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In Sicilia "no" alle trivellazioni in mare

di Sara Santolini

Niente Petrolio off shore in Sicilia. Il ministero per lo Sviluppo economico ha respinto l'istanza della Petroceltic Italia Srl per la ricerca di idrocarburi nelle acque territoriali siciliane per, parole sue, "tutelare tanto l'ambiente marino, quanto il lavoro dei pescatori siciliani". Ma si tratta solo dell'atto finale di una politica iniziata già la scorsa estate: Stefania Prestigiacomo, il ministro dell'ambiente, a luglio di quest'anno aveva proposto al governo il divieto di trivellazioni nella fascia marina di 8 km da tutte le coste italiane e per 20 km dalle riserve marine. Ma non solo questo provvedimento non è sufficiente a far dormire sonni tranquilli, potrebbe essere stato dettato da motivazioni ben diverse dell'amore per le nostre coste.

Che il governo abbia deciso di intraprendere una politica attenta all'ambiente? In ogni caso vietare le estrazioni vicino alla costa non è abbastanza. Non bastano, infatti, 8 km - e nemmeno 20 - per limitare i danni sulle coste di un eventuale incidente in Sicilia (come abbiamo visto nel Golfo del Messico). Tutt'al più che in Italia ci sono già 66 concessioni di estrazione e altre 24 di esplorazione di nuovi pozzi - oltre che nel canale di Sicilia anche in Abruzzo, Marche e Puglia -  e che il nuovo provvedimento non intacca questi accordi. Inoltre sembra che in Italia non esista un protocollo obbligatorio per le attività petrolifere e per la loro sicurezza come in molti altri Paesi (ad esempio l'obbligo di avere un comando remoto per la chiusura della valvole) che riduca effettivamente il rischio di incidenti. 

Il primo provvedimento è stato preso, in realtà, sull'onda delle emozioni dell'opinione pubblica per una delle più grandi catastrofi naturali del mondo: l'incidente alla piattaforma petrolifera della British Petroleum nel Golfo del Messico. Negli USA Obama - dopo lo stop alle estrazioni all'indomani della fuoriuscita di greggio davanti alle coste della Louisiana e sotto la pressione delle compagnie petrolifere - ha già dato di nuovo il via libera alle attività di estrazione. Al contrario dopo quell'episodio la Regione Sicilia si è sempre detta contraria al rilascio di autorizzazioni per la ricerca e l'estrazione di idrocarburi vicino alle coste. Il che le farebbe solo onore, se la questione finisse qui. E invece la stessa Regione Sicilia è favorevole alle trivellazioni su terraferma. Eppure anche quelle sono pericolose e se non possono, in caso di incidente, danneggiare (direttamente) la pesca, possono rovinare l'agricoltura e il turismo nella stessa misura di eventuali versamenti in mare. Ma, a ben guardare, la Regione le sue buone motivazioni le l'ha. Dalle attività sulla terraferma guadagna l'85% delle royaltes, mentre da quelle in mare il 55% e solo se vicine alla costa. Inoltre sulle trivellazioni su terraferma la Regione Sicilia ha competenza esclusiva mentre su quelle in mare non ha voce in capitolo. Si tratta, insomma, di un motivo puramente economico - e politico. Lo stesso motivo per il quale, ad esempio, il Parco degli Iblei, che interesserebbe il ragusano, ancora non vede la luce. Si tratta dello stesso territorio in cui l'Eni stessa, di cui tutt'ora lo Stato è azionista di maggioranza, sta costruendo cisterne in attesa di cominciare a estrarre petrolio o gas naturale. 

Chiaramente l'attenzione per l'ambiente c'entra poco o niente con tutto questo. La politica si destreggia tra la necessità di accontentare l'opinione pubblica e il perseguimento di interessi economici privati. Proprio come nella questione del nucleare, della ricostruzione de L'Aquila, della crisi della Scuola pubblica...

 

Sara Santolini

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