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Il bluff di Gianfranco Fini

di Alessio Mannino

Fini scarica Berlusconi chiedendone le dimissioni e lo mette spalle al muro: o continua la legislatura ma con la spada di Damocle di un’An de-berlusconizzata, Futuro e Libertà (Fli), su ogni singolo provvedimento, almeno in teoria; oppure deve decidersi ad andare a elezioni anticipate, con un Pdl in piena crisi politica e in caduta libera nei sondaggi. Un abile bluff. Con un corollario, seppur non decisivo, di valore positivo per ciò che eravamo abituati a considerare con il termine “destra”.

Che sia una manovra di potere, lo rivelano anzitutto le motivazioni reali della rottura di Fini e l’origine di Fli. Dietro il divorzio fra Gianfranco e Silvio non c’è una spaccatura ideologica profonda, ma solo la messa all’angolo dell’ex leader di An nella cabina di comando del partito unico di centrodestra. Il giorno dopo la fondazione del Pdl sul famoso predellino, Fini liquidò l’ennesima trovata pubblicitaria del Cavaliere con la battuta «siamo alle comiche finali». Poi, come sempre aveva fatto fino ad allora, si è adeguato. Ma il ruolo di azionista forte assunto dalla Lega nel governo, il passaggio di fedeltà dei colonnelli aennisti che sono diventati più berlusconiani di Berlusconi, il suo isolamento nel partito e la deriva psichiatrica del premier hanno portato Fini a staccarsi dal suo alleato-padrone. Solo dopo sono stati improvvisamente scoperti tutti i motivi di distanza quasi antropologica fra lui e Berlusconi. Dall’oggi al domani i finiani hanno riscoperto il valore della legalità, il rispetto delle istituzioni, le esigenze del Mezzogiorno, la socialità come bussola in economia e anche l’arrogante volgarità di Silvio il megalomane. Eppure siamo di fronte ad una schermaglia, per quanto ben congegnata per suscitare clamore e rifarsi una verginità politica. Perché, al dunque, come hanno votato i “futuristi” sull’immunità giudiziaria del primo ministro? Favorevolmente, anche se, per salvare un minimo la faccia, con la clausola della non-reiterabilità. E ora, perché non far dimettere seduta stante i quattro componenti di Fli nella compagine di governo, invece di annunciarla soltanto? E che senso ha agitare la bandiera delle dimissioni quando Fini sa per primo che Berlusconi, a cui riesce inconcepibile ammettere una sconfitta, non le darebbe e non le darà mai? È evidente che se non è proprio un gioco delle parti preventivamente concordato, trattasi comunque del solito teatro dei pupi. Con Fini a recitare il ruolo di rinsavito ribelle che punta una pistola scarica.

Tuttavia, noi che pure ci siamo lasciati alle spalle le inservibili categorie destra-sinistra buone per il secolo scorso, una conseguenza di segno positivo sentiamo di registrarla per il buon nome di ciò che un tempo era chiamata “destra”. La rivendicazione della diversità etica e umana, ancora prima che politica, di Fini e dei suoi rispetto al mondo berlusconiano di affaristi, arrivisti, lacchè e mignotte rappresenta una piccola luce nel buio di questa Repubblica. Dall’altroieri esiste una destra che si dichiara anti-berlusconiana. Questo fatto, preso in sé e per sé, dal nostro punto di vista anti-sistema non dà garanzie. Il Fini-pensiero non è altro che la destra liberale europea asservita al pensiero unico della finanza padrona, dell’individualismo a scopo di lucro (lavora, consuma, crepa) e della difesa dell’ordine costituito. I “valori” rimangono questi. Però adesso purgati e liberati dal conflitto d’interessi del Cavaliere e dal suo cesarismo da avanspettacolo. È già qualcosa, affinchè i poveri corpi di Prezzolini e Montanelli si riposino dopo essersi girati e rigirati nella tomba per anni. Ma non è il film giusto che vorremmo vedere per un’Italia destinata a passare dalla padella berlusconiana alla brace Fini-Casini-Bersani-Montezemolo. 

 

Alessio Mannino

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