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Fame in Africa. Ci pensa la Monsanto - free

In nome dell’efficienza produttiva la multinazionale convince l’Onu a promuovere l’uso di sementi Ogm. Anche se hanno un difetto: vanno comprate di nuovo dopo ogni raccolto 

di Pamela Chiodi 

La spacciano per una notizia positiva, ma in realtà non promette nulla di buono. Qualche giorno fa, a Roma, è stato presentato il secondo rapporto sulla povertà rurale a cura dell’Ifad, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, un’agenzia dell’Onu che si occupa di finanziare progetti per l’espansione della produzione alimentare nei paesi in via di sviluppo. In base alle analisi, negli ultimi dieci anni 350 milioni di abitanti delle aree rurali sarebbero usciti dalla povertà. Solo che, come riportato anche dallo stesso rapporto, il calo è dovuto ai progressi dell’Asia orientale, in particolare della Cina. In zone come l’Africa sub sahariana e l’Asia meridionale, le condizioni della popolazione restano particolarmente gravi. Si sopravvive con meno di due dollari al giorno, se va bene, e le zone rurali sono quelle più colpite. Povertà assoluta e degrado peggiorano soprattutto a causa degli«scarsi livelli di investimento nell’agricoltura, infrastrutture rurali cadenti, servizi finanziari e alla produzione inadeguati»

Quale sia la “buona notizia” è specificato subito dopo: si è deciso di cambiare approccio. Urge investire. E prima possibile, come dichiara il presidente dell’Ifad, Kanayo Nwanze. «È giunto il momento di considerare i piccoli agricoltori e gli imprenditori rurali poveri in un modo completamente nuovo: non come casi umani da compatire, ma come persone che, con la loro capacità di innovare, il loro dinamismo e il loro impegno, porteranno il benessere alle proprie comunità, e una maggiore sicurezza alimentare al mondo, nei prossimi decenni». Non sarà semplice, avverte Nwanze, che sottolinea enfaticamente l’assoluta necessità di «creare un contesto che permetta alle donne e agli uomini che vivono nelle aree rurali di superare i rischi e le sfide che si trovano ad affrontare nel loro sforzo di gestire con successo le proprie fattorie e le altre attività economiche che intraprendono»

Ed Heinemann, il coordinatore del gruppo di lavoro che ha stilato il rapporto, insiste sugli investimenti, unica possibilità di salvezza per le popolazioni rurali. «Per metterle in condizione di risolvere i problemi e trarre il massimo vantaggio dalle opportunità che loro si presentano (ma quali? Ndr), i governi e i donatori che collaborano con loro devono impegnarsi molto di più a sostenere le aree rurali, investire nelle aree rurali, migliorarne le infrastrutture e la gestione a livello istituzionale, e renderle luoghi migliori in cui vivere, e fare affari». Perché di affari si tratta. Solo di affari. 

E il pretesto utilizzato per incrementarli, è l’eventualità di una crisi alimentare che potrebbe verificarsi a fronte di un sostenuto aumento demografico. Nient’altro che una becera giustificazione. «Spiegare la crisi alimentare come effetto di una scarsità di cibo è estremamente pericoloso», dice Sergio Marelli, direttore generale dell’Ong Focsiv, la Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario. È pericoloso perché «tra le possibili soluzioni ci sarà l’introduzione degli Ogm, che avrebbero ricadute economiche e sociali devastanti per i paesi poveri». 

E, infatti, l’Ifad ha un rapporto privilegiato con la Monsanto, e proprio grazie al suo presidente, Kanayo Nwanze, che già da quando era il direttore generale della Warda, cioè la West Africa Rice Development Association, regalò ai contadini il “riso miracoloso” della Monsanto. Nel 2001, annunciò entusiasta la scoperta del seme magico della multinazionale, che avrebbe permesso, finalmente, di coltivare il riso anche nelle zone più aride. «Solo due decenni fa il riso era considerato un alimento di lusso. Oggi è quello principale», disse subito dopo aver annunciato la fantastica scoperta della Monsanto. Ma stava ingannando gli agricoltori, illudendoli che i semi della multinazionale avrebbero avuto una resa maggiore e sfamato, così, milioni di persone. Le quali si ritrovarono invece intrappolate nella gabbia della Monsanto, strangolate dai debiti contratti con la multinazionale, l’unica ad avere i diritti di vendita su qui semi che, proprio a causa della manipolazione genetica, devono essere acquistati di nuovo dopo ogni raccolto. 

Questa stessa politica è oggi presente nell’associazione che fa capo all’Onu. Per aumentare la produzione agricola, si cerca, in ogni modo, di far adottare in quelle zone le sementi prodotte dalla Monsanto. Nel 2009, durante la conferenza dell’Ompi, l’Organizzazione Mondiale della Proprietà intellettuale, Nwanze ha ipotizzato che la crescita della produttività agricola possa essere potenziata dagli studi portati avanti dalle «multinazionali agroalimentari di grandi dimensioni, come la Monsanto, Syngenta e Cargill che stanno sviluppando nuovi semi e tecnologie correlate attraverso l’ingegneria genetica e la biotecnologia che potrebbero essere commercializzati su vasta scala». Alla conferenza ha partecipato anche Andrew Bennet, manager della Monsanto che si occupa dello sviluppo della tecnologia Ogm in Africa. Le sue proposte sono esemplari, quanto a rispetto della natura. Poichè «ogni anno la popolazione mondiale cresce di oltre 70 milioni e l’agricoltura deve produrre più cibo con terra e risorse idriche limitate, le biotecnologie potranno essere la soluzione adatta», ha detto. O per ironia della sorte, o per un gioco di parole sconcertante, il titolo della conferenza era “In mancanza del contadino? Che importanza ha?”. 

Già, che importanza ha?

 

Pamela Chiodi

Appuntamento a gennaio

Secondo i quotidiani del 23/12/2010