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Okay, la magistratura è una lobby. E il PdL, invece?

Berlusconi rilancia le accuse ai giudici e chiede una commissione d’inchiesta

di Federico Zamboni 

 

Berlusconi che attacca i giudici non è certo una novità. Al contrario: è un film, o uno sketch, che è andato in scena in innumerevoli occasioni. Per uno che come lui è rimasto coinvolto in numerosi processi ed è tuttora a fortissimo rischio di condanna, innanzitutto per quella corruzione in atti giudiziari che è stata sancita dalla sentenza a carico dell’avvocato inglese David Mills emessa il 27 ottobre 2009 (quattro anni e sei mesi, poi annullati dalla Cassazione perché nel frattempo il reato si è prescritto), la delegittimazione degli inquirenti è il caposaldo della strategia difensiva. Invece di impegnarsi a dimostrare volta per volta la propria innocenza, con tutti gli oneri e le incertezze che ne conseguono, è più semplice gridare al complotto e negare le accuse in blocco. Una classica petizione di principio: se i magistrati fossero corretti non mi incriminerebbero, dal momento che mi incriminano significa che sono scorretti. 

Scorretti, nella rappresentazione allestita dal leader del PdL e assecondata dai suoi moltissimi e fervorosi ventriloqui, significa legati a interessi preesistenti. Condizionati in ogni loro atto dall’appartenenza a uno schieramento, ovviamente “di sinistra”, che ha come scopo supremo l’eliminazione di Berlusconi dalla scena politica italiana. In poche parole, una lobby. Che in quanto tale non agisce nell’interesse della nazione ma solo nel proprio. Utilizzando la legalità come pretesto. Simulando il rispetto delle norme non solo per cautelarsi, ma anche per accreditarne la presunta imparzialità. È un passaggio importante, questo. Un passaggio decisivo. L’obiettivo è far credere che le leggi siano un valore in se stesse e una garanzia posta a tutela di tutti. L’obiettivo è far dimenticare che è vero proprio il contrario. Le leggi esprimono rapporti di forza. Ovverosia istanze di parte. Fissano le regole per trarne vantaggio, non per assicurare un’equità generale.  

Ma questo atteggiamento, anche volendo prendere per buono l’assunto berlusconiano della magistratura come fazione precostituita e autoreferenziale, non è certo un’esclusiva di una sola delle parti in gioco. Tutt’altro. È un tratto distintivo dell’intreccio perverso tra democrazia e liberismo. O meglio: tra la messinscena democratica che proclama di voler perseguire il bene comune e il liberismo che postula esattamente l’opposto, salvo fingere che da una sommatoria di egoismi brutali scaturiscano magicamente la massima armonia e il massimo benessere. Il vizio è intrinseco. La lobby, che sull’onda dell’esperienza statunitense si vorrebbe riconoscere a tutti gli effetti anche qui in Italia, si muove per definizione nella zona grigia tra legalità e immoralità. Finché può, non viola la legge. La aggira. La strumentalizza. La erode dall’interno. È l’equivalente dell’elusione fiscale, pianificata dai più esperti e spregiudicati tributaristi. Un fenomeno tanto più pericoloso in quanto nascosto nelle pieghe di ciò che è giuridicamente consentito. 

Ma la lobby, allo stesso tempo, non pone alcun limite alla propria escalation di rafforzamento e di ingerenza nella cosa pubblica. Infiltra propri uomini nei governi, come avviene abitualmente proprio negli Usa. Oppure, nella sua espressione più potente e manifesta, diventa partito e trasforma i suoi esponenti in rappresentanti (fittizi) del popolo. Risolto il problema delle leggi – che non si devono più condizionare dall’esterno o applicare subdolamente, visto che si possono scrivere da cima a fondo e imporre d’autorità – ci si può dedicare a rimuovere l’ultimo ostacolo. La cosiddetta “legge fondamentale”. La Costituzione. Con quella sua odiosa suddivisione tra potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Con quell’insopportabile autonomia della magistratura dal governo. 

Chiaro: la massima aspirazione di una lobby non è di essere solo la più forte. È di essere l’unica. L’equivalente politico del monopolio capitalista.  

Secondo i quotidiani del 05/10/2010

Libertà d’espressione Usa. C’è, ma non si applica