Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 6/12/2010


1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Yara, i sospettati sono tre”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “Il potere grigio degli oligarchi”. Di spalla: “Il museo del Novecento che accende Milano”. Al centro fotonotizia: “Drogato e senza patente travolge un gruppo di ciclisti”. Sempre al centro: “Berlusconi: prima o poi lascerò ma non a questi maneggioni”. In basso: “La neutralità della scienza e la partigianeria della politica” e “Se i cardinali scrivono favole”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “‘Yara è stata uccisa’”. Di spalla: “Berlusconi: ‘Non lascio. Fini e Casini vecchi’. Fli: si dimetta prima del 14” e “Silvio e il falò delle vanità”. Al centro fotonotizia: “Drogato in auto, strage di ciclisti” e “Assange: Onu spiato, Obama deve dimettersi”. A fondo pagina: “I brevetti dell’Europa non parleranno italiano” e “L’oroscopo della scienza: ‘Carattere deciso dal sole’”.

LA STAMPA – In apertura: “‘Yara uccisa’, si cerca il corpo”. In taglio alto: “Berlusconi: vogliono solo farmi fuori. Lascerò ma ai giovani”. Editoriale di Stefano Lepri: “Governi europei troppo buoni con i banchieri”. Al centro fotonotizia: “drogato e senza patente fa strage di ciclisti”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Bolzano e Trento unite in vetta” e l’editoriale: “Miopi e presbiti al consulto dei conti pubblici”. A centro pagina: “Niente fondi e difese azzerate per i creditori degli enti locali” e “Addio alle zone franche: in allarme le città già pronte con i progetti”. Di spalla: “Autodiagnosi al computer per scoprire i prodotti falsi”.

ITALIA OGGI – Apertura a tutta pagina: “Il Mezzogiorno sprofonda”.

IL GIORNALE – In apertura: “Bunga bunga del pm anti Berlusconi”. Al centro fotonotizia: “‘Ha ucciso Yara’. In paese minacce agli stranieri”. A fondo pagina: “Fate un regalo agli animali: non regalateli”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Yara, una telefonata accusa il giovane” e nel box: “Quella risposta al male che va condannata”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Il valore delle regole condivise”. Al centro: “Drogato e senza patente uccide sette cicloamatori” e “Sharm, turista tedesca sbranata da uno squalo”. Sempre al centro: “Berlusconi: vogliono farmi fuori, ma non lascerò a Fini e Casini”. In un box: “Onu spiata, Assange attacca Obama. Hillary, rimpasto di diplomatici Usa”. A fondo pagina: “Eolico, appalti pilotati in Sicilia: il giudice ferma le pale del malaffare” e “Palazzo Farnese, tesori in mostra”.

IL TEMPO – In apertura: “Delitto e castigo” e la foto-notizia: “Camminava serena e…”. Di spalla: “L’apocalisse e il nuovo inizio” e “Sull’asfalto la nostra guerra”. A fondo pagina: “L’orgoglio degli ex di An contro il ‘traditore’ Fini”.

IL FOGLIO – In apertura: “Ma dove andremo a prendere l’energia?”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Berlusconi non si tocca, l’unico slogan di sinistra”.

L’UNITÀ – Apertura a tutta pagina: “Paura razzismo”. (red)

2. Berlusconi: Vogliono farmi fuori, non lascio a Fini-Casini

Roma - Scrive LA STAMPA: “Ogni volta che dal palco viene citato Gianfranco Fini (e avviene spesso), parte una selva di fischi, e ‘buuu traditore’. Nell’affollatissimo Auditorium della Conciliazione, tra i militanti del Pdl riuniti al grido di ‘Avanti, Italia’, ieri il presidente della Camera era il convitato di pietra. Hostess che girano per la sala a proporre di firmare la petizione ‘O Berlusconi o elezioni, no a ribaltoni’, applausi a Falcone e Borsellino e fischi a Saviano, ministri e parlamentari in prima fila. Parlano La Russa, Gelmini, Meloni, il sindaco di Roma Alemanno, la presidente del Lazio Polverini. Ma il momento più atteso è la telefonata, che puntuale arriva, del leader Berlusconi. ‘Agli italiani bisogna fare delle domande precise: volete affidare il governo a dei signori attempati che sono sempre stati delle seconde file o ritenete che questo sia un rischio?’, attacca il nascente Terzo Polo, mentre la linea va e viene. ‘Sono consapevole’, ammette per la prima volta il Cavaliere, ‘che ho una certa età e che a un certo punto dovrò lasciare, ma lo farò solo dopo aver portato a termine il programma e di certo non passerò il testimone ai maneggioni della vecchia politica che hanno a cuore solo le loro ambizioni personali, ma alla nuova generazione di politici giovani, seri e preparati’.

L’obiettivo dei suoi strali sono loro, Fini e Casini: ‘Casini ha il solo fine di far fuori Silvio Berlusconi per prenderne il posto’, e consegnare il Paese alla sinistra, si infervora il premier, mentre sottolinea le ‘incoerenze’ del leader di Fli: ‘Da (Mussolini ndr) più grande statista del secolo al fascismo male assoluto, dalla Bossi-Fini al voto agli immigrati, dal presidenzialismo all’abolizione del premio di maggioranza’, scandisce. Difende l’operato all’Aquila, furibondo per quel rimprovero di due giorni fa del presidente della Camera (‘bastava dire la verità, che per ricostruire la città ci vorranno 10 o 15 anni’) e descrive cosa sarebbe il governo loro insieme alla sinistra: Ici, patrimoniale, ‘frontiere spalancate’. Il 14 dicembre ‘sono convinto che avremo la maggioranza sia alla Camera che al Senato’, non crede ci sia ‘una massa così grande di creduloni’ pronti a seguire questi ‘aspiranti leader’. Lui, al contrario, è stato la ‘star’ dei recenti incontri all’Osce e in Africa, titolare di un prestigio tale da essere ‘insostituibile a guidare l’Italia in un frangente così difficile’, dove l’instabilità potrebbe farci diventare ‘bersaglio della speculazione internazionale’. E per rispondere alle insinuazioni, garantisce sui figli: ‘Ho sempre fatto solo l’interesse del mio Paese’.

‘Berlusconi non è più lucido, sa solo insultare e basta’, reagisce il falco finiano Carmelo Briguglio. ‘È un uomo allo sbando’, si limita a replicare uno degli accusati, Pier Ferdinando Casini. Che, intervistato da Maria Latella su Sky, sottolinea come ‘con la defezione di Fli il governo non è più autosufficiente’ e ribadisce la necessità di un ‘governo d’armistizio’. Certo, ‘se Berlusconi ritiene, eventualmente avesse un voto in più, di aver risolto i suoi problemi, è una cosa da chiamare il 118’, ironizza. Per il Pd resta in piedi l’appello a un governo di responsabilità ‘con tutte le forze in Parlamento che ci stanno’, dichiara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, per fare ‘una nuova legge elettorale e due o tre misure per le emergenze’: niente nomi ‘noi parliamo solo di programmi’, chiarisce il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro. Sabato prossimo scenderanno in manifestazione ‘per dire a Berlusconi di andarsene a casa perché è lui la causa della crisi ed è lui che porta instabilità’, prosegue Bersani al Tg2. E sui nomi circolati a capo di un eventuale nuovo governo (Letta, Tremonti, Alfano: ‘Mi vanno tutti bene’, dice Casini), interviene uno dei papabili, il ministro della Giustizia: ‘Abbiamo tre nomi in campo: Berlusconi, Berlusconi, Berlusconi’. Se la fiducia non ci sarà, insistono dal Pdl, ‘chiederemo il voto del popolo’”. (red)

3. Idea del premier: appello alla responsabilità

Roma - “Fotografando l’attimo, la scena appare chiara. Da una parte – scrive il CORRIERE DELLA SERA - c’è un Silvio Berlusconi convinto di avere i numeri per andare avanti, pronto comunque ad affrontare — se dovesse essere sfiduciato — una campagna elettorale dura ma dagli slogan obbligati, ‘traditori’, ‘non mi hanno lasciato governare’, ‘fatemi finire il mio compito e poi passerò la mano ai giovani’. Un Berlusconi insomma che, dicono, ha già appaltato spazi per cartelloni pubblicitari, che non esclude del tutto di parlare alla sua gente sabato prossimo in piazza Duomo — a un anno di distanza dall’episodio della statuetta — in occasione della mobilitazione che il Pdl farà nel weekend per difendere il governo e che vedrà comunque un suo videomessaggio registrato. Un Berlusconi che dei suoi avversari pensa una sola cosa: ‘Vogliono farmi fuori, e io non gli faciliterò il compito...’. Dall’altra parte, ci sono i terzopolisti uniti, compattati da una guerra che non permette defezioni, ormai decisi nel chiedere il passo indietro di Berlusconi. Che, secondo Casini, dovrebbe indicare lui un suo successore ma che non ha altra via che quella del togliersi di mezzo. E che, secondo i finiani, sta sprecando tutte le occasioni per ottenere un reincarico, ipotesi che secondo i fedelissimi del presidente della Camera ‘ormai è quasi impossibile per come si sono messe le cose, e diciamo quasi solo perché in politica nulla può essere mai escluso...’.

Se insomma le cose stanno così, la settimana che ci separa dal voto di fiducia del 14 dicembre non vedrà altro che tentativi di mantenere i propri numeri da parte di Fli e Udc, e di conquistarli da parte di Berlusconi. Il quale ha ormai preso direttamente in mano la situazione e, poco fidandosi dei calcoli dei suoi, ha intenzione di convincere lui i riluttanti o gli indecisi terzopolisti spiegando soprattutto che l’alternativa alla sfiducia sono le elezioni anticipate, obiettivamente un danno per tutti. E in effetti, è questo lo scenario decisamente più probabile in vista del voto alle Camere, se è vero che anche un contatto diretto tra il Cavaliere e il leader dell’Udc ha sortito ben pochi effetti: i due, raccontano, si sono sentiti in occasione del compleanno di Casini, il 3 dicembre. Toni amabili, quasi amichevoli, del tipo ‘ma lo sai che non volevo offenderti, no?’, ma sostanza immutata: l’accordo politico, almeno fino ‘al 15 dicembre’ come ripete Casini, sembra impossibile, dopo si vedrà. Perché dopo, se Berlusconi ce la facesse ad ottenere un voto in più degli avversari, tutto potrebbe ancora succedere: ‘Il premier — dice Gaetano Quagliariello — farebbe certamente un appello alla responsabilità, e sarebbe pronto ad allargare la sua base parlamentare come a qualche ritocco nel governo...’.

E però non tutto può essere dato per concluso nemmeno in questa fase. Fonti vicine a Fini assicurano che ‘un lavorìo’ che vede attive le colombe c’è ancora, e fonti altrettanto vicine al premier parlano di un ‘sottilissimo spiraglio’ che resta aperto, di un ‘periodo ipotetico del secondo tipo, se non del terzo...’, perché come è vero che lo scontro tra Berlusconi e Fini è tanto drammatico quanto personale e dunque quasi irrisolvibile, è altrettanto vero che il Cavaliere, dicono i suoi ‘è l’uomo dai colpi d’ala finali, dalle soluzioni a sorpresa dell’ultimo minuto’, come è vero che ‘al voto non vuole davvero andarci nessuno, ma proprio nessuno’, giurano dall’una e dall’altra parte. Insomma, tra tattica e bluff la crisi si fasempre più complicata e di difficile soluzione. Di sicuro, c’è che il premier sta cominciando a lavorare al discorso che terrà alle Camere lunedì prossimo. Un discorso che, prevede il suo portavoce Paolo Bonaiuti, non sarà né di sfida né di concessioni, ma ‘alto’ e teso a rimarcare i motivi per i quali ‘bisogna sostenere questo governo, che ha avuto il grandissimo merito di evitare all’Italia una deriva stile Grecia, e che ha oggi la possibilità di lavorare per far ripartire davvero il Paese. Motivo per cui sarebbe da irresponsabili andare alle urne’”. (red)

4. Governo, Cicchitto apre: Cambiamo legge elettorale

Roma - La STAMPA intervista il capogruppo dei deputati del Pd, Fabrizio Cicchitto: “Nella ornitologia del Pdl, di cui lei Cicchitto è presidente dei deputati, dobbiamo considerarla ‘falco’ oppure ‘colomba’? ‘Né l’una né l’altra cosa. Io mi iscrivo alla vecchia scuola del realismo politico’. Le sembra realistica una tregua in extremis tra quei due, Berlusconi e Fini? ‘Difficilissima, non impossibile. Ma a condizioni molto diverse da quelle che indicano i terzopolisti’. Chi sarebbero i terzopolisti? ‘Fini e Casini. I quali, ritenendosi furbissimi, si sono cacciati in un vicolo cieco’. Quale vicolo? Ci faccia capire. ‘Fini aveva detto che il 13 dicembre avrebbe deciso se presentare o no una mozione di sfiducia. Invece, d’accordo con Casini, ha bruciato i tempi e l’ha presentata di corsa’. Che cambia, mi scusi? A chi non vive la politica sembrano tutti dettagli procedurali per addetti ai lavori. ‘Anticipare i tempi implica una scelta netta di rottura, e anche un cambio di collocazione politica e anche di alleati. Nel senso che la loro mozione sarà votata anche da Pd e Idv. Per chi viene dalla storia della destra, ed è stato eletto nelle liste su cui era scritto Berlusconi presidente, un bel salto nel buio. Se io fossi in loro mi augurerei che Berlusconi ce la facesse ugualmente, magari di strettissima misura’.

Lei non vorrà scherzare. Machiavellici fino a tal punto? ‘Sì, perché altrimenti andremmo diritti a elezioni anticipate’. Anziché le elezioni, potrebbe nascere un governo tecnico... ‘Ma via! Sarebbe tecnico solo con una presenza di Pdl e Lega. Invece senza di noi diventerebbe politico e a elevato livello di provocazione, che qualunque persona dotata di equilibrio si guarderebbe bene dallo sponsorizzare. Lei s’immagini che cosa scatenerebbe nel Paese un eventuale governo Fini-D’Alema, con l’intermediazione di Casini...’. Però qui nessuno sta parlando di governo Fini-D’Alema. ‘Appunto. Dopo aver coperto Berlusconi di contumelie, i terzopolisti gli chiedono adesso non una ma due cortesie. Di togliere spontaneamente il disturbo prima del dibattito in Parlamento. E di dar vita a un governo presieduto, per non far nomi, da Letta, o da Tremonti, o da Alfano’. Quindi Silvio si fa da parte e al suo posto va uno dei tre... ‘Non funziona. Il vero obiettivo sarebbe, con tutta chiarezza, quello di far fuori Berlusconi. E nel Pdl non si presterebbe nessuno’.

Quindi l’unica alternativa alle urne rimane un Berlusconi-bis... ‘Il governo Berlusconi, che faccia due passi avanti, altro che passo indietro. Il primo sull’economia, visto che qui la situazione peggiora: si potrebbe recepire quel tanto di convergenza che è stata realizzata da Confindustria e sindacati, cercando di coniugare insieme rigore e crescita. In questo senso si sono già mossi Berlusconi, Fitto e Tremonti con il Piano per il Sud’. L’altro passo? ‘Riprendere il filo delle riforme istituzionali. Superare il bicameralismo, più poteri al premier, meno parlamentari. Il tutto collegato a un’eventuale riflessione sulla legge elettorale’. Quindi lei conferma che, pur di far pace, il sistema di voto non sarebbe più un tabù... ‘Il punto discriminante è mantenere il premio di maggioranza. Perché significa bipolarismo e significa anche possibilità per i cittadini di scegliersi il premier. Ma viste come sono messe le cose, Fini e Casini sarebbero disposti a rinunciare al loro attuale antiberlusconismo?’. Già. E Berlusconi con tutto questo sarebbe d’accordo? ‘È chiaramente una domanda che dovreste rivolgere a lui. Ma prima devono rispondere quegli altri due’”. (red)

5. Bocchino: Possibile bis per Berlusconi se si dimette

Roma - LA REPUBBLICA intervista il deputato finiano Italo Bocchino: “Berlusconi vi ha definiti ‘traditori, maneggioni, ammucchiata di reduci ‘. Vi preoccupa l’ira del premier su Fli e Udc? ‘Il premier è in piena tempesta emotiva. Del resto Berlusconi è abituato a comandare, come ogni imprenditore, e si accorge di essere finito in minoranza, da qui la reazione. Il resto è propaganda. Sperando di andare al voto vuole fare la campagna elettorale sul tradimento, senza rendersi conto che i nostri sondaggi, come del resto i suoi, dimostrano in modo evidente che questa operazione porta voti proprio a noi, poiché tutti sanno che è stato lui a cacciare Fini. Più delle parole di Berlusconi ci preoccupa il clima che il Pdl e le sue propaggini giornalistiche vogliono creare. Un clima di odio, di contrapposizione che, come è accaduto in altro periodi della storia, rischia di armare le mani di estremisti o di pazzi’. La campagna di ‘Libero’ contro di voi quali conseguenze ha? ‘Il ‘metodo Belpietro’ è quello terroristico di sbattere nome e indirizzo (ora quello mail) in prima pagina, per additarlo agli elettori, si dice, ma l’obiettivo è intimorire e minacciare. Dovevamo fare la rivoluzione liberale e siamo riusciti a fare quella sudamericana, con Verdini per il quale ‘chissenfrega’ delle istituzioni e gli avversari politici additati così che qualcuno possa colpirli’.

Lei è stato minacciato? ‘Essendo il primo della lista, ho ricevuto 500-600 mail: due terzi di insulti e minacce, il resto di persone indignate per questa operazione. Numeri esigui, in definitiva’. Cosa si aspetta in questa settimana di passione che manca alla sfiducia? ‘Il posizionamento è finito: da una parte ci sono 317 deputati per la sfiducia e 308-309 dall’altra. Non ci saranno sorprese. Sarà una settimana politicamente tesa, ma di scontri verbali. Berlusconi non ha più la maggioranza. Il consiglio è che vada a dimettersi e poi si sieda attorno a un tavolo con Fini e Casini’. Ritenete ancora possibili le dimissioni di Berlusconi? ‘È probabile che si dimetta. Non c’è ragione per farsi sfiduciare. Può continuare a mostrare i muscoli per rabbia o perché qualche consigliere ‘scienziato’ gli fa credere di avere i voti in tasca. Ma il 14 mattina immagino si dimetterà, avendo così la possibilità, per prassi costituzionale, di riassumere l’incarico. Da quel momento si apre un’altra fase politica’. Quindi Fli non chiude a un Berlusconi-bis? ‘Se Berlusconi viene sfiduciato, non ci sono più margini. In un nuovo governo per noi è importante in primo luogo il programma’.

E quali sarebbero i vostri punti-cardine? ‘Sarebbero due. Una nuova agenda economico-sociale partendo dall’accordo che Confindustria e parti sociali hanno recentemente firmato; la riforma della legge elettorale non punitiva nei confronti di nessuno, ma che cambi il meccanismo del premio di maggioranza e che preveda almeno la metà dei deputati scelti attraverso i collegi uninominali. Poi è importante la coalizione: vogliamo si torni a quella del 1994. La foto è Berlusconi, Fini, Casini e Bossi: il premier ha espulso l’anima moderata e valorizzato quelli con la bava alla bocca. Chi guiderà questo governo, si vedrà’. La partita vera è quella del 15 dicembre, del ‘dopo’? ‘È Berlusconi stesso che può precludersi il bis se si fa sfiduciare. Noi non vogliamo elezioni perché la crisi economica è grave. E non vogliamo ribaltoni: no a un governo di responsabilità che mandi all’opposizione chi ha vinto le elezioni; sì, se è con Pdl e Lega. Se Berlusconi indica un suo nome - Letta, Tremonti o Alfano - va benissimo’. E un governo Schifani per cambiare la legge elettorale? ‘Non me vedo le condizioni politiche, ma da parte nostra nessuna preclusione’”. (red)

6. Napolitano preoccupato: pensano solo alla resa dei conti

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Niente comunicati, nemmeno uno straccio di commento ufficioso. Sulla si­tuazione politica il Quirinale fa sapere di non avere ‘proprio nulla da dire’. Ma anche in una domenica così, d’attesa, Giorgio Napolitano trova il modo di far capire come intende gestire la crisi: né urne, né ribaltone, sul Colle si lavora alla ricerca della terza via. L’avviso ai naviganti, il ‘mes­saggio nella bottiglia’, stavolta è quasi nascosto dentro la lettera di saluto alla giornata nazionale del volontariato: il cosiddetto ‘terzo settore’, scrive il capo dello Stato, ‘è una linfa vitale della nostra convivenza e va sostenuto proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche’. Ecco il punto chiave, ‘le dif­ficoltà economiche’ del Paese. Alla vigilia di una robusta emissione di titoli di Stato, con Irlanda, Spagna e Grecia già aggredite dalla speculazione internazionale, con un cruciale Consiglio europeo che il 16 e il 17 dovrà riscrivere il patto di stabilità, Napolitano teme che, come ha scritto il Financial Times , ‘la tempesta dell’eurozona’ si diriga anche verso l’Italia.

Al Quirinale non si capacitano del disinteresse mostrato dai partiti su quanto sta succedendo all’euro. In Italia si guarda solo alla resa dei conti del 14. Eppure non è questo il momento di vuoti di potere e di campagne elettorali laceranti, non ce lo possiamo permettere, serve semmai, appunto, ‘sostenere la convivenza’. Ma non si può nemmeno mettere in piedi un governo a qualunque costo, un multicolor pasticcia­to, con i vincitori delle elezioni fuori da Palazzo Chigi. E visto che i tanti appelli pubblici al senso di responsabilità non bastano più, il presidente sta preparando un piano B. Dunque, se cade Berlusconi, niente scioglimento flash e niente ribaltoni. Non resta allora che lo schema 2008, e cioè mettere in pista la seconda carica dello Stato per vedere se si può salvare la legislatura. Renato Schifani, presidente del Senato, potrebbe quindi avere un mandato esplorativo, esattamente come avvenne due anni fa con Franco Marini all’epoca del collasso del governo Prodi. Schifani potrebbe verificare se ci sono i numeri per mettere in piedi (con lui o con un altro del centrodestra a Palazzo Chigi) un esecutivo capace di garantire la, chiamiamola così, continuità aziendale del Paese per portarlo al riparo dai rischi. Ma questa soluzione richiede un governo ‘di profilo’ con la partecipazione attiva di Pdl e Lega.

Fantapolitica? A una setti­mana dal D-day, è impossibile fare previsioni serie. Oggi come oggi infatti la spaccatura è netta e non si intravedono nemmeno le condizioni per quella ‘assunzione di responsabilità’ richiesta dal capo dello Stato. Ma otto giorni sono tanti, tutto può accadere. E quale che sia l’esito del voto sulla fiducia martedì 14, il capo dello Stato è stufo di essere strattonato dall’opposizione, che disegna ipotesi future con nuovi premier, e dalla maggioranza, ferma sulla linea ‘fiducia o voto’. Napolitano, che non vuole essere ‘coinvolto nel gioco dei tatticismi’, eserciterà ‘con il consueto rigore’ le sue prerogative costituzionali. Tradotto significa che, se il Cavaliere andrà sotto e si aprirà una crisi formale, Napolitano non scioglierà subito le Camere ma aprirà le consultazioni formali. I partiti sfileranno nello studio alla Vetrata per un ricognizione preliminare e dovranno scoprire le carte. Dopo il voto sulla fiducia le cose saranno per forza più chiare, gran parte della nebbia di ‘tatticismi’ si sarà diradata. Se il Cavaliere verrà davvero disarcionato, potrebbe quindi provarci Schifani. Se fallisse anche lui, le elezioni sarebbero più vicine”. (red)

7. Bersani: governo con chi ci sta, via il premier

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Se il problema, come comincia a dire Berlusconi, è l’instabilità durante l’emergenza economica, Pier Luigi Bersani ribatte: ‘È lui la causa della crisi, è lui il simbolo dell’instabilità e non vogliamo che l’Italia venga travolta dalla sua debolezza’. Dunque, il segretario del Pd conferma: il premier deve andare a casa. ‘Andiamo in piazza San Giovanni, sabato, proprio per dire questo. E lì presenteremo le nostre proposte per rinnovare il Paese’. Il passaggio successivo al 14 dicembre è quello che Bersani ha indicato fin dall’inizio. ‘Io spero in un governo con tutte le forze che sono in Parlamento e che abbiano la volontà di fare un passaggio di transizione’. Non l’anticipo di una coalizione futura, solo un’alleanza temporanea per ‘cambiare la legge elettorale - dice il leader in un’intervista al Tg2 - e fare due o tre provvedimenti per contrastare la crisi economica’. Il Partito democratico, per arrivare a questo traguardo, dovrà affrontare alcuni problemi nel suo campo. L’opposizione di Vendola e Di Pietro (più tenue la seconda), desiderosi di andare subito al voto in caso di caduta del governo. ‘Ma Vendola - risponde senza spocchia Bersani - non è in Parlamento. Noi ci rivolgiamo ai partiti che sono nelle Camere’. Bersani è convinto che il voto vada escluso: ‘Non parlo di elezioni perché le elezioni non ci saranno. Andare alle urne adesso significa ripetere un referendum su Berlusconi sì Berlusconi no. Perderemmo un altro giro, un’altra occasione’. In più, o meglio sempre di più, Bersani considera Berlusconi ‘pericoloso’, vede la democrazia italiana rischiare ‘nuovi strappi’, come spiega all’Unità. ‘Ma senza il Pd - avverte Bersani - non c’è né l’alternativa né la transizione’.

Il punto però è se il suo partito, al momento giusto, avrà il coltello dalla parte del manico. Se non si aprirà un nuovo caso al suo interno. L’atteggiamento dei radicali in vista del voto di fiducia resta misterioso. Marco Pannella parla all’assemblea del Popolo Viola a Roma. Tira fuori l’accento romano: ‘A’ dritto! Te vuoi sape’ cosa fanno i radicali il 14? E io nun te lo dico’. Giù sfottò, insulti, gente che si alza e va via: ‘Ma chi l’ha invitato Pannella?’. Un’uscita nella tana degli ultrà anti-berlusconiani che non scioglie i dubbi che circolano da giorni sul comportamento dei sei radicali alla Camera (eletti nelle liste del Pd) sul voto di sfiducia. Pannella ruba la scena di questa convention, a un anno dal No B day, agli altri invitati: Diliberto, Ferrando, Bonelli, Staderini e, via skype, Vendola e Di Pietro. Per il Pd Vincenzo Vita e Sandro Gozi. Pannella arriva a mezzogiorno, cappottone lungo, sigaro acceso, lunga coda di cavallo. Aspetta due ore seduto in platea: si parla di lavoro, conflitto di interessi, legge elettorale. Alza la voce quando dal palco si propone un ritorno al Mattarellum: ‘Quella è stata la truffa più grande’. Ascolta un sondaggio di Ipr che stima le potenzialità elettorali del Popolo viola tra l’uno e il tre per cento. Si ricordano i cablogrammi di WikiLeaks, nei quali si cita il primo No B day e le preoccupazione di Berlusconi. Poi, verso le 14, Pannella è invitato a parlare. Ma lascia tutti con un pugno di mosche”. (red)

8. Rutelli: Un esecutivo di larghe convergenze

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA intervista Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia (Api): “Il premier Silvio Berlusconi ha definito lei, Casini e Fini, ‘maneggioni della vecchia politica’. Il leader dell’Api (Alleanza per l’Italia), alleato di Udc e Fli, risponde al veleno con il veleno: ‘Non mi interessano queste polemiche. Se poi vengono da un governo che passa dal caso Verdini a quello Cosentino, alle preoccupazioni americane sulle forniture energetiche russe...’. Scambio di accuse a parte, che cosa succederà il 14 dicembre? ‘Berlusconi cerca di avere almeno un voto in più, ma è evidente che, se anche ciò avvenisse, non basterebbe per governare il Paese. Due anni fa il governo Prodi non cadde per la defezione di alcuni senatori, ma per motivi politici: l’Unione era scoppiata. Oggi accade lo stesso, perché la crisi è già in atto ed è provocata dalla rottura tra Fini e Berlusconi: quella maggioranza non c’è più, si è chiusa un’epoca’. Se sarà crisi di governo e non si dovesse andare al voto, come si comporterà il Terzo Polo? ‘La via maestra è la creazione di una larga maggioranza: sarebbe inconcepibile affrontare l’attuale, grave, crisi economica con un governicchio. Ci vuole un esecutivo di larga convergenza che faccia scelte coraggiose per la crescita dell’economia. Ormai è sotto gli occhi di tutti: la mezza mela di destra ha fallito, come anche quella di sinistra. E domani saranno più deboli di ieri. La missione del Nuovo polo è quella di creare un nuovo equilibrio’.

Ma con chi dovrebbe allearsi il Terzo o, come dice lei, ‘Nuovo polo’, per dare vita a questo governo di ‘larghe convergenze’? ‘Bisognerà costituire una maggioranza più larga possibile, che a destra dovrà coinvolgere il Pdl e fare i conti con la Lega, cioè con l’attuale maggioranza, e a sinistra il Pd. Con Di Pietro sarà più difficile perché non è interessato a soluzioni costruttive: è l’altra faccia del populismo’. Si dovrà occupare solo di economia o anche di legge elettorale? ‘La legge elettorale resta sullo sfondo perché è a tutti evidente l’assurdità di un sistema che offre il premio di maggioranza, il 55% dei seggi, a coalizioni che ormai viaggiano sotto il 40% dei voti. Non succede neppure in Birmania. La vera emergenza italiana è la stagnazione economica e la crisi del lavoro. È su questo che si dovranno concentrare gli sforzi del nuovo governo che, speriamo, abbia i prossimi due anni per approvare quelle riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno e che né questo governo, né quello dell’Unione è riuscito a fare. Una cosa comunque è certa: il Nuovo polo non sarà, come dicono alcuni, ‘il partito della spesa’. Anzi, il nostro obiettivo sarà quello di dare stabilità ai conti e ricostituire l’avanzo primario’. Ma chi dovrà guidare il governo delle ‘larghe convergenze’? Anche lo stesso Berlusconi? ‘Io non l’ho mai votato per 16 anni. Le pare che possa votarlo adesso? Ci sono almeno cinque personalità in grado di farlo, ma è presto per fare nomi e chi decide è il presidente della Repubblica’.

Chi sarà il leader del Nuovo polo: lei, Fini, Casini o, magari, un ‘papa straniero’? ‘È prematuro parlare di leadership, noi tre ci stimavamo già prima, oggi abbiamo una bella intesa, non ci divideremo’. Ma se si andrà invece a votare dovrete porvi il problema. ‘Certo. Ma una cosa è sicura. Anche se non si cambierà la legge elettorale saremo comunque determinanti. I sondaggi già parlano del 20% e ciò vuol dire che chiunque vincerà alla Camera, con il premio di maggioranza, al Senato dovrà fare i conti con noi. In altre parole: se non sarà possibile creare da oggi un nuovo governo di larga maggioranza, come noi auspichiamo, si perderà solo del tempo prezioso per l’Italia perché si sarà costretti comunque a farlo dopo le elezioni, dato che nessuno prevarrà a Palazzo Madama. E, intanto, l’Api sta crescendo: è nata appena un anno fa e oggi già conta 1.200 eletti nelle amministrazioni locali. Raccoglierà presto altri 5 consiglieri regionali. Più che sui deputati in cerca di conferma, puntiamo su molti giovani che, controcorrente, si riavvicinano alla politica: li raduneremo a Siena all’inizio di gennaio’”. (red)

9. Stragi, Alfano: Darò tutte le carte al parlamento

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “‘Tirerò fuori tutte le carte che sono nei cassetti ministeriali e le metterò a disposizione del Parlamento’. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano dice di essere pronto a fare la sua parte per chiarire cosa c’è dietro le revoche del 41 bis decise nel maggio del 1993. La storia è venuta fuori in queste settimane. Il giorno dopo il fallito attentato a Maurizio Costanzo, che fece subito pensare a Cosa nostra, furono firmati 140 decreti che annullavano il regime di carcere duro. Di quei 140 mafiosi solo 17 erano diventati collaboratori di giustizia, ed erano stati gli stessi magistrati a chiedere il provvedimento. Per tutti gli altri si trattò di una scelta autonoma del governo. L’allora ministro della Giustizia, Giovanni Conso, non ha raccontato l’episodio alla commissione antimafia, quando è stato ascoltato pochi giorni fa. Ha invece parlato di altri 140 ‘41 bis’ che pochi mesi dopo, nel novembre del ‘93, non vennero rinnovati. A proposito di questo secondo pacchetto, Conso ha precisato di non aver avuto ‘alcuna pressione o invito di alcuno’ e che ‘quella decisione non fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto’. Una scelta autonoma, secondo il ministro della Giustizia dell’allora governo Ciampi. E quindi non collegabile all’ipotetica trattativa fra Stato e mafia che, per mettere fine alla stagione degli attentati, avrebbe avuto fra i punti in discussione proprio l’abolizione del carcere duro. Intervistato dal Tg1, Alfano definisce il suo predecessore Conso un ‘insigne giurista’ e ‘notoriamente un galantuomo’. Ma aggiunge di essersi ‘chiesto più volte in questi giorni che cosa sarebbe successo se le revoche del 41 bis le avesse fatte il sottoscritto con il presidente del consiglio Silvio Berlusconi’. Per poi concludere che, rispetto a quell’episodio, ‘probabilmente fa più glamour preoccuparsi di Berlusconi’”. (red)

10. L’Fbi difende De Gennaro: "Da 30 anni fidato partner"

Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “‘Per quasi 30 anni Gianni De Gennaro è stato un amico fidato e un partner dell’Fbi e delle forze dell’ordine Usa’: queste le parole del direttore dell’Fbi, Robert S. Mueller, che ieri ha diffuso una nota per rispondere alle notizie apparse in questi giorni in Italia. Il direttore del Dis, Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza, ha aggiunto il direttore dell’Fbi, ‘è un leader che ha dato un contributo significativo alla lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo, rendendo i nostri due Paesi più sicuri, agendo sempre con instancabile dedizione verso la giustizia e il rispetto della legge’. Il prefetto ed ex capo della Polizia, è stato chiamato in causa nei giorni scorsi da Massimo Ciancimino (figlio dell’ex sindaco colluso di Palermo, Vito Ciancimino) che lo ha definito ‘molto vicino’ all’agente dei Servizi che, negli anni Novanta, avrebbe avuto un ruolo in una presunta trattativa tra lo Stato e l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, l’ormai noto ‘signor Franco’. Ipotesi che, però, poi, incalzato dai pm di Caltanissetta, Ciancimino jr avrebbe ritrattato dicendo di ricordare alcuni sfoghi del padre, morto nel novembre del 2002, carichi di risentimento nei confronti dell’allora capo della polizia, colpevole di non aiutare la trattativa a prendere gli sbocchi desiderati da Totò Riina. De Gennaro ha replicato annunciando una denuncia per calunnia contro Ciancimino”. (red)

11. “Vieni via con me”: Sospeso Mazzetti, richiamo a Fazio

Roma - Scrive LA STAMPA: “Il capostruttura di Raitre Loris Mazzetti è stato sospeso per 10 giorni. Il provvedimento non è ancora esecutivo e anche lui potrebbe, come Santoro, ricorrere alla via dell’arbitrato aziendale. Così si conclude il procedimento disciplinare avviato nei confronti dell’artefice di ‘Vieni via con me’ per gli articoli scritti sul Fatto Quotidiano, per le dichiarazioni sul programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano, per le opinioni espresse durante un programma in onda su La7 e per altre dichiarazioni considerate ‘lesive’ per l’immagine dell’azienda di viale Mazzini. Il provvedimento era stato anticipato, come da prassi, da una lettera di richiamo, dove erano contenute le contestazioni mosse a Mazzetti, il quale aveva poi dovuto rispondere entro 5 giorni dal ricevimento della stessa. Nella lettera che accompagna il provvedimento sarebbe sottolineato che le giustificazioni fornite hanno finito con l’attenuare la posizione di Mazzetti, determinando così una misura disciplinare di gran lunga ridotta rispetto a quella che inizialmente sembrava rischiasse di doversi veder arrivare, come il possibile licenziamento. Sul provvedimento della Rai ha espresso esprime ‘amarezza’ il conduttore di ‘Vieni via con me’ Fabio Fazio durante la puntata di ‘Che tempo che fa’, quando ha letto un suo personale elenco ‘di quello che mi rimane’ dopo le quattro puntate del programma condotto con Roberto Saviano. Fazio ha sottolineato che ‘al dirigente responsabile del programma non è stata risparmiata la sospensione’ di 10 giorni, ‘e noi invece abbiamo tanto bisogno di lui’. Non è questa, comunque, la sola bacchettata al programma di Fazio e Saviano. Una lettera di ‘rimprovero’ per aver ‘sforato’ di due minuti e mezzo rispetto al programmato nella serata della quarta e ultima puntata è arrivata sul tavolo del direttore di Raitre, Paolo Ruffini”. (red)

12. Yara, marocchino fermato. Si cercano 2 italiani

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Un marocchino dietro le sbarre e due italiani misteriosi: sarebbero tre uomini i depositari del segreto di Yara Gambirasio, la ginnasta tredicenne scomparsa il 26 novembre scorso da Brembate di Sopra. Ipotesi dell’accusa: il nordafricano avrebbe aiutato a sequestrare e far sparire la ragazza, violentata e uccisa dagli altri due. Se la serata di sabato ha impresso la prima svolta all’inchiesta con l’avventurosa cattura dell ‘ extracomunitario mentre viaggiava in nave verso Tangeri, la domenica ha segnato un rincorrersi di voci, smentite e mezze conferme fino a delineare un quadro più chiaro in serata. Lo straniero, ora nel carcere bergamasco di via Gleno, è fermato con l’accusa di sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere; nessun cittadino italiano è a sua volta arrestato ma gli inquirenti ipotizzano che non sia l’unico responsabile della sorte di Yara: alcune frasi dell’immigrato, intercettato al telefono, lasciano intendere che lui sarebbe il complice di due italiani — sulla cui identità ci sarebbe già più di una ipotesi — che avevano prelevato a forza la ragazza per abusarne sessualmente. Solo successivamente la vittima sarebbe stata uccisa e il cadavere occultato chissà dove.

È un quadro terribile che si regge però su poche parole frammentarie e che non ha trovato rinforzo nell’interrogatorio affrontato ieri dall’indagato davanti al pm Letizia Ruggeri. ‘L’uomo ha fornito le sue giustificazioni’, è l’unico commento rilasciato dalla titolare dell’inchiesta. Tradotto: non ha svelato che fine ha fatto Yara, non ha svelato chi sono i due italiani misteriosi, si è dichiarato estraneo a tutta la vicenda. L’identità del fermato non è ancora trapelata: si sa solo che ha 23 anni e che dal giugno del 2010 risiede a Montebelluna, in provincia di Treviso, nella zona di piazza IV Novembre, dove vivono numerosi immigrati. In Veneto, però, ci è sempre rimasto poco o nulla: l’immigrato gira l’Italia lavorando come muratore nei cantieri e in Lombardia ci era arrivato con una delle ditte che stanno costruendo il grande centro commerciale di via Regia, ai confini tra i comuni di Brembate e Mapello. Proprio lì, nel punto in cui il segugio Joker della polizia di Lugano aveva indirizzato martedì le ricerche di Yara, è stato trovato il bandolo della matassa. Gli inquirenti si sono fidati della pista indicata dal cane e hanno messo sotto controllo i telefoni di tutti gli operai del cantiere. Il paziente lavoro di ascolto è stato premiato pochi giorni fa quando un marocchino ha pronunciato al cellulare alcune frasi da far gelare il sangue. Una su tutte: ‘Allah mi perdoni, ma non l’ho uccisa io’.

Poi ce ne sono altre da cui traspare che la sorte della tredicenne scomparsa è tragicamente segnata ma che i responsabili sono due italiani, mai citati per nome e cognome. Tanto basta per far finire lo straniero in cima alla lista dei sospetti; l’uomo si mette definitivamente nei guai assentandosi d’improvviso per alcuni giorni dal lavoro e acquistando in un’agenzia viaggi di Montebelluna un biglietto per il Marocco. Un chiaro tentativo di fuga, agli occhi del magistrato che a questo punto emette un provvedimento di fermo, poi eseguito in maniera rocambolesca: due giorni fa i carabinieri si sono precipitati a Genova e dopo aver controllato senza successo il traghetto Excellent, anch’esso pronto a fare rotta verso Tangeri, militari e capitaneria di porto si sono lanciati su una motovedetta all’inseguimento della motonave Berkane, già entrata in acque internazionali e convinta a fermare le macchine dopo una frenetica trattativa col comandante. ‘Il Berkane si trovava a venti miglia dalla costa tra Alassio e Ventimiglia — spiegano dalla capitaneria — e non eravamo legittimati a ordinare il rientro della nave. Ma il comandante ha capito le nostre necessità’. A bordo di questo secondo traghetto i carabinieri hanno trovato il loro uomo”. (red)

13. Yara: cartelli razzisti, ma Brembate si divide

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “E attendono l’alba come se Yara ‘fosse in attesa di essere liberata’. Gli altri? ‘Doveva toccare alla figlia di un giudice o di un politico, non di uno di noi. Così quelli che si occupano della legge capiranno una buona volta che cos’è che bisogna fare...’ La frase spietata esce dalla bocca di un anziano, con un caschetto di capelli bianchi, che sta accanto a un coetaneo della protezione civile. Forse sta in questa frase la sintesi più cruda per raccontare senza diplomazie ‘come ci si sente’ oggi a Brembate, dove il freddo di questo dicembre di neve e nebbia è niente rispetto al gelo che scende in via Rampinelli, davanti al cancello della famiglia Gambirasio, quando arriva, scuro e teso in volto, dopo una notte d’interrogatori, il colonnello provinciale dei carabinieri. Su Yara, tredicenne con l’apparecchio per tenere dritti i denti, resta ormai acceso un lumicino di speranza, sempre più flebile: a questo si riduce la ‘svolta’. Brembate, che sinora ha rispettato la dolente scelta del silenzio invocata da papà Fulvio e mamma Maura, ha così uno scossone imprevisto. La delusione popolare per come vanno tante cose da tanti, troppi anni, dall’immigrazione alla certezza della pena, si condensa in un sordo rancore. Quello che fa dire: ‘Che volete sapere da noi? Rivolgetevi a quei marocchini là, al bar dove bevono la birra’. E che innervosisce una donna robusta: ‘Hanno i figli che sono andati a scuola con Yara, perché non aiutano le ricerche, perché non dicono niente?’.

Non è facile nemmeno essere immigrato: ‘Per colpa di uno, rischiamo sempre tutti di passare dei guai, ma - spiega un magrebino - la gente del posto lo sa, qua noi lavoriamo, è sempre stato un paese tranquillo. Noi non diamo problemi, lavoriamo tutti’. È sempre stato così, a Brembate, una sorta di quartiere residenziale della megalopoli di capannoni e mercatoni, condomini e ville che da Bergamo arriva sino alle Prealpi. Sino a dieci giorni fa, quando Yara scompare, quando Brembate si scopre ferita e vulnerabile, e non più ‘tranquilla’ come si sognava. I più rumorosi conquistano oggi qualche spazio: soprattutto nelle tv, e molto meno nelle strade. Ecco lo sgommante quarantenne occhialuto. Arriva apposta su un grosso Suv tedesco e mostra il cartello ‘Occhio per occhio, dente per dente’, scritto sul retro di un bersaglio del tiro a segno. Altri ostentano un ‘Marocchini fuori da Bergamo’. Pochi episodi, estranei alla folla che due sere fa non ce la faceva a stare tutta nella chiesa, con le centinaia di volontari che arrivano qui da ogni angolo della bergamasca, con chi dice: ‘Ma che senso ha cercare un capro espiatorio? Per altro, non ci sono certezze...’. Tanta gente, pur brontolando in privato, in pubblico va d’accordo con il sindaco Diego Locatelli, il quale all’improvviso si presenta ai giornalisti. E legge un comunicato. Quei cartelli di odio contro gli immigrati, dice, ‘non corrispondono al nostro modo di essere’.

Sono ‘singoli episodi’ e si augura che ‘non vengano strumentalizzati’. E quanto ai no comment continui raccolti dai cronisti? ‘Non abbiamo niente da nascondere, ma - spiega il sindaco - mettiamo a disposizione tutto quello che è possibile per aiutare la famiglia di Yara’. Se insomma ‘non è stato possibile instaurare un rapporto con i media, come da loro auspicato’, dipende da una filosofia (non solo bergamasca, ma qui molto sentita): ‘La nostra dignità e il nostro rispetto sono completamente a disposizione della famiglia e non si ha voglia di protagonismo o di audience. Invitiamo la stampa - precisa il sindaco - a comprendere che la vita non è fatta solo di show, ma di dignità, di gente che è abituata a lavorare in silenzio e a difendere la propria vita e il proprio paese’. Di certo, assicura, ‘non ci sarà nessuna caccia all’uomo’. Accanto al sindaco, rincara la dose il compagno di partito e deputato Giacomo Stucchi: ‘Gli squilibrati ci sono ovunque, mi dissocio in tutti i modi contro questi gesti che se la prendono con un’intera comunità, e non contribuiscono sicuramente a creare un clima sereno intorno alle indagini e alla famiglia. Lancio un appello alla calma’. Giorni pesanti e tragici sembrano però alle porte di Brembate (e non solo). ‘Lasciatecelo in piazza’, ‘Noi non abbiamo mai cercato niente, loro vengono qui a rubarci il lavoro e violentarci le donne’: sono queste e altre le frasi che circolano sulla Rete. L’orrore che s’è infilato proprio qui, sotto la porta di questa casa, sta producendo creando un corto circuito tra i ‘commentatori’ e i fannulloni di Facebook. Il gelo intanto penetra nei cuori degli investigatori, di chi sa qualche cosa, di chi ormai teme l’indicibile”. (red)

14. Drogato alla guida, uccide sette ciclisti

Roma - Riporta LA STAMPA: “Corpi immobili a terra e sanguinanti. Bici deformate e schizzate lontano anche di dieci metri. E poi un’auto fumante messa di traverso sulla carreggiata, un uomo che cammina tremante sul ciglio della strada, stringendo la mano di un bambino. Questa la scena che si è trovato di fronte ieri mattina, più o meno a mezzogiorno, Clemente Folinazzo, il primo ad arrivare sul luogo del terribile incidente che è avvenuto in località Marinella, a Sant’ Eufemia di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Una vera e propria strage: sette morti e tre feriti gravi, falciati in bici da un’auto guidata da un uomo risultato poi positivo alla cannabis, senza patente, di origini marocchine. ‘Sembrava che fosse scoppiata una bomba - racconta l’uomo - Alcuni automobilisti sono andati via impietriti, non ce l’hanno fatta a fermarsi’. Le sette vittime sono Rosario Perri, Francesco Stranges, Vincenzo Pottin, Giovanni Cannizzaro, Pasquale De Luca, Domenico Palazzo e Fortunato Bernardi. Facevano parte di un gruppo sportivo: impiegati, avvocati e commercianti. Uniti dall’amore per il ciclismo. Sono stati travolti da una Mercedes, guidata da Chafik Elketani, un marocchino di 21 anni. Sotto l’effetto di droga e senza patente perché gli era stata ritirata sette mesi fa, probabilmente nel tentativo di un sorpasso invade la corsia opposta, nella quale sta transitando il gruppo di ciclisti, e li stende tutti. Falciati di colpo. Un impatto frontale molto violento anche per l’alta velocità dell’auto.

In base alla ricostruzione fatta da uno dei sopravvissuti, e confermata dai primi riscontri tecnici, la carovana di dieci persone pedala in direzione sud la statale 18, la strada che lambisce la costa tirrenica a cavallo fra le province di Catanzaro e Cosenza. A pochi chilometri da Lamezia Terme, una Mercedes grigia, vecchio modello, sbanda e all’improvviso travolge il gruppo. Alla guida un ragazzo marocchino residente a Gizzeria, un paese vicino, e con regolare permesso di soggiorno. A bordo con lui il nipote di 8 anni. Entrambi si sono feriti in maniera lieve e l’uomo è stato rinchiuso nel carcere di Catanzaro arrestato con l’accusa di omicidio colposo plurimo aggravato. Le sette vittime appartenevano a un gruppo di ciclisti professionisti e amatori, legato alla palestra Atlas di Lamezia Terme, e ogni domenica organizzavano gite in bici. Ieri, vista anche la giornata luminosa che si alterna alla pioggia, la loro destinazione è Amantea, cittadina lungo la costa cosentina. Sono le 11.30. Un gruppo di quattro persone, a causa della pioggia, decide di ritornare indietro, salvandosi così miracolosamente dalla strage. In dieci proseguono fino ad Amantea e poi, sulla strada del ritorno, il terribile incidente. Una tragedia impressionante. ‘Ci avevano allertato - spiega Silvio Rocca, uno dei primi soccorritori della Croce bianca - per un incidente in cui, secondo le prime notizie, era coinvolto un solo ciclista. Giunti sul posto, però, abbiamo visto che si trattava di una strage’.

Tra le vittime il proprietario della palestra, Fortunato Bernardi, che è zio del terzino Felice Natalino, la giovane promessa dell’Inter originario proprio di Lamezia. Nella pattuglia anche due fratelli: Rosario e Gennaro Perri, il primo è morto, il secondo è ricoverato a Cosenza. ‘Dove sei, Rosario? Dove ti hanno portato’, chiedeva urlando Gennaro dal suo lettino d’ospedale. Ancora nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che il fratello è morto. Si sente un miracolato, Salvatore Mancuso, fra quelli che ha fatto rientro a casa per la pioggia. Hanno telefonato anche a casa sua, subito dopo la tragedia. ‘Ma io ero già sotto la doccia’, racconta. Il sindaco di Lamezia Terme, Giannetto Speranza, ha indetto una giornata di lutto in coincidenza dei funerali. Ma a lutto è una regione intera. Le più alte cariche istituzionali hanno espresso il loro cordoglio alla vittime e ai familiari. Ma il bilancio finale della giornata di ieri per le strade calabrese è di nove e non sette morti. Nel pomeriggio, a Cassano sullo Jonio, hanno perso la vita in un incidente anche due sorelle rumene di 23 e 20 anni”. (red)

15. Tremonti e Juncker: Debito, ora un’agenzia europea

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Mossa a sorpresa di Giulio Tremonti e Jean-Claude Juncker a poche ore dall’Eurogruppo di oggi a Bruxelles. Il ministro dell’Economia e il presidente dello stesso Consiglio dei responsabili finanziari di Eurolandia avanzano la proposta che Mario Monti ha di recente formulato in un editoriale sul Corriere: un’Agenzia Europea del debito per risolvere la crisi finanziaria dell’area monetaria. Scrivono Tremonti e Juncker in un comment o s ul Financial Times di oggi: ‘L’Europa deve formulare una risposta forte e sistemica alla crisi (...). Ciò può essere ottenuto lanciando gli E-bonds o obbligazioni sovrane europee, emesse da un’Agenzia Europea del debito che succeda all’attuale Efsf (il fondo europeo salva-Stati, ndr) ‘. Tremonti e Juncker auspicano che già il vertice europeo di metà di cembre assuma la decisione, ‘con il mandato di raggiungere gradualmente un ammontare di emissioni equivalente al 40% del Pil della Ue e di ciascuno Stato membro’. Intanto ieri sera a cena, in una sala riservata di Bruxelles, Juncker ha senz’altro presentato la proposta al presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, a quello del consiglio Ue Herman van Rompuy e molto probabilmente (malgrado l’assenza di conferme ufficiali) anche Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea.

È avvenuto dunque a poche ore dall’Eurogruppo che si svolgerà oggi come ogni mese: queste persone si sono incontrate per una cena informale preparatoria della riunione odierna, a conferma della serietà della situazione nella zona-euro. Nel menu c’erano infatti due piatti forti: che cosa fare per fermare — e subito, prima di quel 2013 indicato finora — il contagio della crisi del debito sovrano, già balzata dalla Grecia all’Irlanda, e forse anche al Portogallo (gli ‘spread’, le differenze di rendimento dei suoi titoli decennali di Stato sui titoli omologhi tedeschi sono arrivati al 6,85%); e decidere poi come, e di quanto, aumentare — si parla di un raddoppio — le risorse anti-crisi già decise in via di principio ma non ancora quantificate con precisione: quelle del Fondo intergovernativo Ue da 750 miliardi, che già esiste, e quelle del ‘Meccanismo di stabilità’ che dovrebbe succedere al primo da metà 2013. Peraltro ieri alla Bild il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha detto che i mercati stanno mettendo alla prova l’euro, ma che la rottura della moneta sarebbe ‘immensamente più costosa’ dei salvataggi.

Oggi all’Eurogruppo ci sarà un interlocutore importante, a chiedere l’aumento delle risorse a disposizione dell’eurozona: ed è il Fondo monetario internazionale, che pare anche caldeggiare un maggiore impegno della Bce nella sua opera di acquisto di titoli di Stato. Oggi la richiesta dovrebbe essere presentata all ‘Eurogruppo da Dominique Strauss-Kahn, direttore dell’Fmi. Che in risposta, si vedrà scodellare sul tavolo da Trichet delle cifre: oltre 67 miliardi, a tanto ammontano i bond comprati finora dalla Bce. Sia l’Fmi che la Bce, poi, chiedono in cambio ai governi europei dei fatti precisi, per tornare ad allargare la borsa: da Portogallo e Spagna ci si aspetta che i piani d’austerità accelerino, e alla Germania o ad altri governi si chiedono dichiarazioni più prudenti, specie con mercati così nevrili e potenzialmente instabili”. (red)

16. Eni, break-even in Iraq. Pronti 20 mld di investimenti

Roma - Scrive IL GIORNALE: “L’investimento in Irak raggiunge il break-even e diventa remunerativo per Eni. Il gruppo petrolifero festeggia i 200mila barili di produzione al giorno nel giacimento di Zubair, un traguardo atteso e annunciato dallo stesso ad Paolo Scaroni, che ieri si è recato a Bagdad nell’ambito della missione del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Scaroni lo aveva anticipato nel giugno scorso: il giacimento di Zubair, situato nel Sud del Paese presso Bassora, sarebbe diventato remunerativo (anche se in misura ‘marginale’) entro la fine dell’anno, con il superamento dei 200mila barili al giorno. L’obiettivo ora è stato raggiunto: la produzione è salita a ritmo sostenuto, passando dai circa 183mila barili iniziali del 18 febbraio 2010, data di entrata in vigore del contratto, a oltre 201mila, quota minima per garantire il recupero dei costi sostenuti. L’aumento di produzione del giacimento, spiega Eni, è il risultato della stretta cooperazione e del coordinamento all’interno della società Zubair field operating division, costituita dai membri del con­sorzio (Eni guida il gruppo con una quota del 32,81%, mentre gli altri partner sono la compagnia statale irachena Missan oil company con il 25%, Occidental petroleum corporation con il 23,44% e Korea gas corporation con il 18,75%) in collaborazione con la società irachena Soc per la gestione nel giacimento. Centrato il primo obiettivo, il consorzio prevede di aumentare la produzione del giacimento di Zubair, considerato uno dei più grandi dell’Iraq, a 1,2 milioni di barili al giorno.

L’obiettivo di produzione sarà raggiunto in ma­niera progressiva nell’arco dei prossimi sei anni e poi mantenuto per altri sette. Per centrare i target, gli investimenti saranno progressivi nel tempo e ammontano complessivamente a 20 miliardi di dollari in 15 anni per il consorzio. Eni, che ha ottenuto la licenza per Zubair nell’ottobre del 2009, ha rapporti con l’Iraq da quasi 80 anni. Nell’area del Medio Oriente è attiva in Arabia Saudita dal 2004 nelle ricerca di gas, nello Yemen dal 2008, a seguito dell’acquisizione di Burren Energy, ed è anche qui concentrata nella sola fase esplorativa. Nel Turkmenistan è presente dal 2008 (sempre dopo l’acquisizione di Bur­ren Energy), e qui, dove collabora con l’Agenzia di Stato per gli idrocarburi, nel 2009 ha ottenuto una quota di produzione di 12mila barili al giorno, prevalentemente gas. In Pakistan, Eni è presente dal 2000 e nel 2009 la produzione media giornaliera in capo al gruppo è stata di 58mila barili olio equivalenti al giorno. Nel giugno scorso Scaroni aveva aperto a ‘un potenziale interesse’ di Eni al gas naturale afghano, ma proprio nei giorni scorsi egli stesso ha smorzato, ritenendo ‘prematuro’ parlare di una disponibilità di Eni a investire in Afghanistan, anche se ci sono stati contatti con esponenti del governo locale”. (red)

17. Clima, il dopo-Kyoto divide il mondo

Roma - Scrive LA STAMPA: “Difficile negoziare quando, come rivela Wikileaks, dietro le trattative sul cambiamento climatico si nascondono interessi multimiliardari che riguardano l’asse del potere mondiale. Che dietro la conclusione del vertice dello scorso dicembre di Copenhagen (un accordo tutto virtuale, siglato all’ultimo minuto) ci fosse stato qualcosa di ‘strano’ lo avevano sospettato un po’ tutti. Ma altra cosa è leggere nero su bianco i dispacci delle ambasciate Usa, che raccontano le pressioni politiche ed economiche, lo spionaggio, le minacce esercitate per mettere in riga i recalcitranti. Anche l’Unione Europea non ci fa una gran figura: a parole sostiene proposte ‘verdissime’, e poi dietro le quinte fa tutt’altro. Lo stesso presidente dell’Unione, il belga Herman Van Rompuy, diceva senza tanti complimenti a un diplomatico americano che il sistema Onu dei negoziati multilaterali ‘non funziona’, anticipando che qui a Cancún non si concluderà niente. E allora, ci si chiederà, a che serve questo megameeting sulla (splendida) Riviera Maya? Ieri, tra i più imbarazzati dalle rivelazioni di Wikileaks c’erano proprio i negoziatori belgi.

I concittadini di Van Rompuy, in questo semestre di presidenza belga dell’Unione, di fatto guidano la diplomazia climatica dell’Ue. E anche se tutti riconoscono a Peter Wittoeck - il funzionario del ministero federale dell’ambiente belga - competenza, pazienza e buona volontà, i dubbi restano. ‘Ma no, tutti quanti siamo qui per lavorare con spirito costruttivo - replicano fonti vicine alla delegazione belga - tutte le delegazioni vogliono evitare una conclusione conflittuale come a Copenhagen. Sappiamo tutti che un altro collasso dei negoziati sarebbe fatale’. Fatto sta che alla fine della prima settimana di confronto, quella tecnica (da martedì inizierà quella più ‘politica’, con la presenza dei ministri dei 194 paesi partecipanti) al collasso del negoziato ci si è andati davvero vicinissimi. ‘Colpa’ del dissenso sul futuro del protocollo di Kyoto, che impone a 40 paesi ricchi vincoli costosi. Nei giorni scorsi il Giappone - spalleggiato da Russia, Canada, Australia, Ucraina e Stati Uniti, il cosiddetto Umbrella Group - ha riproposto il suo ‘no’ alla conferma del protocollo di Kyoto, che scadrà a fine 2012. Una posizione giustificata dal fatto che i paesi non-Kyoto guadagnano competitività, e sono sottoposti a vincoli solo volontari e non impegnativi sul taglio delle emissioni di CO2, ma che avrebbe inevitabilmente fatto saltare ogni possibilità di intesa nel negoziato Onu, che sulla carta mira ad estendere i tagli ‘legalmente vincolanti’ a tutti.

A guidare la controffensiva ci hanno pensato gli otto paesi dell’Alba (Alternativa bolivariana, la sigla che aggrega Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Antigua, Honduras e St.Vincent), che sono riusciti a far venire sulle loro posizioni anche la Cina e tutti i paesi del gruppo G77 (tutto il sud del mondo, compresi India e Brasile). Alla fine, la presidenza messicana della COP16 ha tirato fuori un documento che non solo conferma l’obiettivo generale della conferenza (contenere l’aumento della temperatura media mondiale entro i due gradi centigradi), ma ribadisce la validità e la proroga del protocollo di Kyoto. I paesi emergenti non-Kyoto ‘adotteranno impegni comparabili’, mentre i paesi in via di sviluppo si doteranno di una ‘strategia di contenimento delle emissioni’ assistita dai paesi sviluppati con trasferimento di tecnologie, finanziamenti e supporto alla formazione. Ancora, si parla di un processo di monitoraggio sulle azioni di mitigazione con invio di informazioni ogni due anni, di risorse per finanziare l’adattamento dei paesi in via di sviluppo con un fondo di 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 che arriverà a 100 per il 2020. Marcia indietro dei giapponesi e degli australiani e vittoria per il superdelegato cinese Su Wei”. (red)

18. Qualità vita, Trento e Bolzano in vetta. Ultima Napoli

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Trento torna sul podio più alto delle province italiane per qualità della vita; Napoli invece continua ad essere la peggiore di tutte, simbolo di un Mezzogiorno che fa segnare quasi un tonfo; bene le province delle grandi realtà urbane, con Torino e Roma che svettano sulle altre riuscendo a guadagnare rispettivamente 40 e 25 posizioni rispetto all’anno scorso: questa in sintesi la fotografia scattata da Italia Oggi e dall’Università La Sapienza con la dodicesima indagine sulle province italiane, che ha inteso valutare la qualità della vita analizzando 9 voci particolari: ambiente, affari e lavoro, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero e tenore di vita. Trento, provincia autonoma e reginetta del mitico nord-est, sopravanza tutte le altre realtà territoriali facendo il bis del 2002, imponendosi nella top ten su Mantova, Belluno, Bolzano, Pordenone, Siena, Cuneo, Sondrio, Aosta e Parma. La prima posizione della provincia di Trento per qualità della vita, sottolineano gli autori dell’indagine, si spiega con le buone performance archiviate negli ambiti affari e lavoro, ambiente, popolazione e servizi finanziari e scolastici. Da sottolineare anche la grande rincorsa della provincia di Pordenone, quinta, che rispetto all’anno scorso recupera addirittura 32 posizioni; allo stesso modo di Aosta, risalita di 34 posti.

Come nel 2009 anche quest’anno è la provincia di Napoli a occupare il posto di fanalino di coda della classifica, simbolo tuttavia di un Mezzogiorno - viene sottolineato - che fa segnare un ulteriore arretramento, cancellando i buoni risultati del 2009, quando era emerso un gruppo di province con caratteristiche omogenee (Campobasso, Foggia, Bari, Po­tenza e Matera) in cui la qualità della vita veniva giudicata accettabile. In termini complessivi, infor­ma l’indagine, le province in cui la qualità della vità è buona o accettabile sono 55 (contro le 57 dell’anno scorso); le realtà in cui è invece scarsa o insufficiente sono 48 (2 nel Nord-Ovest, 1 nel Nord-Est, 9 nel Centro e ben 36 nell’Italia meridionale e insulare). E, come accennato, proprio quest’ultimo dato sembra essere uno dei punti clou dell’indagine, evidenzia infatti una tendenza del nostro Meridione che nell’arco di un anno ha visto peggiorare le proprie performance in ordine sparso: da Agrigento a Crotone, da Brindisi a Salerno, passando per Foggia, Oristano, Catanzaro, Catania, Benevento e Sassari. Nelle province delle grandi città saltano agli occhi i casi di Roma, che raggiunge il 57/mo posto recuperando ben 25 posizioni, e anche Torino, ferma al 51/mo dopo aver recuperato ben 40 gradini; in terreno positivo anche Milano, fotografata al 49/mo posto (+5). Di segno diverso Bologna (21/ma, -6), Firenze (13/ma, -13) e Venezia (52/ma, -11)”. (red)

19. Assange contro gli Usa: Obama si dimetta

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Dal suo nascondiglio, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks continua a mandare segnali di sfida. In una chat con El Pais si è rivolto al presidente americano Obama: ‘Deve dirci se sapeva di quest’ordine illegale (di spiare i funzionari Onu, ndr). Se rifiuta di rispondere o ci sono prove del suo coinvolgimento, si deve dimettere’. Assange ha poi confermato che continuano ad arrivare centinaia di minacce di morte, anche ‘contro i miei figli’. A lanciarle — sostiene — ‘soldati statunitensi’. Per questo ha la sua polizza sulla vita, un file criptato. È insurance.aes256: secondo diverse fonti contiene informazioni esplosive su Guantánamo, la vicenda Bp e, probabilmente, le banche. Nel caso dovesse capitare qualcosa di brutto ad Assange il file verrebbe aperto da collaboratori e sostenitori. Le sortite dell’australiano accompagnano le mosse di Scotland Yard. La polizia è pronta a fare scattare le manette ma non ha ancora deciso quando. Forse i poliziotti attendono che la magistratura registri gli ultimi dettagli del mandato di cattura. In attesa, la scena è proprio degli avvocati che tengono viva l’attenzione sul caso. Ieri hanno denunciato di essere spiati dai ‘servizi segreti’. Che poi così segreti non sono visto che li hanno subito scoperti: persone che stanno per ore all’interno delle medesime vetture sotto gli uffici londinesi o finti pedoni che leggono il giornale e ogni tanto sbirciano chi entra o esce.

Gli avvocati, poi, insistono che l’indagine svedese con le accuse di stupro nasconde ‘motivazioni politiche’. Una manovra per tappare la bocca ad un uomo scomodo e controverso quale è Julian Assange. Inoltre aggiungono un altro timore: se l’australiano dovesse venire arrestato — affermano — c’è il rischio che possa essere estradato negli Stati Uniti. E a sostegno di ciò ricordano come la Svezia abbia collaborato con l’intelligence statunitense nel trasferimento clandestino di persone accusate di terrorismo. Le famose ‘rendition’ della Cia. Per questo i legali propongono alla magistratura di Stoccolma che Assange venga interrogato a Londra, una conferma indiretta che il ricercato si trova davvero in Gran Bretagna. Gli attivisti di Wikileaks, che si paragonano a cavalieri Jedi di Guerre stellari, continuano intanto a proteggere la diffusione dei file diplomatici americani. Il sito svizzero è finito sotto attacco ma ci sono già 70 indirizzi Internet che permettono accesso ad un buon numero di documenti. I tentativi di censurare o bloccare la circolazione delle carte si è rivelata, come era prevedibile, una missione impossibile. E comunque ci sono sempre i giornali, dagli Usa all’Europa, che rilanciano i cablo. Più complicata è la battaglia sui fondi. Wikileaks vive anche di piccole donazioni e la fine della collaborazione decisa da Paypal, sistema che permette le offerte via Int e r net , può rappresentare un problema in più. Ora si sono mossi anche gli svizzeri che hanno aperto un’indagine su un conto aperto in nome di Assange nella Confederazione”. (red)

20. E adesso la Casa Bianca vuole trasferire i diplomatici

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Il cable-gate che sta sconvolgendo il mondo fa le prime vittime. Ma non sono ‘gli informatori, i giornalisti, gli attivisti umani’ che secondo il dipartimento di Stato sarebbero a rischio per la divulgazione dei documenti. Al contrario: sono le teste dei diplomatici le prime a saltare. E la ghigliottina è quella di Foggy Bottom. ‘Sì, è possibile che da qualche parte spunti qualcuno che dica: io con questi qui non voglio lavorarci più’. L’ammissione è altolocata: così parlò il capo della commissione Esteri del Senato, John Kerry, commentando le indiscrezioni del giornale on-line The Daily Beast. Allora è vero: l’Amministrazione prepara un rimpasto delle feluche. La richiesta sale dai governi che si sono visti spifferare i segreti di casa: dall’Asia all’Europa (non ci sarebbe, dice l’Ansa, l’Italia). I tedeschi l’hanno messo nero su bianco: alcuni deputati hanno chiesto di cacciare i diplomatici protagonisti dei cable. La tempesta investe anche sedi particolarmente sensibili. Come quella afgana. Un ministro di Kabul non ha quasi che aspettato che decollasse l’Air Force One con cui Barack Obama era andato a rappacificarsi con Hamid Karzai e ha denunciato il ‘deterioramento dei rapporti’. Sotto accusa i giudizi dell’ambasciatore Karl Eikenberry, da sempre critico del presidente afgano. ‘Sta facendo un buon lavoro - ha commentato l’ex ambasciatore Usa in Iraq ed Afghanistan, Zalmay Khalizad - ma non penso che possa continuare a essere per loro un buon interlocutore’. Chissà dunque dove Hillary Clinton ha trovato la forza di scherzarci su. Elogiando gli artisti premiati l’altra sera al Kennedy Center ha detto che intendeva ‘scrivere un dispaccio sui loro meriti’. Aggiungendo per i giornalisti: ‘Sono sicura che troverete presto il testo in un sito a voi molto vicino’”. (red)

21. Nuovo Russiagate a Londra

Roma - Riporta LA STAMPA: “L’ossessione russa questa volta ha il fisico sottile e gli occhi scuri della venticinquenne Katia Zatuliveter, pallida e riservata assistente del deputato liberaldemocratico Mike Hancock, membro della Commissione difesa del Parlamento inglese. I servizi di sicurezza interni di Sua Maestà, l’MI5, l’hanno arrestata giovedì scorso a Londra accusandola di essere una spia al servizio dell’SVR, i servizi segreti di Mosca. Nelle foto Katia ha i capelli biondi legati da un elegante nastrino e indossa camicette caste, oppure impugna un mazzo di rose o beve discretamente un calice di vino. Una brava bambina, non troppo vistosa, che si è brillantemente laureata in Inghilterra e che dal 2008, dopo essere stata sottoposta a un attento esame, ha libero accesso alla Camera dei Comuni. È diversa dall’aggressiva Anna Chapman (divorziata da un cittadino britannico e fermata negli Usa alla fine di giugno), ma non sarebbe meno pericolosa della spregiudicata collega. L’hanno portata in un luogo segreto e per lei è pronto un provvedimento d’espulsione condiviso dal ministro dell’Interno Theresa May. Se la rimandassero a casa, racconta il ‘Sunday Times’, sarebbe il primo caso dalla fine della Guerra fredda.

Una brutta notizia per David Cameron, che a quattro anni dalla morte di Alexander Litvinenko ha accettato per la metà del 2011 un invito ufficiale del presidente Medvedev. Il tentativo di riprendere un dialogo da sempre complicato. Secondo l’MI5 il livello di infiltrazione di spie russe in Gran Bretagna all’interno dell’amministrazione pubblica e delle grandi compagnie private sarebbe tornato ai livelli della seconda metà degli Anni 80 e almeno trenta diplomatici sarebbero in realtà pagati per mettere il naso negli affari interni del Regno Unito. Secondo il ‘Sunday Times’ la Zatuliveter avrebbe deliberatamente agganciato Hancock, personaggio ambiguo e noto per due motivi: la sua incondizionata simpatia per la Russia di Putin, dove va spesso in visita, e la sua passione, spesso fuori controllo, per le donne. In questo momento è in attesa di processo per avere molestato una signora che si era rivolta a lui per chiedere aiuto. Il marito la picchiava. Per darle una mano ha cominciato a inviarle messaggi imbarazzanti. ‘Lo facevo per tenerla su di morale’. Un obiettivo perfetto.

Nelle ultime settimane Hancock ha chiesto ripetutamente notizie sull’inventario dell’arsenale nucleare britannico. ‘Materiale pubblico. Tutto alla luce del sole. Accusare Katia è assurdo. È ovviamente innocente e non ha mai avuto accesso a dati sensibili. Non esiste una sola prova che sia pericolosa per la Gran Bretagna’, ha spiegato alla Bbc. Il padre della ragazza, Andrei Zatuliveter, in gioventù ha combattuto per l’Armata Rossa, poi è stato una spia del Kgb. Quando l’Unione Sovietica si è sfasciata è stato uno di quelli che curiosamente e all’improvviso sono diventati smodatamente ricchi vendendo gas nel Caucaso. Ai giornalisti del ‘Daily Mail’ che gli sono andati a bussare alla porta, Andrei, un gigantesco orso baffuto, ha risposto con cortesia. ‘Questa storia è solo spazzatura. E adesso bastardi andate via. Altrimenti vi ammazzo’”. (red)

22. Ue, i brevetti non parleranno italiano

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “L’avvio della cooperazione rafforzata potrebbe essere deciso al prossimo consiglio competitività, venerdì. Il sistema trilingue, proposto dalla Commissione e sostenuto dalla presidenza belga del Consiglio Ue, è duramente osteggiato dall’Italia e dalla Spagna. E proprio per aggirare il veto di Roma e di Madrid (in tema linguistico le decisioni devono essere prese all’unanimità), gli altri Paesi hanno deciso di ricorrere alla cooperazione rafforzata, prevista dal nuovo Trattato di Lisbona. Grazie a questo sistema, il brevetto europeo potrà essere adottato dai Paesi che condividono la proposta della Commissione, escludendo quanti non sono d’accordo. Finora la proposta di cooperazione rafforzata ha ottenuto l’adesione di Gran Bretagna, Olanda, Irlanda, Svezia, Slovena, a cui si sono successivamente aggiunte Germania, Estonia e Francia. Domani dovrebbero arrivare le firme di Austria e Lussemburgo superando così il numero di nove Paesi che è il minimo indispensabile secondo il Trattato. Ma si calcola che almeno una quindicina di Paesi sottoscriveranno la richiesta e che, qualora la procedura fosse lanciata, otterrebbe il consenso di tutti, tranne appunto l’Italia e la Spagna che resterebbero così completamente isolate. La Commissione, per bocca del commissario responsabile, il francese Michel Barnier, ha già fatto sapere che darà parere favorevole alla proposta: ‘siamo in grado di procedere molto rapidamente. La discussione finora è andata avanti troppo a lungo e ogni possibile via di compromesso è stata esplorata senza risultato’, ha dichiarato la sua portavoce.

Per l’Italia, la battaglia ha una doppia valenza: politica ed economica. L’adozione del trilinguismo nella disciplina dei brevetti infatti sancirebbe ufficialmente l’esistenza, mai formalmente riconosciuta, di tre lingue principali all’interno della Ue. Oggi inglese, francese e tedesco sono le tre lingue usate dall’ufficio europeo dei brevetti, che però non è una istituzione comunitaria. L’adesione di 20-25 Paesi al sistema trilingue sarebbe dunque un pesante schiaffo politico al nostro Paese. Inoltre, la possibilità di fare registrare i propri prodotti in una delle tre lingue costituirebbe un vantaggio competitivo indebito per le aziende tedesche, francesi e britanniche a scapito di quelle, come le italiane, che dovrebbero chiedere una traduzione in una lingua diversa dalla propria. L’Italia aveva proposto un sistema basato unicamente sull’inglese. Ma si è scontrata con il veto della Francia e della Germania. Un veto non superabile con una cooperazione rafforzata: oggi metà dei 68 mila brevetti registrati in Europa proviene proprio da Germania e Francia. Per evitare la disfatta, sembra che Berlusconi e Zapatero si preparino a inviare una lettera al Consiglio europeo chiedendo che la questione venga portata al prossimo vertice di dicembre. Ma, anche se la loro richiesta venisse accolta, Italia e Spagna hanno poche speranze di far prevalere le loro ragioni”. (red)

23. Iraq, Frattini: Difendere i cristiani

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: "Difendere i cristiani d’Iraq; provare ad avere garanzie sulla sospensione della pena di morte al cristiano Tareq Aziz, braccio destro del dittatore Saddam Hussein. Erano due degli obiettivi della visita di Franco Frattini a Bagdad, la prima dopo molti mesi, ma soprattutto la prima mentre - dopo convulsioni inimmaginabili - il nuovo governo iracheno sarebbe in dirittura d’arrivo. Non è detto che i due obiettivi siano stati mancati. Sulla difesa della comunità cristiana finita nel mirino del terrorismo Frattini ha avuto pubbliche rassicurazioni: ‘I cristiani sono parte dell’Iraq, dobbiamo difenderli’, ha detto all’italiano il presidente (curdo) Jalal Talabani. Stesso discorso per dal premier sciita Nouri al Maliki e dal ministro degli Esteri Hoshiar Zebari. Il problema è che in Iraq la guerra dei terroristi alla convivenza delle comunità etniche e religiose è una giostra di morte impazzita. I cristiani sono vittime dei terroristi, ma lo sono anche sciiti e sunniti, e i numeri assoluti delle vittime delle altre comunità sono molto più alti. In ogni caso il governo iracheno ha assicurato che creerà una commissione parlamentare presieduta da un deputato cristiano, finanzierà la ricostruzione delle chiese distrutte ed inserirà poliziotti cristiani in unità dedicate alla protezione dei luoghi di culto. Su Tareq Aziz la questione invece è più complessa: apparentemente l’appello pubblico del governo italiano è stato rigettato dal governo iracheno: ‘Deciderà la magistratura, Tareq Aziz è stato condannato da un tribunale, ma l’iter giudiziario non è stato ancora completato’, ha detto il ministro Zebari.

Che però ha anche rivelato che a Bagdad sono arrivate le pressioni del Vaticano, della Russia e di molti altri governi. Saywan Barzani, ambasciatore dell’Iraq a Roma, l’altro giorno spiegava che la questione-Aziz è molto delicata: ‘Anch’io sono contro la pena di morte, come lo stesso presidente Talabani: ma non credo che gli iracheni siano pronti ad accettare una sospensione della pena di morte contro gli epigoni del regime di Saddam Hussein. La nostra giustizia ha sentenziato che è un criminale, lui non si è pentito in nessun modo... vedremo’. Ieri i governanti iracheni hanno spiegato a Frattini che tutta questa pubblicità al caso di Tareq Aziz li mette in difficoltà: un paese per nulla pacificato non accetta serenamente le pressioni che arrivano solo sul braccio destro di Saddam, e soltanto perché è cristiano. E infatti anche ieri il papa, parlando all’Angelus, è tornato ad invocare ‘la fine delle violenze contro cristiani e musulmani’, ma non ha ripetuto esplicitamente il caso di Tareq Aziz, che pure la sua diplomazia sta portando avanti riservatamente. Ieri a Bagdad c’era anche il capo dell’Eni Paolo Scaroni: l’azienda petrolifera ha investito molto nel campo petrolifero di Zubair, e adesso con una produzione di 200 mila barili al giorno l’investimento inizia ad essere remunerativo. In pochi anni, dopo altri milioni di investimento, Zubair dovrebbe arrivare a produrre 1 milione e 200mila barili al giorno: un fiume di petrolio pari - ad esempio - alla produzione giornaliera dell’intera Nigeria”. (red)

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