la "fiducia nel mercato" (cioè la prima, e vera, "medicina ad azione rapida" contro ogni crisi), provo a rispondere alle domande (alcune delle quali mi sembrano poco ficcanti).

1 e 2) Certo, ma qui nessuno ha elogiato la speculazione, solo la produttività. Le bolle finanziarie, in sè, non significano che il capitalismo è un male.
3) La domanda è mal posta. Nessuno sostiene che capitalismo = uguaglianza economica. Gli scompensi di ricchezza, in sè, non significano che il capitalismo è un male (nè, a voler essere pignoli, che esso non può essere un vantaggio per tutti).
4) Il fatto che alcuni insetti pungano non significa che gli insetti sono dannosi. E il fatto che alcuni perdano il lavoro non significa che il progresso non abbia generalmente diminuito il lavoro di fatica o di scarsa portata intellettuale.
5, 6 e 7) Gli stipendi di chi? Perchè qui si parla in ambito macroeconomico, e in tale ambito la crescita fa generalmente aumentare i salari, e questo è oggettivo. Che poi, eventualmente, ciò non sia sufficiente per garantire a tutti una vita dignitosa, è un altro paio di maniche.
8) Certo. Non solo: è una necessità che il sistema richiede per funzionare bene. Sta alla politica ridurre (ed annullare) la gravità di tale "costo" tramite flessibilità ed ammortizzatori sociali. Se queste due ultime cose non funzionano, c'è un problema sociale. Ma che non dipende direttamente dal capitalismo in sè.
9) Se partecipi ad una partita a scacchi, te la giochi male e perdi, questo non significa che gli scacchi siano un gioco fallimentare. Impara a giocare meglio, piuttosto.
10) No.

Saluti,
Gab.

Gabriele Buogo Andreella - via commenti sul sito

 

Risposta:

Caro Gabriele, prendiamo atto di quello che scrivi anche in margine alla nostra replica a Luca Quilo (pubblicata in “Lettere e risposte” col titolo “Partiamo sempre dalla genesi?”), e stiamo al gioco. Ti metti nei panni di un capitalista e ritieni che le 10-domande-10 a Phelps siano inefficaci perché “non ce n'è una che davvero possa mettere alle corde un capitalista convinto e preparato”? 

Ma per noi, e ci sembrava ovvio, si tratta di domande retoriche. Non è che ci immaginiamo di convincere Phelps o qualsiasi altro sostenitore del capitalismo. Sappiamo benissimo che, alla bisogna, farebbe più o meno quello che fai anche tu nel tuo “travestimento dialettico”: minimizzerebbe gli aspetti negativi – riducendoli a effetti collaterali che, per quanto spiacevoli e persino drammatici per i singoli, restano vantaggiosi per la popolazione nel suo complesso – ed enfatizzerebbe quelli positivi. 

Noi, a nostra volta, non possiamo che ribadire quello che abbiamo già affermato a più riprese, vedi tra l’altro l’editoriale di Massimo Fini sul numero di novembre del mensile. Ebbene sì: per noi il capitalismo è sbagliato in quanto tale. Lo è per il suo innalzare il consumo e il massimo profitto a scopi supremi dell’esistenza e per il suo porre l’economia al centro dell’organizzazione della società e dei rapporti tra le persone. La speculazione di Borsa, quindi, non è affatto una devianza accidentale, rispetto a determinate premesse, ma ne è la logica estensione in ambito finanziario. 

Ma veniamo alle tue obiezioni, sia pure limitandoci a un paio di esse. “Il fatto che alcuni insetti pungano – scrivi a un certo punto – non significa che gli insetti sono dannosi.” Certo che no. Ma il discorso cambia, e rende astratti i distinguo, se ci troviamo intrappolati in una palude e quegli insetti sono zanzare, che ti succhiano il sangue e, già che ci sono, ti inoculano qualche agente infettivo. Il sogno di qualsiasi industriale capitalista è produrre le proprie merci utilizzando solo macchinari e computer: niente stipendi, niente scioperi, niente ferie e malattie pagate. Una pacchia. Se non che, mannaggia, ci sono un paio di controindicazioni: la prima è che oltre un certo limite la disoccupazione alimenta il conflitto sociale; la seconda, che per i capitalisti è ancora più significativa, è che chi non lavora non ha un reddito e chi non ha un reddito non consuma. Le merci le hai prodotte a costi davvero vantaggiosissimi; ma a chi le vendi, adesso?

“Se partecipi ad una partita a scacchi, te la giochi male e perdi – dici ancora tu –   questo non significa che gli scacchi siano un gioco fallimentare. Impara a giocare meglio, piuttosto.”

C’è un’alternativa, diciamo noi. Può darsi che non siamo affatto obbligati a giocare a scacchi. Specialmente se l’avversario gioca con due re, due regine, quattro torri, quattro alfieri e quattro cavalli. E noialtri, invece, con sedici pedoni. 

FZ

RASSEGNA STAMPA DEL 08/01/2009

RASSEGNA STAMPA DEL 07/01/2009