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No sponsor, no money. No restauri

 

Il sindaco di Roma ne era sicuro: i 25 milioni per i lavori straordinari al Colosseo li avrebbe tirati fuori un pool di aziende internazionali. Ma le cose sono andate in tutt’altro modo

di Sara Santolini

La previsione di Gianni Alemanno alla fine si è rivelata sbagliata. Gi sponsor per il restauro del Colosseo, Patrimonio dell’Umanità Unesco e inserito tra le Sette meraviglie del mondo moderno*, non ci sono. Meglio, ne è rimasto solo uno possibile –  e disponibile – che non ha nemmeno partecipato al bando relativo ma ha mostrato il suo interesse con una semplice lettera di intenti: il gruppo Tod's.

Era aprile quando Alemanno annunciava la volontà di numerose aziende giapponesi di unirsi in una cordata imprenditoriale, con a capo, appunto, Diego Della Valle**, per il restauro che si prevede costerà 25 milioni di euro. La gara relativa, bandita il 4 agosto e conclusasi il 31 ottobre, si è rivelata invece un flop clamoroso. Tra i concorrenti c’era il gruppo Samsung, la multinazionale sudcoreana che produce elettronica di consumo dai cellulari ai condizionatori d’aria. Evidentemente per la Sovrintendenza non aveva le carte in regola per sponsorizzare questa impresa. Proprio come tutti gli altri partecipanti al bando: un altro giapponese, due inglesi, due statunitensi e nove italiani. Tra loro, a sorpresa, non figurava il nome di Rupert Murdoch, il titolare di Sky che inizialmente sembrava interessato all’affare. 

Nessuna cordata, comunque. Tra tutti questi nomi, inoltre, non è stato scelto nessuno. La motivazione, stando alle parole di Roberto Cecchi, segretario generale del ministero dei Beni culturali, è che «Le offerte pervenute si configurano come non appropriate. Da questo momento l'amministrazione porterà avanti una fase di procedura negoziata». In parole povere, cercherà di capire se la lettera d’intenti del gruppo Tod’s possa trasformarsi in una offerta.

Ma non è finita. Secondo l'avviso di gara, messo a punto dagli uffici del commissario per l'area archeologica centrale di Roma, i lavori dovrebbero essere effettuati da una società di restauro sotto il controllo della Soprintendenza. Il bando prevede però studi di fattibilità, cantiere a norma, cronoprogramma con eventuali penali in caso di mancata consegna, e sicurezza a carico dello sponsor. Il tutto senza chiudere la porta ai visitatori nemmeno un giorno: la Soprintendenza Archeologica non può infatti permettersi di perdere le entrate che le assicura lo sbigliettamento per l’entrata al monumento romano. Tutto questo renderebbe l’impresa ardua per Diego Della Valle, che potrebbe tirarsi indietro. 

Così probabilmente il Colosseo rimarrà senza sponsor, e senza restauro. Il che è ovviamente pericoloso, visto che si tratta di un monumento all’aperto e che già a Pompei abbiamo modo di toccare con mano quali siano le conseguenze dell’incuria e della mancata manutenzione. Questa vicenda, inoltre, apre un’altra serie di problematiche. Fino a pochi mesi fa lo stesso Bondi salutava questa sponsorizzazione come l’esempio che avrebbero dovuto seguire tutte le Sovrintendenze italiane allo scopo di restaurare il patrimonio culturale in maniera veloce ed efficiente, come se la gestione privata fosse necessariamente dotata di queste qualità. Adesso, che il primo tentativo sembra votato al fallimento, una riflessione è d’obbligo.

Al di là dell’inquietudine che può provocare la presenza di annunci pubblicitari appiccicati qua e là sulle facciate dei nostri monumenti – perché sostanzialmente questo ha in cambio uno sponsor – il gioco evidentemente non vale la candela. Perché l’amministrazione pubblica non può fare affidamento su uno sponsor privato, che alla fine potrebbe anche non esserci, per dei lavori che non sono solo delicati ma assolutamente indispensabili.

 

Sara Santolini

 

*Le sette meraviglie del mondo moderno

**Proprietario del gruppo Tod’s e presidente onorario dell’ACF Fiorentina.

 

 

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