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Navi. Rifiuti tossici. E non solo (dal n°14 - testo completo)

Quella scoperta recentemente è solo la punta di un iceberg devastante. Che collega società, mafie e pentiti. E ambienti governativi. I mari sono pieni di scorie nocive. (prima parte)

È dalla seconda metà degli anni Ottanta che facciamo del Mare Nostrum, e di quello altrui, un pericoloso immondezzaio: una bomba a orologeria per un disastro ambientale annunciato. Stiamo parlando del delittuoso fenomeno dello smaltimento in mare di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi: un affare colossale che ha visto la mafia, e più specificatamente la 'Ndrangheta, proporsi come soggetto operativo di facciata in ciò che è in realtà un connubio della stessa con servizi segreti più o meno deviati, politici disinibiti, imprenditori senza scrupoli e centri vari di poteri occulti, italiani e non. Un intreccio inquietante, nel cui contesto la 'Ndrangheta, pur avendo fatto un salto di qualità con l'ingresso nel business dei rifiuti, mantiene pur sempre un ruolo di mera manovalanza. La regia, infatti, è sempre e comunque altrove. 

E la regia riteneva che fosse meno dispendioso trasportare in paesi terzi o scaricare in mare sostanze altamente tossiche, che avrebbero diversamente dovuto essere inertizzate a dovere, con relativi costi. E così scarti industriali, prodotti chimici, diossine, rifiuti tossico-nocivi, sostanze velenose di ogni genere e scorie nucleari venivano inabissate nei fondali marini, con una procedura di cui in seguito parleremo, o caricate su navi a perdere, le così dette carrette dei mari, destinate a essere affondate nel Mediterraneo, prevalentemente al largo delle coste ioniche. 

Fra gli anni Ottanta e Novanta almeno una trentina di navi sarebbero state affondate con carichi di dinamite in circostanze quanto meno bizzarre: non era mai stato  lanciato un s.o.s., non erano mai stati rinvenuti gli equipaggi ed era sempre passato casualmente dalla zona un natante amico, pronto a prendere a bordo i membri dell'equipaggio.  

Una prassi che si sarebbe protratta impunemente per decenni, a dispetto delle denunce degli ambientalisti e delle inchieste di coraggiosi magistrati, che finivano puntualmente con l'essere delegittimati, rimossi o promossi, e cioè destinati ad altre sedi con conseguente stagnazione o archiviazione delle inchieste per 'assenza del corpo di reato'.

 

Le prime rivelazioni

Poi, nel 2005, un apparente squarcio nel buio con le rivelazioni di Francesco Fonti, un pentito della 'Ndrangheta già condannato a 30 anni di reclusione per traffico di droga. Trasfomatosi in collaboratore di giustizia, Fonti inviava alla Direzione Nazionale Antimafia un memoriale col quale, oltre a svelare alcuni retroscena dei traffici di rifiuti, si autodenunciava per l'affondamento di tre navi, indicando il luogo preciso dove una di esse, presumibilmente la Cunsky, sarebbe stata inabissata. Recita al riguardo il memoriale, peraltro pubblicato dall'Espresso il 9 giugno 2005:

“Io stesso mi sono occupato di affondare navi cariche di rifiuti radioattivi, per la precisione nel 1992, quando nell'arco di due settimane abbiamo affondato tre navi indicate dalla società Messina: la Yvonne A, la Cunsky e la Voriais Spordais.... La società Ignazio Messina ci disse che la Cunsky trasportava 120 bidoni di scorie radioattive.... Poi facemmo partire tre pescherecci e ognuno di questi raggiunse le tre navi per piazzare candelotti di dinamite e farle affondare, caricando gli equipaggi per portarli via...”.

Quattro anni dopo, nel settembre 2009, un piccolo robot sottomarino telecomandato individuava, adagiata sul fondale antistante Cetraro a 480 metri di profondità, una nave mercantile lunga 120 metri che presentava a prua un profondo squarcio, dal quale si potevano scorgere dei fusti. Visibili erano anche due contenitori all'esterno della nave.

Grazie dunque alla tenacia della procura di Paola, oggi presumibilmente il 'corpo del reato' c'è. Che si tratti o meno della Cunsky. 

Nel suo memoriale il pentito rivelava che la partecipazione attiva della 'Ndrangheta nel business di rifiuti era iniziato nel 1987, quando un esponente della cosca di San Luca veniva avvicinato da un dirigente dell'Enea di Rotondella, che voleva  far sparire 600 fusti di rifiuti tossici e radioattivi depositati in due capannoni dell'Enea stesso. Dei seicento fusti da far sparire, cento sarebbero stati interrati in Basilicata, località Pisticci, e i restanti cinquecento sarebbero stati trasportati a Livorno, a inizio gennaio 1987, per essere imbarcati sulla motonave Lynx a destinazione ufficiale Gibuti, in realtà scalo di triangolazione per l'invio della spedizione in Somalia. 

La nave, di proprietà della Fjord Tankers Shipping di Malta, era stata noleggiata dalla Jelly Wax, una società di Opera, nel milanese, il cui titolare era  Renato Pent. Broker era stata la società romana Fin Chart.  Quanto alle fatture con le descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive, erano state intestate al International Consulting Office (Ico) di Gibuti, scalo dove non era previsto  l'attracco, essendo la nave in realtà destinata a Mogadiscio.  

Fin qui la denuncia del pentito, che non abbiamo modo di verificare, salvo cercare riscontri in quanto già precedentemente e autonomamente appurato dalla magistratura.

 

E ora i (primi) documenti

Possiamo, ad esempio, documentare che solo un mese dopo la Lynx avrebbe fatto parlare di sé in un contesto analogo a quello descritto da Francesco Fonti. Nel febbraio del 1987 era infatti partita da Marina di Carrara con un carico di morte nuovamente a destinazione Gibuti, dove la polizia francese le aveva negato il permesso di attracco. Rimasta in prossimità delle coste somale nella zona di Berbera, il 18 marzo veniva stipulato un nuovo contratto che le dava una nuova rotta: da Berbera a Puerto Cabello, in Venezuela, dove la Lynx sarebbe arrivata il 25 aprile. Broker naturalmente la Fin Chart, noleggiatore sempre la Jelly Wax di Renato Pent, mediatore marittimo Miri de Dominis1 e armatore la Fjord Tankers Shipping.

Curioso è constatare che fra la documentazione sequestrata alla Fin Chart era stata rinvenuta una dichiarazione rilasciata all'International Consulting Office (Ico) di Gibuti, lo stesso ente menzionato nella deposizione di Francesco Fonti relativamente al viaggio precedente della Lynx. Corredata da timbri doganali, la dichiarazione attestava l'invio della merce all'inertizzazione in loco2. Tutto documentalmente in regola insomma...  La nave invece non era mai nemmeno entrata in porto.

Scaricata comunque la merce in Venezuela, ci scappava subito il primo morto: un bambino rimasto praticamente fulminato per aver giocato sulla spiaggia in prossimità di uno dei fusti scaricati dalla Lynx. Per avere un'idea delle condizioni di sicurezza in cui venivano smaltiti i rifiuti, basta leggere un telex inviato dalla Jelly Wax alla Inversiones Ileadil, la società  preposta all'inertizzazione in Venezuela:

“In risposta ai vostri quesiti telefonici rispetto alla composizione dei prodotti inviati, vi comunichiamo che per una procedura di confezionamento sono stati mescolati fra loro. I fusti originali si stavano deteriorando, pertanto sono stati triturati con tutto il contenuto e travasati in altri fusti. I cinque prodotti sono quindi intimamente mescolati fra di loro. Se questo può creare difficoltà, fatecelo sapere.”

Ma ancora più interessante, a dimostrazione delle coperture eccellenti di cui godevano questi traffici, è il telex inviato in data 10 febbraio dal questore di Marina di Carrara ai carabinieri, commissariato di polizia e prefetto. Testuale:

“Attenzione presenza in porto di Marina di Carrara motonave Lynx battente bandiera maltese su cui dovranno essere imbarcati i fusti contenenti rifiuti industriali classificati come sostanze nocive et considerazione notevole rilievo dato da organi di stampa locali et nazionali at interesse da parte di gruppi ecologisti et verdi at suindicata presenza sostanze tossico-nocive, pregasi ciascuno ambito proprie competenze voler attuare attente misure vigilanza al fine di prevenire eventuali clamorose azioni protesta da parte suindicati gruppi. Comando Arma et circomare sunt pregati estendere vigilanza... Pregasi assicurare avvenuta partenza.  Firmato ...”

In Venezuela la stampa avrebbe scatenato un putiferio. E questo sia perché aveva scoperto la vera natura della merce e sia perché, nel frattempo, dall'Italia era arrivata una seconda nave carica di rifiuti tossici, la Radhost, che era stata inizialmente bloccata in porto nientemeno che da una nave da guerra della marina venezuelana.

 

Ritorno a casa: dei rifiuti

L'Italia sarebbe stata costretta a riprendersi tanto il carico della Lynx quanto quello della Radhost. Il primo veniva caricato il 24 settembre sulla motonave Makiri, broker Fin Charte noleggiatore la Fjord Tanker Shipping, e partiva alla volta di Tartous, in Siria, paese che sembrava disposto ad accettarlo. 

Scaricato, veniva però ricaricato a razzo sulla Zanoobia, motonave battente bandiera siriana che lo avrebbe riportato in Italia. In pratica letteralmente rispedito al mittente. Il comandante della nave aveva motivato il cambio di decisione spiegando che il contenuto della lettera, col quale la Jelly Wax garantiva che il carico non era radioattivo, era falso3.

Quanto alla Radhost, broker ancora Miri De Dominis, veniva spedita a Beirut, città già dilaniata dalla guerra civile dove arrivava il 21 settembre. In porto scaricava 15.800 fusti e 20 containers al cui interno, fra l'altro, vi erano isocianuri simili a quelli che avevano causato il disastro di Bhopal, India, e sabbia contaminata con diossina, molto simile a quella che era stata rimossa da Seveso dopo l'incidente4. Era un disastro ambientale. La stampa gridava allo scandalo e i politici invitavano ripetutamente Roma a riprendersi i suoi veleni. Invano.

Poi, nel giugno del 1988, un gruppo clandestino presentatosi come 'Organizzazione per la Preservazione dei Diritti Libanesi', minacciava pesanti ritorsioni contro gli italiani e i loro interessi se Roma non si fosse ripresa entro una settimana tutti i suoi rifiuti.  E tanto finalmente bastava. L'Italia ora prometteva che, per 'ragioni umanitarie', avrebbe riportato in patria 'tutto' il carico della Radhost. Tutto.

Ma, secondo Greenpeace Libano, dei 15.800 fusti arrivati solo 5.500 sarebbero stati rimossi dal porto di Beirut, il loro contenuto mischiato a sabbia e il composto derivato piazzato in 9.500 fusti, pare arrivati dall'Italia per l'occasione. Gli altri 10.300 fusti sarebbero rimasti a Beirut, avrebbero impestato l'intera zona e fatto parlare di sé negli anni a venire. L'estate 1988 è ancora ricordata in Libano come la stagione in cui era proibito bagnarsi in mare5.

 

Arriviamo, appunto, alla Cunsky

Quanto ai 9500 fusti da rimpatriare, che già pare fossero meno di un terzo del carico originale, sarebbero stati caricati sulla Yvonne A, sulla Cunsky, sulla Voriais Spordais e sulla Jolly Rosso. Secondo Greenpeace Libano, solo una delle quattro navi avrebbe raggiunto l'Italia con parte del carico originale ancora a bordo: la Jolly Rosso. Per le altre tre, Roma non avrebbe mai ufficializzato il loro arrivo in Italia con i rifiuti caricati a Beirut. E il 7 luglio 1988 il Middle East Economic Digest  ipotizzava che tali rifiuti fossero stati parzialmente scaricati in mare. Nel 1992 infine, come dichiarato da Francesco Fonti, le tre navi sarebbero state affondate dalla 'Ndrangheta con il loro carico radioattivo al largo delle coste ioniche calabresi. 

Quanto alla Jolly Rosso, società armatrice sempre la Messina, aveva lasciato Beirut l'11 gennaio 1989 con destinazione La Spezia, dove sarebbe rimasta in disarmo in porto per quasi due anni. Cambiato nome in Rosso, avrebbe infine terminato la sua poco gloriosa carriera il 14 dicembre 1990 spiaggiandosi sul litorale cosentino nei pressi di Amantea. Un tentativo di affondamento non riuscito? Subito dopo l'incidente la Messina aveva richiesto l'intervento della società Smit Tak, un colosso olandese specializzato in bonifiche di aree contaminate da radiazioni, che avrebbe dovuto procedere al recupero della nave. Invece, evidenziava il rapporto del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria:

“La ditta, pur avendo operato per circa trenta giorni, non aveva effettuato alcuna attività di recupero, nonostante avesse operato con dei subacquei, dei gommoni e un grosso tir.” 

Consulente tecnico del procuratore reggino Francesco Neri, il 13 dicembre 1995 il trentanovenne capitano di corvetta Natale de Grazia era partito da Reggio Calabria per La Spezia dove, nel contesto dell'indagine in corso, avrebbe dovuto interrogare l'equipaggio della Rosso. Non sarebbe mai arrivato: colto da malore dopo una sosta in autostrada, si era accasciato in macchina. “Arresto cardio-circolatorio” era stato il vago verdetto dell'autopsia. In pochi credono alle cause naturali della sua morte.

Le navi sopracitate naturalmente non erano le sole con le quali abbiamo appestato i mari e le popolazioni di mezzo mondo. Erano solo quelle direttamente coinvolte nelle vicende relative alle dichiarazioni di Francesco Fonti.

Quanto ai personaggi citati, tanto il titolare della Jelly Wax Renato Pent quanto il broker marittimo Miri de Dominis erano strettamente legati a Giorgio Comerio, un ingegnere italiano di Busto Arsizio all'epoca residente a Guernsey  (Isole del canale). Era sospettato dal nucleo dei Carabinieri di Reggio Calabria di essere il Deus ex Machina di tutta l'attività di smaltimento illecito di materiale radioattivo sia a livello nazionale che internazionale. E' lo stesso uomo col quale Francesco Fonti ha dichiarato di essere entrato in contatto nel 1993. 

L'ingegnere Comerio è passato alla storia come il padre del progetto Odm, dal nome dalla Oceanic Disposal Management (Odm), società registrata il 15 luglio 1993 alle British Virgin Islands dall'Arias & Fabrega Trust, una fiduciaria di Tortola. Sede anche a Lugano, Mosca e Lussemburgo, l'Odm aveva subito iniziato a cercare nei mari africani dei potenziali siti ove smaltire scorie nucleari: un progetto che prevedeva la loro incapsulazione in contenitori a forma di siluri destinati a essere inabissati nei fondali marini.

In realtà Comerio aveva iniziato a occuparsi del progetto molto prima, e  cioè quando partecipava, in qualità di membro esterno, ai lavori di un gruppo di studio dell'Agenzia per l'Energia Nucleare (Nea) dell'Ocse.  Il gruppo, che doveva valutare la possibilità di seppellire rifiuti radioattivi in mare per conto della Comunità Europea, aveva operato dal 1978 al 1987 presso il Joint Researh Centre di Ispra, ma si era poi sciolto causa opposizione dell'opinione pubblica internazionale. Comerio aveva invece proseguito indisturbato, nonostante tale attività fosse stata messa al bando dalla Convenzione di Londra del 1993.

 

Il progetto criminale

Ma vediamo il progetto Odm nei dettagli. Il penetratore altro non era che un siluro al cui interno venivano rinchiusi altri più piccoli contenitori, a loro volta riempiti di scorie radioattive.  Lanciato da una nave in caduta libera, si riteneva che per effetto della velocità potesse inabissarsi fino a quaranta metri sotto il fondale marino, a una profondità di circa quattromila metri. Al siluro era collegato, tramite cavo, un trasponder, cui compito era quello di trasmettere alle navi i dati di caduta, penetrazione e posizionamento finale del siluro stesso. Tornato in superficie, il trasponder poteva essere usato per ulteriori lanci. Pare che tale progetto sia già stato realizzato nei mari africani e in quelli del Nord Europa. Comerio stesso, nella deposizione rilasciata al nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria, aveva peraltro ammesso di essersi recato in Sierra Leone per  reperire un sito ove affondare i suoi penetratori. E non solo in Sierra Leone, pare.

Ma Giorgio Comerio ha sostenuto di aver agito solo a livelli governativi, come peraltro confermato da Renato Pent in una deposizione resa il 12 maggio 1995 presso la Procura  di Reggio Calabria:

“Per effettuare i primi ordini mi recai col Comerio a Vienna, dove fummo ricevuti al Ministero dell'Ambiente dal ministro in persona, accompagnato da altri quattro ministri. All'incontro era presente Miri de Dominis, broker marittimo che fungeva anche da interprete... Non se ne fece nulla in quanto la notizia era trapelata sulla stampa.... Dopo quell'incontro ve ne fu uno da me promosso con i governanti della Svizzera...”. 

E nel corso della stessa deposizione, a riscontro della testimonianza del pentito Francesco Fonti, Renato Pent aveva aggiunto che al progetto Odm aveva partecipato anche l'Enea. 

Comerio, dal canto suo, ha dichiarato che il progetto Odm era stato finanziato dalla Cee e, se mai è possibile, ha aggiunto anche qualcosa di più inquietante:

“Il mio progetto è moralmente e scientificamente valido rispetto a ciò che molti governi fanno buttando in mare rifiuti radioattivi senza le cautele che io propongo. La quantità dei rifiuti smaltiti in mare dai singoli governi risulta ufficialmente dai documenti della Cee che io ho acquisito e che sono in sequestro...”.

Ma dalla documentazione sequestratagli erano emersi anche atti relativi all'acquisto, riparazione e cambio di bandiera di navi di scarso valore commerciale e in condizioni di degrado strutturale tale da far pensare che le stesse potessero essere destinate solo all'affondamento. Inoltre subito dopo lo spiaggiamento della Rosso, il comandante del porto aveva riferito alla Capitaneria di aver rinvenuto a bordo della nave delle strane carte, che a prima vista gli erano sembrate i piani di una battaglia navale. Avrebbe in seguito riconosciuto in detti piani le mappe del progetto Odm, sulle quali erano evidenziati i punti di inabissamento di diverse navi6.

Comerio, nonostante abbia sempre negato, sembrava dunque essere in qualche modo coinvolto anche nel progetto delle navi a perdere, come peraltro emerge anche dal memoriale di Francesco Fonti. Il pentito riferisce infatti che Comerio aveva chiesto al boss Natale Iamonte di fornirgli il personale di bordo per l'affondamento della Rigel, altra nave inabissatasi il 19 settembre al largo di Capo Spartivento. E in una delle agende sequestrate al Comerio, alla data che corrispondeva all'affondamento della Rigel, era stata trovata l'annotazione Lost the ship: nave persa.

 

Una “personcina perbene”

Giorgio Comerio era anche coinvolto in singolari traffici d'armi, leggi le 'telemine', ordigni bellici subacquei a forma di siluro dotati, nella parte superiore, di strumentazioni per telecomandi e telecamere. Depositate sui fondali marini da navi o sommergibili, le telemine potevano essere attivate da natanti di qualunque tipo, aerei o satelliti in grado di teleguidarle contro il bersaglio prescelto. Nella deposizione del 12 luglio 1995 alla Procura di Reggio Calabria, Comerio aveva precisato essersi trattato di un progetto commissionato dal governo argentino durante la guerra delle Falkland. Sicuramente anche. Ma dalla deposizione di un altro teste (M.N.) alla stessa procura, era emerso che nel febbraio del 1992 il Comerio aveva avuto contatti col governo iraniano per la vendita delle telemine. E infatti il rapporto del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria precisava:

“Dalla documentazione relativa emergono contatti con paesi arabi e transazioni bancarie in dollari su banche svizzere, che fanno ritenere avvenuta la vendita di tali ordigni”.

Va da sè che una simile attività implicasse movimenti di ingenti quantità di denaro. Inquietante però è che questo provenisse parzialmente, secondo il rapporto dei Carabinieri di Reggio Calabria, da “finanziamenti pubblici da parte di organi elettivi europei e internazionali”. 

 

I primi soci (e presto tutti gli altri)

Quanto ai soci di Giorgio Comerio, qui ci limitiamo a citare Gabriele Molaschi, individuo con contatti a livelli governativi che muoveva ingenti somme di denaro, il cui campo spaziava dallo smaltimento illecito di rifiuti radioattivi al traffico d'armi pesanti7. Fra la documentazione sequestratagli era emersa anche traccia di una trattativa riguardante l'armamento e l'equipaggiamento di centomila uomini in alcuni paesi africani: qualcosa in grado di spostare gli equilibri geopolitici di un continente... Da qui il rapporto del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria:

“Da un primo esame della documentazione è emerso un imponente traffico illecito per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi... e un colossale traffico d’armi. La mente operativa è stata individuata in Giorgio Comerio, nella cui abitazione di Garlasco è stata sequestrata documentazione così rilevante che il suo contenuto supera l'umana immaginazione”.

Germana Leoni

 1/continua

Note:

1 Da polizza di carico – Roma, 18 marzo 1987

2 Rapporto Nucleo Regionale Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trieste – 27 maggio 1989 

3 Ibid

4 Toxic Attack against Lebanon' – Fouad Hamdan – Greenpeace Mediterranean – Malta, agosto 1996

5 Ibid

6 Rapporto Nucleo Operativo Carabinieri di Reggio Calabria – 26 maggio 1995

7 Rapporto Nucleo Operativo dei Carabinieri di Reggio Calabria – maggio 1995

 

 


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