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Codice Brunetta, più potere ai presidi


Basta un nonnulla e scatta la sanzione a carico dei docenti indisciplinati. O presunti tali, visto che la normativa si presta a interpretazioni quanto mai soggettive

di Marco Giorgerini 

Siamo alle solite. Sotto l'apparente univocità del linguaggio giuridico si spalancano infinite interpretazioni. Il Decreto legislativo 150/2009, meglio noto come Codice Brunetta, è esemplare da questo punto di vista. Nel provvedimento, che a dire del suo promotore dovrebbe assicurare efficienza e trasparenza nelle amministrazioni pubbliche e in particolare nelle scuole, si trovano espressioni quantomeno ambigue.

Nel vasto elenco delle condotte che meritano «la sanzione disciplinare del licenziamento» è infatti inclusa la «reiterazione nell'ambiente di lavoro di gravi condotte aggressive o moleste o minacciose o ingiuriose o comunque lesive dell'onore e della dignità personale altrui». Nel resto del documento non si trova risposta alla domanda che inevitabilmente si pone, o dovrebbe porsi, chi si imbatte in queste righe: in base a quali criteri si giudica un'azione lesiva della dignità altrui? Se il codice non fissa limiti precisi, se è l'arbitrio dei singoli presidi a condannare o meno il comportamento dei docenti, si rischia evidentemente di ritrovarsi in situazioni paradossali. È il caso dell'insegnante di una provincia del Sud Italia, recentemente punita con tre giorni di sospensione per essersi macchiata di una colpa ritenuta particolarmente grave. Alla donna sarebbe stato consegnato un foglio con su riportato un ordine di servizio. Dopo avervi ottemperato lei avrebbe, horribile dictu, piegato la pagina fino a farne una barchetta di carta. Ma non è solo la passione per gli origami a essere colpita, ci mancherebbe. Un docente disabile, ad esempio, ha sperimentato gli effetti della “disciplina Brunetta” per aver mancato di rispetto a un suo superiore. 

Il nuovo regolamento, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 31 ottobre 2009 ma applicato da non molto, non contiene soltanto pasticci a livello di forma come potrebbe sembrare da quanto detto finora. È certo confuso e poco chiaro, ma non è tanto questo a mettere sul piede di guerra la Gilda degli insegnanti. Nelle sue 43 pagine si scorge infatti un disegno preciso, che mira ad accrescere il potere dei dirigenti scolastici e a ridurre l'autonomia dei docenti. Le punizioni loro inflitte sono tanto più dannose se consideriamo quanto si sia ridotta la possibilità di opporvisi. Commentando il caso della professoressa sopra citata, il coordinatore nazionale della Gilda, Rino Di Meglio, ha sottolineato che «il caso di questa collega è soltanto una delle situazioni aberranti che si stanno verificando dopo che la norma Brunetta ha attribuito ai dirigenti scolastici uno spropositato potere disciplinare non bilanciato da adeguati organi di controllo». 

Prima della riforma il corpo insegnanti era notevolmente più tutelato. Vi erano innanzitutto alcuni organismi (Consigli di disciplina provinciali e nazionali) preposti a comminare le sanzioni, che erano dunque frutto di una delibera raggiunta dopo una disamina collettiva del caso in questione. Adesso, invece, il preside può emanare il suo verdetto da solo. Mentre il dipendente colpito dal provvedimento non può appellarsi a nessun organo amministrativo superiore: per far ricorso deve necessariamente rivolgersi alla magistratura ordinaria. Fino a qualche mese fa rientrava tra le prerogative del dirigente scolastico soltanto l' “avvertimento scritto”. Attualmente rimangono di pertinenza dell'Ufficio procedimenti disciplinari esclusivamente la sospensione superiore a dieci giorni e il licenziamento con o senza preavviso. In particolari circostanze sopravvive per i docenti, è vero, la possibilità di produrre opposizioni scritte od orali. Niente, comunque, che possa fattivamente contrastare le disposizioni del preside. 

Non mancano, poi, altri aspetti che offrono il fianco a critiche di vario genere. A cominciare dalla norma che prevede il licenziamento automatico se il dipendente subisce una condanna in sede penale, ma non il reintegro automatico qualora il processo si concluda con un'assoluzione. Anche l'articolo 55-bis comma 7 è contestato da molti docenti. Con esso si minaccia una «sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione» a chi si rifiuta di collaborare. Il bidello che ha prontamente avvisato la presidenza della presenza nell'edificio di un inqualificabile essere che faceva barchette di carta non corre questo rischio. Ma chi, di fronte a casi analoghi, non allertasse subito chi di dovere rischierebbe fino a quindici giorni di sospensione. 

Marco Giorgerini

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