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Irlanda, si raccoglie quel che si semina

La chiamavano “la tigre celtica”. La celebravano come un magnifico esempio di dinamismo economico. E adesso fanno finta di non capire che erano quelle, le radici del disastro attuale 

di Federico Zamboni 

Tutti a parlare del temutissimo “effetto contagio”. Tutti col fiato sospeso ad aspettare di capire chi vincerà tra la speculazione, che prospera sulle sciagure altrui, e i governi che bene o male (più male che bene) devono garantire un minimo di stabilità alle popolazioni di cui sono a capo. E via con le meste riflessioni sul pericolo incombente. Via con gli aggiornamenti “in tempo reale” sulle reazioni dei mercati internazionali, tra indici di Borsa e quotazioni dell’euro. Via con le domande angosciate: basteranno i fondi straordinari messi a disposizione dalla Ue, a salvare l’Irlanda dal default? A chi toccherà, dopo? Al Portogallo? Alla Spagna? Persino all’Italia?

Come al solito, si discute delle conseguenze e si sorvola sulle cause. Ci si augura di arginare il disastro in corso – in attesa del successivo – ma non si fa nulla per arrivare alle questioni decisive, che non sono affatto specifiche ma di portata generale. Si riepilogano le caratteristiche della singola debacle, come in un’autopsia, ma si fa finta di non capire che il punto non è compilare una scheda riepilogativa da spedire in archivio, ma evitare che in futuro ci siano altre vittime per le stesse ragioni. O per ragioni sostanzialmente affini. 

Così come nel caso dei subprime e dei derivati, il crollo irlandese non è un incidente di percorso. È la logica, inevitabile conseguenza di due fattori precisi: il primo è la crescita forsennata, e palesemente “drogata” da politiche fiscali avventate, che è cominciata negli anni Novanta e che per molto tempo è stata celebrata come l’ennesimo miracolo economico da guardare con ammirazione o addirittura da prendere a modello. Bisognerebbe andare a rileggerli uno per uno, i titoli ad effetto e gli articoli pseudo tecnici che magnificavano l’ascesa, inarrestabile, di quella che era stata definita “la tigre celtica”. Bisognerebbe domandare a tutti quelli che per anni e anni si sono aggiunti al coro dei peana per quale motivo non siano stati più cauti. Ci credevano davvero, alla favoletta della crescita illimitata e ad altissima velocità? Non avevano mai avuto, guardando al passato e alla tristissima fine di altre esperienze analoghe, il dubbio che tanta rapidità non facesse, e non potesse fare, rima con solidità?

Nel febbraio 2003, ad esempio, nella “Lettera finanziaria” di Giuseppe Turani su Repubblica, si leggeva testualmente «Secondo la Banca Centrale Irlandese per i prossimi cinque anni il tasso d'incremento del Pil annuo si attesterà intorno al 4-5%. Percentuali decisamente più contenute rispetto a quelle registrate nell'ultimo decennio. Ma che comunque il resto dei Paesi del Vecchio Continente possono solo sognare».

Quanto al secondo fattore, che ovviamente è la speculazione, il silenzio è ancora più colpevole. La tendenza generale è considerarla un dato di fatto. Uno “spiacevole” effetto collaterale di quella bella, utile, irrinunciabile libertà economica che tutto regge e tutto fa crescere. Nessuno, a livello governativo, che abbia la forza di dire che la prima e vera ragione dell’instabilità non è altro che la finanziarizzazione dell’economia, che sovrappone alla ricchezza reale – fatta di cose concrete – un’immane sovrastruttura di elementi virtuali, che con la stessa facilità possono gonfiarsi a dismisura o scoppiare da un momento all’altro con effetti spaventosi. 

Ottusità? Malafede? Ce lo dicano loro. In un’intervista pubblicata proprio ieri su Repubblica.it (qui) l’ex rettore della Bocconi, Roberto Ruozi, fa sfoggio di ottimismo e prova a spiegarne i motivi. Se non che, in extremis, gli scappa la più inquietante delle ammissioni: «Sarà il buon senso che ci salverà. Intanto ci sono miglioramenti oggettivi: i sistemi bancari sono oggi in uno stato di salute migliore e non credo che ricadranno negli stessi errori. Sono state salvate una volta, con costi altissimi; sanno che non ci sarebbe una seconda volta. Quindi il problema del moral hazard dovrebbe essere risolto. E io credo che questo valga anche per i comportamenti di quel gruppo abbastanza ristretto di persone che governa la finanza mondiale. Saranno 100-150 persone, quelle che contano davvero».

Incredibile: «100-150 persone», e tutto il mondo ai loro piedi. A sperare che siano ragionevoli. A sperare che si accontentino di vampirizzare l’universo a piccoli sorsi, invece di cedere alla tentazione di trangugiarne il sangue tutto in una volta. 

 

Federico Zamboni

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