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Italia, la Pompei diffusa

di Sara Santolini

La Domus dei Gladiatori di Pompei non c'è più. E assieme a essa non c'è più parte della casa dei Casti Amanti, di quella di Giulio Polibio e del Termopolio.

Il crollo che ha interessato la Domus è solo l'ultimo in ordine di tempo: ci sono altre parti della città che, purtroppo, non potremo più ammirare. L'incuria, che sarebbe alla base dei crolli, non è l'unico problema di quello che era tra i più intatti esempi di città romana. Mancano le guide turistiche, una sorveglianza adeguata, i secchi della spazzatura, i servizi più basilari per i visitatori - quello che invece pare non mancare mai è l'assenteismo dei custodi e al contrario la presenza costante di guide abusive. 

Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di un museo all'aperto - che dunque avrebbe bisogno di cure e attenzioni particolari - che è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell'Umanità e che attira milioni di turisti ogni anno. Solo per la festività di Ognissanti il numero di visitatori è salito del 67% e del 9% per il mese di ottobre rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Una fonte di introiti costante, dunque, che attira un turismo culturale, potenzialmente fonte di guadagno per tutta l'area, che viene completamente - e scioccamente - lasciato a se stesso. 

Lo stato delle cose a Pompei, che senz'altro risente, come tutto il comparto culturale, dei tagli alla cultura, non dipende esclusivamente da questi - che andranno semplicemente a peggiorarne la situazione. Si tratta di un caso - l'ennesimo - eclatante di malgoverno, di utilizzazione truffaldina delle risorse, di interessi privati prevalenti, di soldi pubblici che vanno a finire dritti nella discarica del clientelismo.

Gli scavi, già preda dell'incuria, sono stati commissariati nel 2008. La Protezione civile se n'è occupata fino al mese di giugno 2010. Eppure l'unico segnale di "emergenza" a Pompei è stato l'agire in deroga alle norme - visto che la situazione, a due anni di distanza, non è stata sanata. 

Dove sono finiti i fondi per gli interventi d'emergenza che avrebbero dovuto salvare la città dall'incuria e da altri possibili crolli? 

L'ultimo commissario, Marcello Fiori, al momento è indagato per abusivismo per i materiali e i metodi di restauro del Teatro Grande, inaugurato l'estate scorsa.  Dei 79 milioni di budget stanziati dallo Stato per Pompei ben 40 sono stati spesi per "servizi" accessori, come la comunicazione, tralasciando la sorveglianza, la messa in sicurezza e addirittura l'acquisto di cesti della spazzatura. Altri 30 erano stati spesi da Profili, precedessore di Fiori, mentre l'ultima decina serviranno a pagare la wind. Insomma, i soldi che c'erano sono finiti. Ma a Pompei non è cambiato nulla. Anzi la situazione è peggiorata. I restauri, quando effettuati, sono stati fatti con materiali non adatti e il lavoro evidentemente affidato a persone che non erano in grado di farlo: gente che ha trattato le mura secolari di Pompei come fossero quelle di una baracca - basta pensare che durante il commissariamento è stata distrutta un'area inesplorata della città per costruire degli spogliatoi. Il passare del tempo e il cadere della pioggia hanno fatto il resto.

Ad oggi c'è un "reggente provvisorio", Jeanette Papadopulos, nominata direttamente dal Ministro per i beni e attività culturali. In realtà sul tavolo di Bondi c'era già un nome, definitivo stavolta: quello di Angelo Maria Ardovino, ex dirigente generale per i beni archeologici. Pare però che questi sia coinvolto in una inchiesta sui fondi europei e per questo Bondi avrebbe ritirato il mandato, annullato il bando per il nuovo sovrintendente e nominato la Papadopulos. Davvero un caso unico in Italia, dove oltretutto non tanto gli indagati ma i condannati in appello ricoprono ruoli istituzionali senza batter ciglio.

Fatto sta che, in questo giro di soldi e nomine, nessuno fa niente per salvare il patrimonio artistico italiano - di cui, al momento, Pompei è l'emblema. Eppure questo patrimonio, gestito in maniera efficiente e responsabile, sarebbe una ineguagliabile fonte di ricchezza per il Paese (attraverso il turismo e l'aumento del valore delle zone di valore artistico), per lo Stato (attraverso gli introiti dalle visite e le attività culturali collegate) e, infine, per tutti i fruitori del nostro patrimonio artistico e culturale. "Anche" - e non "solo" - per i commissari e le imprese che si avvicendano nella sua gestione - qualora volessero dare all'espressione "fruizione del patrimonio artistico e culturale" un senso più giusto di quello che hanno inteso finora.

 

Sara Santolini

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