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Gli studenti danno lezioni - free


I profeti di sventura alla Gasparri sono serviti: nessuna violenza e i cittadini che solidarizzano coi manifestanti. Forse, l’inizio di una nuova stagione di mobilitazione popolare

di Ferdinando Menconi 

È andata male agli untorelli della violenza, e col termine che Berlinguer impiegò per irridere i giovani del movimento ’77 non vogliamo indicare gli studenti, ma tutti quelli che, dai banchi parlamentari e di governo, speravano in violenti scontri di piazza: questa volta sono stati loro ad essere sbeffeggiati dalla prova di maturità dagli studenti.

“Voi chiusi nei palazzi, noi liberi per la città”, questa era la parola d’ordine a Roma ed è stata rispettata. Gli studenti hanno bellamente ignorato la presidiatissima zona rossa, dove i palazzi delle decisioni erano sprangati e la Guardia di Finanza stava a presidio fuori dai negozi, anziché dentro a manganellare l’evasione fiscale, umiliando a tal punto il potere che questo, per recuperare credibilità, dopo aver chiuso al popolo le porte di Camera e Senato ha dovuto spalancare quelle del Quirinale. Gli studenti invitati e, forse, ascoltati dalla Prima Carica dello Stato, che, nonostante gli anni, ha saputo mostrare molta più lucidità delle crisi isteriche del duo comico La Russa-Gasparri: “comunisti” vs “questurini” 1 a 0.  La vera “zona rossa” che, invece, non dovrebbe essere violata è quella, simbolica, che gli studenti hanno delimitato intorno all’Università, là dove la Riforma Gelmini non deve entrare: se è vero che le sinistre hanno ridotto l’istruzione a uno schifo, questo non è motivo a giustificazione del maldestro tentativo delle destre di riformarla in peggio.

Una grande vittoria ed un momento di ulteriore consenso popolare per le rivendicazioni degli studenti, che ricoprono sempre più il ruolo che dovrebbe essere loro proprio: quello di avanguardia di popolo. Un consenso che ha trovato massima riprova fra gli automobilisti bloccati fra tangenziale est e autostrada Roma–L’Aquila, i simboli i ragazzi li sanno scegliere: perché raccogliere il consenso della gente imbottigliata in strade dove, ogni giorno, i romani schiumano e avanzano più a colpi di bestemmie che di acceleratore è un importante indicatore di quanto la gente sia con loro. Almeno quella gente che ingoia traffico per lavoro e che, per questo, non può marciare con loro; altro sono quelli che si lagnano se si perturba lo shopping natalizio o la passeggiata fighetta in centro, ma questi ultimi non contano, non meritano di contare. I negozianti, invece, si lamentano a prescindere, ma non hanno comunque notato differenze nello scarso volume delle vendite: la colpa, lo sanno addirittura anche loro, non è della sindrome da manifestazione, ma è della sindrome da portafogli vuoto.

Ma, oltre alle clacsonate di solidarietà, la gente delle periferie di Roma, quella che non arriva a fine mese, si è unita agli studenti anche applaudendoli dalle finestre, fino agli eccessi di una signora che lanciava loro biscotti: alla faccia degli untorelli che prevedevano lanci assassini di sampietrini e lacrimogeni. Quegli untorelli che chiedevano ai genitori di tenere a casa i ragazzi sono rimasti ben delusi dalla risposta di alcuni genitori che sono scesi in piazza coi figli, rompendo i tabù anni ‘70 del gap generazionale, a dimostrazione che le vere famiglie sono unite e i potenziali assassini non sono in piazza: i potenziale mandanti sono fra coloro che sbraitano e potrebbero essere facilmente individuati da Magistratura Preventiva. I loro nomi sono noti.

Complimenti anche agli agenti di polizia – molto più responsabile dei questurini di palazzo e dei terroristici provvedimenti contro gli accusati di “manifestazione non autorizzata”, come se la manifestazione della libertà possa essere subordinata a un bollo – che quando hanno visto i ragazzi delle superiori andare, non autorizzati, verso Trastevere li hanno fatti passare mantenendo così il carattere pacifico della manifestazione. Anche a Palermo, dove qualche spintone fra polizia e manifestanti c’è stato, ma chiamarli scontri è eccessivo, hanno saputo reagire in maniera proporzionata, impedendo che il focolaio divampasse nell’incontrollato incendio auspicato da quei “vigliacchi” che in piazza non scendono. Non poteva certo filare tutto liscio, ma tutto sommato è andata meglio che in un’ordinaria giornata di campionato, in fondo gli ultrà non hanno mai offerto fiori alla polizia, come invece hanno fatto gli studenti che hanno così voluto dire al poliziotto: non ce l’abbiamo con te così come sappiamo che tu non ce l’hai con noi, siamo nella stessa barca che affonda e le scialuppe se le sono già prese i passeggeri di prima classe.

Insomma, con buona pace dell’untorello strobidirezionale, gli studenti hanno dimostrato, loro, di essere tutt’altro che vigliacchi e le strade non si sono fatte rosse di sangue; le fontane invece sì, si sono fatte rosse, ma, anche se sono stati i fascisti di Lotta Studentesca, non era sangue ma un’azione combinata con cui hanno simultaneamente  tinto di rosso l’acqua delle fontane di cento città d’Italia, a partire dal fontanone der Gianicolo, quello dove si specchia la luna di Venditti. Se sono dei nostalgici lo sono dell’Università di Gentile e non del manganello degli ottusi: e quella gente di governo, più che l’olio di ricino meriterebbe una purga staliniana.

Questa di oggi è stata una grande prova di maturità e intelligenza da parte dei nostri giovani. Ma stata anche un’importante apertura di credito verso le istituzioni. Sappiano però, gli uomini che le occupano, che non basta un giro di Valzer al Quirinale: le riforme in questo paese, non solo quelle dell’istruzione, devono essere radicali. Così radicali che chiamarle riforme è riduttivo.

 

Ferdinando Menconi

 

Prestigiacomo. Vado, non mi dimetto e torno

Appuntamento a gennaio