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Catalogna, nazionalisti favoriti e astensionismo record

Effetti collaterali della crisi economica che ha fatto sprofondare la Spagna: scarsa affluenza alle urne e crollo dei consensi per i socialisti di Zapatero, come il catalano Montilla  

di Marco Giorgerini 

«È molto difficile raggiungere un orgasmo votando per uno qualsiasi di questi candidati, incluso me stesso». Con queste parole il leader di Iniziativa Verde – Alternativa di sinistra (IV – EUA) aveva commentato la campagna elettorale, basata su ammiccamenti vari e gemiti similporno, per le elezioni regionali in Catalogna. In queste ore si sta votando nella regione spagnola e, alla luce dei dati sulla scarsa partecipazione dei cittadini, si può concludere che sono in parecchi a pensarla come lui.

Per tenere l'astensione al di sotto del livello di guardia si è fatto ricorso, oltre alla creatività dei pubblicitari, ad ogni mezzo: il big match tra Barcellona e Real Madrid è stato rinviato. Molti degli astenuti ci tengono però a precisare che il loro non voto è una chiara scelta politica, e che la partita di calcio non c'entra. I partiti in lizza cambiano nel nome ma, sostengono gli scontenti, nessuno si differenzia davvero rispetto alla generale uniformità. Soltanto un cittadino su due, a quanto pare, si sta recando alle urne. Al di là delle considerazioni su chi può danneggiare e chi favorire il ridotto numero di voti, sta di fatto che i catalani dimostrano di essere particolarmente disillusi. E la disillusione non rassicura il presidente Zapatero, da tempo in caduta libera nei sondaggi. Tanto più che il socialista Josè Montilla, governatore uscente, lascerà con ogni probabilità il posto ad Artur Mas, a capo di Convergenza e Unione (CIU). 

A distanza di sette anni sembra che i nazionalisti torneranno a guidare la regione che è, anzi era, il motore dell'industria spagnola. Non sarà comunque un'impresa facile. L'economia del paese, come e più di quella di tutta Europa, sta vivendo momenti difficili, e la Catalogna è forse la regione in cui le cose stanno andando peggio. Soprattutto se consideriamo la posizione di leadership che ricopriva fino a pochi anni fa. Il suo contributo al PIL spagnolo è al momento pari al 18,68 per cento, inferiore a quello dei concorrenti madrileni, e continua a calare. La disoccupazione supera il 17 per cento, record per la regione. Infine c'è l'indebitamento, il cruccio maggiore, che è pari al 16 per cento del PIL.

Le promesse del leader socialista di uscire dalla crisi sono state puntualmente disattese. Mantenerle sarebbe stato impossibile anche per qualsiasi altro capo politico, dato che il problema riguarda l'intero modo di concepire l'economia a livello mondiale, ma intanto il discredito colpisce innanzitutto lui. Artur Mas, che non ha dubbi sulla propria vittoria e che i sondaggi accreditano al 40 per cento, non si è lasciato sfuggire nessuna occasione per annunciare e ribadire la sua ricetta. Sostenere le piccole e medie imprese, snellire l'apparato amministrativo, incentivare i consumi (considerare l'ipotesi decrescita? Dio ce ne scampi!). Gli avversari, da parte loro, gli rimproverano un passato non proprio esemplare. Il suo partito non sarebbe stato all'oscuro delle mene di Felix Millet, assurto agli onori delle cronache (ai disonori, per meglio dire) per lo scandalo del Palau de la Musica Catalana: otto milioni di euro rubati ai cittadini. Comunque, se il leader di Ciu avrà la meglio, potrebbe non avere voti sufficienti per governare da solo. La vittoria è quasi sicura ma la possibilità di dover cercare accordi con alleati di volta in volta diversi non è affatto scongiurata. 

L'offerta elettorale è, almeno in apparenza, piuttosto vasta. Il Partito popolare, capitanato da Alicia Sanchez-Camacho, si avvicina pericolosamente alla deriva xenofoba. Sulla base del “contratto d'integrazione”, infatti, ogni immigrato che perde il posto di lavoro si troverebbe costretto ad abbandonare il paese all'istante. Gli indipendentisti di Solidarietà Catalana, guidati dall'ex presidente del Barcellona, continuano a cercare voti con la loro politica populista di bassa lega. In Spagna le tendenze centrifughe sono forti, e la Catalogna è tra le regioni che più tengono alla propria autonomia. Ci sono poi la Sinistra Repubblicana di Catalogna e il già citato gruppo Iniziativa Verde – Alternativa di sinistra. Sono però proprio le formazioni populiste a rappresentare, se lo scenario politico non cambierà radicalmente nei prossimi anni, il fenomeno più interessante. E, al momento, grandi cambiamenti non si profilano all'orizzonte.

 

Marco Giorgerini

 

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