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Bradley Manning, torture nel “paese della libertà” - free

Gli Usa stanno imponendo un trattamento carcerario brutale al giovane ex militare che ha ceduto i file riservati a Wikileaks. Obiettivo: spingerlo a denunciare Assange come il suo mandante 

di Marco Giorgerini 

Bastano poco più di duecento giorni di detenzione in «regime di massima sicurezza» perché un prigioniero, nel paese esportatore di diritti e democrazia per eccellenza, possa mostrare «un declino costante del suo stato mentale e fisico». È il caso di Bradley Manning, accusato di aver passato documenti riservati a Wikileaks, il sito fondato da Julian Assange. 

Dietro le sbarre della prigione di Quantico si consumano, per l'ex militare ventitreenne, scene degne delle peggiori galere sovietiche. Con la differenza che a dirigere i giochi non sono spietati membri del Kgb ma guardie dello Stato sedicente paladino della libertà a cui si inchinano i governi di tutto il mondo. Il trattamento che subisce Manning, è bene dirlo apertamente, ha un solo nome: tortura. Le sue giornate iniziano con la sveglia alle cinque del mattino, e con la consapevolezza di non poter più chiudere occhio fino a dopo le venti. Qualora il ragazzo si appisolasse, infatti, sarebbe immediatamente svegliato dal personale penitenziario. Una volta in piedi, non ha di fatto possibilità di muoversi: la sua è una cella che ospita a malapena letto, lavandino e wc. Per poter camminare deve attendere il permesso delle guardie che, all'ora stabilita e per non più di sessanta minuti, lo accompagnano a sgranchirsi le gambe. Per modo di dire, dal momento che gli è vietato fare flessioni ed esercizi vari. 

Una volta tornato in cella può ingannare il tempo guardando la tv, ma al massimo per tre ore al giorno e senza accesso ai programmi di informazione nazionale, “sostituiti” dai telegiornali locali. Di computer, naturalmente, non se ne parla. Anche per quanto riguarda i libri, Manning può leggere soltanto quelli approvati dalle autorità. Sul corriere.it è riportato un elenco di titoli che il detenuto potrà ricevere, rigorosamente uno alla volta. La lista ha tutto il sapore della provocazione. Si stenta a credere che il “militare pacifista” abbia richiesto, sua sponte, volumi come Decision Points di George W. Bush e L'arte della guerra di Sun Tzu. Comunque, anche leggere è un percorso a ostacoli, dacché le guardie ogni cinque minuti lo interpellano per accertarsi che tutto vada bene. E Manning deve rispondere ogni volta. Dopo le venti può finalmente dormire nel letto privo di lenzuola e cuscini, onde evitare che con il suicidio possa porre termine alle sevizie. 

Non abbiamo ancora finito: come ha lasciato intendere il suo avvocato, David Coombs, il personale della prigione non gli risparmia ingiurie e provocazioni, e i contatti con l’esterno sono praticamente nulli. A parte il suo legale e lo psichiatra, che incontra soltanto il sabato, non può parlare con nessuno. Se per rabbrividire non bastasse quanto riportato finora, si consideri che la “talpa” rea di aver trafugato i file segreti rischia l'ergastolo. 

Tutto questo per poter incriminare Assange di spionaggio e ottenerne l'estradizione. Wikileaks fa paura, ma non è così facile sbattere in gattabuia il suo fondatore: a legare le mani ai molti che gridano allo scandalo e caldeggiano una punizione esemplare c’è il Primo emendamento della Costituzione. Fintanto che, almeno formalmente, la Carta prevede la «libertà di parola o di stampa» gli uomini come Assange sono difficilmente perseguibili. Accreditando il reato di cospirazione, però, la situazione cambierebbe. Quest'ultimo è infatti punito con l'ergastolo nella legislazione statunitense. Insomma, se Manning crollasse rivelando di aver agito non di propria iniziativa ma per conto dell'australiano, le autorità avrebbero quello che cercano. Una volta ottenuta, la “confessione” resterebbe agli atti e produrrebbe le conseguenze volute, a prescindere dai metodi con cui è stata ottenuta. I precedenti non mancano. Dagli antichi processi alle donne accusate di stregoneria ai ribelli “comunisti” durante la dittatura militare nell’Argentina di Videla.

Per giustificare atrocità di tale portata, tanto più oscene perché negate anche quando sono evidenti, gli Usa ricorrono alla motivazione di sempre: tutelare l'interesse nazionale. Al di là del fatto che l'accusa di aver messo a rischio vite umane contestata ad Assange non è stata mai dimostrata, e al di là anche della pretesa di punire chi denuncia comportamenti disdicevoli anziché quelli che li commettono, a essere particolarmente ripugnante è l'ipocrisia della Casa Bianca. Non solo nelle prigioni degli States si trattano così i detenuti, ma il caso degli Usa è unico. La Bielorussia e la Corea del Nord non predicano al mondo la tolleranza e il rispetto ergendosi a giudici universali, gli Stati Uniti si può dire che non facciano altro. Mentre tutto l'Occidente, e  non solo, se ne sta lì a ricevere quegli insegnamenti a capo chino. E persino a ringraziare.

 

Marco Giorgerini

 

 

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