Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

La partita è sospesa, lo Stato è impotente

Allo stadio di Genova si scatenano gli ultras della Serbia, ma la polizia sta a guardare

di Marco Lambertini 

 

Ci saranno certamente dei retroscena, delle questioni che non sono di tutta evidenza e che, per una ragione o per l’altra, non sono emerse finora e magari non emergeranno mai. Vai a sapere: i rapporti tra il governo italiano e il governo serbo. Il tentativo di evitare guai peggiori incanalando i facinorosi, e le loro violenze, in un contesto limitato come quello di uno stadio, che appariva preferibile a una guerriglia urbana che poteva scatenarsi ovunque. Oppure, più banalmente, la semplice e alquanto ottusa speranza che alla fine tutto si risolvesse come in tanti altri casi: molto fumo (molti fumogeni) e poco arrosto. Molto casino e niente di più. I tifosi si sfogano, i calciatori se la giocano. La classica messinscena del calcio contemporaneo. Una mistura degradata di sport e spettacolo – sempre più spettacolo e sempre meno sport – che per incrementare i profitti ha rinunciato a ogni altro valore. 

Altrettanto certamente, però, quello che è accaduto ieri sera a Genova resta negli occhi di chi l’ha visto come una dimostrazione di totale impotenza da parte delle autorità. Un pugno di ultrà serbi che tengono in pugno un intero stadio fino a imporre la sospensione della partita perché, visto che il lancio di bengala e quant’altro prosegue imperterrito, sono venute meno le necessarie condizioni di sicurezza per i giocatori in campo. Il portiere degli azzurri, Viviano, viene sfiorato da un razzo e la partita si ferma. I funzionari delle varie federazioni si mettono a confabulare tra loro nell’intento di salvare il salvabile e proseguire comunque. Viviano fa presente, senza dare in escandescenze ma a buon diritto, che non ha nessuna intenzione di restare al suo posto in attesa che il prossimo razzo lo prenda in pieno. 

L’incertezza rimane totale. Il riserbo impenetrabile fino a diventare grottesco. Nessuno vuole ufficializzare quello che è sempre più evidente. La partita non è semplicemente sospesa. È annullata. Passano i minuti e non si riprende. Gli spettatori capiscono l’antifona e defluiscono. Gli spalti si svuotano. Eppure, chissà perché, i rappresentanti della Figc si ostinano a negare: non possiamo dire nulla, stiamo valutando il da farsi, non è detto che il match non riprenda. 

Gli ultrà serbi restano dove sono. A godersi il loro successo, ormai palese. Volevano impedire che si giocasse e ci sono riusciti. Volevano essere “immortalati” dalle telecamere e ci sono riusciti. Senza sborsare nemmeno un euro si assicurano una pubblicità che a volerla pagare non avrebbe prezzo. Uno spot che si prolunga a tal punto da sfociare in una specie di film. Una documentazione amplissima, e ricca di primi piani, che d’ora in poi circolerà sulla Rete e si diffonderà dappertutto. Diventando così un esempio permanente per qualsiasi altro manipolo di esagitati. Una tentazione pressoché irresistibile. Una promessa, o una certezza, di impunità. 

Mente tutto questo accadeva, infatti, non si è fatto nulla di nulla per costringere i violenti a desistere. Il massimo cui si è arrivati, e con grandissimo ritardo, è stato schierare qualche decina di agenti “in assetto antisommossa” ai bordi del campo, al di sotto del settore in balìa degli scalmanati. Sai che paura. Per i serbi è stato un ulteriore motivo di esaltazione. I poliziotti che se ne stanno lì a guardarli senza intervenire. Vero: aprire il piccolo cancello che dà accesso alle gradinate sarebbe sommamente rischioso, così come scatenare degli scontri in uno spazio, ristretto e con ridottissimi margini di manovra, in cui non ci sono solo ed esclusivamente i teppisti ma anche delle persone che sarebbero lì solo per vedere la partita. Ma l’impressione non è quella della sacrosanta cautela, che induce a selezionare l’ipotesi migliore ai fini del raggiungimento del risultato. L’impressione, come dicevamo all’inizio, è quella di una totale impotenza. Per un motivo o per l’altro, il pericolo è stato sottovalutato e non si è predisposta nessuna contromisura all’altezza della situazione. La repressione non è rinviata. La repressione è esclusa a priori. La repressione, per restare a Genova, è riservata a occasioni come le proteste contro il G8 del 2001. 

Si attendono spiegazioni, naturalmente, ma è assai dubbio che ne arriveranno di convincenti. Basta sentire quello che ha già dichiarato Roberto Massucci, responsabile per il Viminale della sicurezza della nazionale italiana di calcio: «Eravamo consapevoli che fosse una partita a rischio, ma un comportamento di questa aggressività era da tempo che non si verificava. Una tifoseria così non doveva arrivare qua. Andavano fermati dalla legislazione serba. (...) Il piano operativo era comunque calibrato ad una partita ad alto rischio. Questo non significa comunque polizia in campo, come invece è poi dovuto avvenire. Il controllo è stato accurato nella misura in cui può esserlo su 2000 persone in poco tempo. Non abbastanza per evitare che portassero con loro oggetti pirotecnici. La nostra sicurezza è riuscita comunque a scongiurare che entrassero in campo: i tifosi serbi non volevano far giocare la gara».

Come sempre: si è fatto tutto il possibile e, seppure non è stato abbastanza, non significa affatto che ci siano state delle carenze oggettive e, quindi, delle responsabilità specifiche. La partita, non solo sul campo, si chiude zero a zero. 

 

Marco Lambertini

L’acqua è limpida, il business no

Chi? Il reverendo Jones? (dal numero 25 del Mensile)