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La rivolta dei nuovi sudditi

Il Fatto 27 novembre 2010

Finalmente. Era ora. Era ora che i giovani, dopo decenni di sonnolenza, si svegliassero. Parlo di ragazzi normali, figli di un ceto medio che sta rasentando la soglia della povertà quando non c'è già entrato, non dei vetero-marxisti dei centri sociali.

La loro protesta si rivolge certamente contro la legge Gelmini (giusta nel principio di base -tagliare le unghie alle baronie- ma che di fatto blocca le carriere di assegnisti e ricercatori a progetto che per otto anni hanno sostituito in tutto e per tutto il titolare di cattedra, facendo lezione, tenendo corsi, presiedendo commissioni d'esame, conducendo e inventandosi laboratori e che ora, a 36, a 35 anni non solo si vedono bloccata la carriera ma, poiché queste categorie non hanno nemmeno diritto al sussidio di disoccupazione, si trovano letteralmente sulla strada dopo aver buttato via otto anni della loro vita), ma esprime anche, e forse soprattutto, un profondissimo disagio sociale che riguarda tutti i ceti ma che solo i giovani hanno le energie sufficienti per far emergere con forza.

Si sono sentiti in questi giorni, da parte della classe politica, alti lai perché la protesta si è rivolta contro le sacre «istituzioni democratiche che appartengono a tutti» (Schifani). E contro chi dovremmo protestare? Contro i chioschi dei giornalai? Perché queste istituzioni non sono affatto di tutti e non sono affatto democratiche. Sono "roba loro", dei partiti che le hanno occupate e le usano non per il "bene comune", come ripetono talmudicamente i loro esponenti, ma per i loro intrallazzi, per i loro giochi di potere, per i loro abusi, per i loro soprusi, per i loro clientes (e spesso per i loro crimini e la loro impunibilità) riducendo il cittadino, l'uomo libero che rifiuta di infeudarsi a queste camarille, a queste mafie, a suddito, senza diritti e senza parola.

Si è anche stigmatizzata la violenza di queste manifestazioni, che hanno riguardato un po' tutte le più importanti città, Roma, Firenze, Pisa, Milano, Palermo. A parte che tirar uova, dare qualche spintone, salire sui tetti sta ancora nei limiti del lecito, voglio ricordare che quando facevamo i cosiddetti "girotondi", manifestazioni assolutamente pacifiche, alcune di straordinaria imponenza come quella che organizzò, sul tema della legalità, Paolo Flores D'Arcais a piazza San Giovanni, il 14 settembre del 2002, raccogliendo un milione di persone che non erano certamente tutte di sinistra (la sinistra oggi, con le truppe cammellate, può portare in piazza al massimo trecentomila persone), non solo non abbiamo ottenuto nulla, ma siamo stati irrisi dalla destra e dalla sinistra. Quante volte ho sentito dire, in modo sprezzante, da uomini che si dicono di sinistra: «Non mi prenderai mica per un "girotondino"?». Alle destre poi non andavano nemmeno bene quelle manifestazioni pacifiche, contestavano il diritto di scendere in piazza, «pacificamente e senz'armi», che come dice la Costituzione è il primo diritto politico del cittadino. Pierluigi Battista disse in Tv che i "girotondi" erano «pieni di odio». A parte che l'odio è un sentimento legittimo, nei "girotondi" non c'era nemmeno quello, era Battista che, come si dice in psicoanalisi, «proiettava la sua ombra». È evidente quindi che per scuotere costoro, per costringerli a prestare una reale attenzione ai bisogni del cittadino ci vuole qualcosa di un po' più pesante e che qualche cazzotto ben dato, a mani nude s'intende, non è sprecato. 

Col sessantotto non c'è nessun parallelo. I "sessantottini" erano figli annoiati della borghesia che cavalcavano, grottescamente, un'ideologia morente, il marxismo leninismo, e in piazza non ci andavano con le uova ma con le spranghe. Questi son giovani non ideologizzati che lottano per il loro futuro e le loro legittime aspettative di carriera. Quelli, figli della borghesia, invece scendendo in piazza la carriera se la preparavano. Tanto è vero che sono diventati tutti, come minimo, direttori del Corriere della Sera.

Massimo Fini






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