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Studi di settore e piccole imprese in ginocchio

di Sara Santolini
Anche quest'anno è arrivato per le imprese il momento di tirare le somme e calcolare il reddito dell'anno appena passato. Chiaramente il computo serve principalmente al calcolo delle tasse che, quest'anno, hanno riservato a parecchi imprenditori e commercianti un'amara sorpresa. Nonostante i correttivi anti-crisi, infatti, molte piccole imprese soggette agli studi di settore hanno registrato maggiori esborsi rispetto al 2009.
Le tasse in Italia sono particolarmente salate, anche per le imprese. La pressione raggiunge nel settore il 68,6% dei profitti, posizionando l'Italia al 167esimo posto per peso del prelievo fiscale.
Il fatto che paghiamo delle tasse particolarmente alte è dunque innegabile. Questo può giustificare le proteste ma non giustifica l'evasione fiscale che è stata presumibilmente utilizzata come scusa politica tra le concause storiche dell'aumento - e dell'ingiustizia - della pressione fiscale in Italia.
L'evasione fiscale è infatti una delle malattie più estese in questo Paese. Proprio per cercare di limitarne i danni il Fisco ha elaborato gli "studi di settore". Tali studi servirebbero a raccogliere dati sull'attività economica e la zona nella quale si trova l'impresa, al fine di valutare la sua capacità di produrre reddito e, in caso di dichiarazione inferiore al previsto, controllare la documentazione.
Quest'anno lo studio sarebbe stato fatto in una maniera un po' diversa: al suo interno sarebbero stati inseriti dei correttivi anti-crisi che, dando peso alla contrazione dei consumi a tutti i livelli, avrebbero dovuto alleggerire la pressione fiscale nei confronti delle imprese. Le motivazioni sono presto dette: il rilevante aumento dei costi delle materie prime, l'aumento sensibile del costo del carburante, la contrazione della redditività e dei consumi avrebbero chiaramente ridotto i profitti delle imprese che dunque avrebbero diritto, nella dichiarazione dei redditi ai fini della tassazione, a dei correttivi relativi ai costi delle materie prime e del carburante, alle congiunture di settore e a quelle individuali. 
Tali correttivi anti-crisi sono stati applicati diversificandoli a seconda delle imprese. Questo ha fatto sì che alcune categorie di contribuenti, potendo applicare solo alcuni di questi correttivi ma non altri, si sono trovati addirittura a pagare più dello scorso anno, quando i correttivi anti-crisi non c'erano proprio. Ad esempio un parrucchiere, un'estetista, un barista, un meccanico non possono applicare correttivi su materie prime e carburante. La cosa, se a livello logico sembra corretta, non lo è poi alla verifica dei fatti. Infatti evidentemente il resto dei correttivi anti-crisi, se permettono che la pressione fiscale nei confronti di alcune categorie addirittura aumenti in termini assoluti, non sono adeguati o per lo meno non sufficienti a sostenerle nelle loro attività. Si tratta di aumenti fino a 2700 euro rispetto all'anno scorso che gli imprenditori dovranno pagare sottraendoli al proprio reddito e/o agli investimenti futuri - proprio quello che la c.d. "manovra d'estate" approvata in pieno agosto avrebbe dovuto evitare mediante, appunto, la previsione dei correttivi agli studi di settore.
Annunciati come la soluzione geniale e definitiva a qualsiasi tipo di tassazione ingiusta e proibitiva si rivelano di efficacia nulla, se non peggiorativi. 
Le attività che, quando non ci rimetteranno, meno trarranno beneficio dalla manovra, guarda caso, saranno sempre quelle annoverabili tra le piccole imprese. Strano a dirsi: nel Paese delle partite Iva, delle ditte individuali, delle piccole imprese che garantiscono redditi medi di 15.000 euro l'anno quelli che davvero beneficeranno dei correttivi anti-crisi saranno le grandi imprese.
Sara Santolini

 

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Rassegna stampa di ieri (21/11/2010)