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Fabbrica Italia. Che fine ha fatto?

A sorpresa il leader della Cisl, Bonanni, attacca Marchionne e lo sollecita a fornire chiarimenti sulla Nuova Fiat. Di cui si sa ancora troppo poco

di Massimo Frattin

Cominciano forse ad avere dei dubbi i massimi esponenti sindacali di Cisl e Uil sugli assetti futuri della Fiat in Italia. Nonostante la disponibilità straordinaria mostrata fino ad oggi, lo stesso Raffaele Bonanni, con un intervento all'assemblea nazionale dell'Udc a Milano, mostra segnali di forte preoccupazione. Da quando se ne è parlato la prima volta, infatti, sul fantomatico progetto Fabbrica Italia non si sono ancora sollevate le nebbie che lo avvolgono. Tutto top secret, in un clima di immobilismo totale. Certo, si parla di 20 miliardi di investimenti in cinque anni; si parla del raddoppio della produzione di auto in Italia; si parla di nuovi modelli e nuovi restyling (dieci? venti? trenta?) ma come dice il neoeletto segretario della CGIL, Susanna Camusso,  ancora non è chiaro «che cosa è in concreto Fabbrica Italia, cioè che cosa vuol dire in termini di modelli, produzione, cose da fare, e dunque quanto lavoro».

Per contro, da parte dell’ad Fiat, Sergio Marchionne, si continua con fumose quanto autoritarie richieste di disponibilità totale da parte dei sindacati, altrimenti non si parte. Nel mezzo, non solo i lavoratori, ma un disegno globale che potrebbe (avrebbe potuto?) mostrare indirizzi nuovi per l’intero sistema di relazioni industriali nazionale, e che rischia di morire prima ancora di nascere.

Curiosamente, poi, la reazione alle preoccupazioni sindacali non arriva da Marchionne, solitamente rapido nell’esternare il suo rigetto verso i confederali, ma dal presidente degli industriali Emma Marcegaglia, con accenti di inatteso disprezzo per la vecchia Fiat e di plauso per il nuovo corso del Lingotto: «Preferiamo la Fiat cruda di Marchionne ma che sta sul mercato o la Fiat del passato che prendeva sussidi e andava a fare impianti decotti in giro per il mondo? Io non ho dubbi: bisogna guardare avanti, allo scenario internazionale di crisi… La condivisione tra imprese e lavoratori è fondamentale: o vinciamo insieme o perdiamo insieme».

Certo, sul significato di insieme, e soprattutto sulla spartizione costi/benefici di questo insieme si può ipotizzare molto, ma sembrano parole derivanti dall’esempio fornito dal riassetto Chrysler, portato avanti da Marchionne con la benedizione di Obama, e che, pare, qualche risultato sta dando. Ma, appunto, come è stato spartito questo insieme? Di fronte allo spettro del fallimento, le organizzazioni sindacali degli Usa hanno accettato tagli del 20% sugli stipendi degli operai, hanno rinunciato all’adeguamento automatico dei salari al costo della vita e al fondo sanitario destinato ai lavoratori pensionati. Una strada obbligata, l’hanno definita. Così hanno acconsentito al piano di Marchionne che per contro ha potuto avvalersi dei sette miliardi di dollari stanziati dal governo statunitense per il recupero di Chrysler. Insieme, appunto.

La situazione in Italia è sicuramente diversa – sia per l’assenza di ulteriori finanziamenti, sia per le relazioni sindacali – e forse anche per questo non si vede luce nei fumosi progetti della casa torinese, che già nei numeri stimolano però ad interrogativi inevitabili. Secondo le dichiarazioni di Marchionne, si dovrebbe arrivare a produrre sei milioni di vetture nel 2014. Ma per venderle a chi, con un mercato sempre più in crisi e le immatricolazioni in caduta libera, scese del 30 per cento in ottobre? E le grandi aspettative sulla Panda? Secondo Marchionne a Pomigliano, destinata appunto alla produzione di questa vettura, le assunzioni per la new company partiranno dall'anno prossimo e sarà garantita l'occupazione di tutti i dipendenti. Come mai allora in Polonia lo stabilimento di Tychy, dove si costruiscono proprio le Panda, è stato chiuso dal 22 ottobre al 2 novembre, non escludendo altri fermi dell'attività, perché le vetture non si vendono? Con proteste clamorose degli operai contro la Fiat prende i soldi (10 milioni di finanziamenti pubblici) e scappa? E perché si continua a tacere sulla produzione futura di Mirafiori?

Molti punti di domanda che alla fine si riconducono ad una sola questione di ampio respiro. In Italia come in America la tendenza sembra quella di sfruttare la crisi economica generando una sorta di globalizzazione al contrario: anziché cioè avvicinare i Paesi emergenti agli standard di qualità della vita, welfare e sicurezza sul lavoro dei paesi industrializzati, si sta pensando di far regredire questi ultimi intervenendo progressivamente sulla riduzione di tali conquiste. Perché ovviamente costa meno. In modo da continuare coi paradossi dell’azienda che va male, dei dirigenti che si intascano premi milionari e degli azionisti che godono comunque di sostanziosi dividendi.

 

Massimo Frattin

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