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La Ue? Potrebbe anche sbaraccare

di Federico Zamboni

Confessione, probabilmente involontaria, del presidente dell’Unione Herman Van Rompuy: il futuro dell’Europa unita non dipende dalla politica ma dall’economia. Anzi, dalla finanza 

Dirlo più chiaramente era impossibile: «se l’Eurozona non sopravviverà anche l’Unione non sopravviverà». Tanta chiarezza, che è cosa diversa dall’opportunità, proviene nientemeno che dal presidente della stessa Ue,Herman Van Rompuy. 

Buttata lì come pendant di un’esortazione a cooperare nel tentativo di uscire dalle turbolenze finanziarie in corso («Dobbiamo lavorare tutti insieme per permettere all'Eurozona di sopravvivere») la frase è un vero e proprio epitaffio sulla favoletta del carattere eminentemente politico della stessa Ue. Perciò, al di là di ogni altra considerazione sulle circostanze in cui è arrivata, andrebbe non solo impressa nella memoria collettiva ma anche scolpita, letteralmente, sulle facciate dei palazzi del potere europeo. Solo per limitarci ai più importanti, il Parlamento a Bruxelles/Strasburgo e la Bce a Francoforte sul Meno. Nonché, già che ci siamo, le sedi dei Consigli dei ministri di ogni Stato membro. E infine, passando dagli edifici in muratura a quelli in senso figurato, sul frontespizio del Trattato di Lisbona, o di ogni altro abbozzo (aborto) di Costituzione su scala continentale.

La questione è decisiva. Non c’è nessun primato della politica sull’economia, ma l’esatto contrario. La Ue non esiste allo scopo di diventare via via un’unica nazione, sia pure di tipo federale, ma solo per svolgere un’attività analoga a quella di un consorzio, ovviamente a responsabilità limitata. Nella sostanza, perciò, le istituzioni “politiche” sono una gigantesca messinscena, con la quale si nasconde la natura economica delle relazioni reciproche. O, per meglio dire, dei rapporti di forza. Ognuno rappresenta innanzitutto se stesso e si preoccupa prioritariamente del proprio tornaconto, piuttosto che mettersi al servizio di una volontà collettiva e di un destino comune. 

Basterebbe pensare alla mancata unificazione dei tassi di interesse sul debito pubblico, per averne la più schiacciante riprova. Se lo scopo dell’euro, in quanto moneta unica, era creare un’area di stabilità sufficientemente vasta da escludere attacchi speculativi, la cosa più logica sarebbe stata fare altrettanto coi titoli di Stato dei diversi Paesi. Una sola struttura di emissione, che acquisisse i fondi necessari sul mercato al medesimo tasso e che poi, in seconda battuta, li erogasse ai singoli beneficiari. Fine degli spread e, tendenzialmente, bilanci risanati più in fretta, visto che gli oneri sui nuovi finanziamenti sarebbero stati più bassi. 

Peccato che fosse impossibile. Per due motivi estremamente precisi e pressoché insormontabili. Primo, i diversi governi non si fidavano, e continuano a non fidarsi, l’uno dell’altro. Secondo, la finanza internazionale non lo avrebbe permesso, avendo un perenne bisogno di situazioni di instabilità – o anche solo di condizioni diversificate, come avviene passando da una Borsa all’altra – sulle quali lucrare.

Il paradosso dell’attuale corsa al riequilibrio dei conti pubblici, quindi, è inscritto in questa contraddizione di fondo. Il sistema non mira affatto a un vero, profondo e definitivo risanamento, ma solo a uno “squilibrio sostenibile”. Il caso dell’Irlanda, che fa il paio con quello della Grecia, è esemplare: siccome è molto indebitata, la spingono a indebitarsi un altro po’. L’importante non è eliminare le cause del dissesto, il che esigerebbe un ripensamento dell’intero assetto economico e sociale, ma scovare degli escamotage per dilazionare la resa dei conti. Chi garantisce per l’Irlanda? L’Unione europea. E per il Portogallo? E per la Spagna? Ancora l’Unione europea, forse. Sempre che trovi i soldi, magari chiedendoli al Fondo monetario internazionale. E sempre che continui a esistere. Come ammonisce Van Rompuy, e come è prassi corrente in tema di consorzi tra imprese, le unioni si fanno e si disfano, a seconda di come vanno gli affari.

 

Federico Zamboni

Rassegna stampa di ieri (17/11/2010)

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