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La (giusta) battaglia per la legalità non basta. Ecco i perché.

È fin troppo facile, intuitivo ancora prima che logico, sostenere che è indispensabile - in ogni momento - compiere una battaglia vigile e all'ultimo sangue in favore della legalità. Anche per un autentico ribelle, per chi si sente a disagio in questo che viene definito come "migliore dei mondi possibili", è giusto pretendere che chi detta le regole (la politica) sia poi il primo a rispettarle. Soprattutto in questo momento storico e sociale, dove tra gli altri nel nostro Paese abbiamo attori politici che definire poco edificanti è un eufemismo, la lotta culturale, mediatica e di azione sociale diventa indispensabile, in tal senso. Non è un caso che anche Marco Travaglio e Massimo Fini abbiano firmato insieme, tanti mesi addietro e ancora prima che nascesse Il Fatto Quotidiano, un "appello a difesa della Costituzione e contro il regime". Tale battaglia è sacrosanta. 

Eppure si sente l'esigenza di andare oltre. La si sente, in modo molto più diffuso di quanto possa apparire coscientemente, ogni volta in cui ci alziamo la mattina e ci infiliamo nel traffico di città invivibili per raggiungere il posto di lavoro (chi ancora lo ha) rimanere attaccati a un terminale per otto o più ore al giorno, il più delle volte per uno stipendio che è appena in grado (quando lo è) di lasciare sopravvivere e infine, tramortiti da alienazione e stanchezza - e assoluta mancanza di emozione nel fare qualsiasi cosa - il massimo che si può fare con le energie e lo straccio di motivazione rimasta a fine giornata, è lasciarsi andare a una sorta di coma visivo-vegetativo su un divano, a guardare la spazzatura in televisione, fino al giorno successivo. Dove si ricomincia da capo. Uniche soddisfazioni (ipnotiche) se così si possono chiamare, quelle di fare shopping in un tempio del consumismo sterile il fine settimana. 

Questa almeno la vita diffusa dalla maggior parte delle persone del nostro Paese.

 

Non basta. Non può bastare. Non deve bastare.

Il disagio acutissimo che si avverte non può essere rimosso solo vincendo la battaglia per la legalità. Beninteso, in una Italia più corretta e più giusta si vivrebbe meglio. Lasciare sparire dagli orizzonti e dai ricordi i personaggi politici dell'ultimo trentennio farebbe certamente sopportare meglio la propria condizione. Ma è di questa che ci si deve occupare. È su questa che si deve riflettere, ben oltre, dunque, il fattore del rispetto delle regole (che in un mondo normale non si dovrebbe pretendere attraverso la lotta, ma dovrebbe essere concesso di diritto).

 

Il punto è dunque esistenziale. Perché in un Paese a un certo punto finalmente legalizzato e nel rispetto delle regole, è poi nella vita, nel suo insieme e nelle motivazioni più profonde a viverla che si "gioca", di fatto, il senso della propria esistenza. 

Ed è proprio il disagio generale della situazione alienata attuale che ci spinge a fare una battaglia culturale ben oltre quella legale che fanno (bene) diversi altri. Ciò a cui ci ribelliamo non è insomma solo Berlusconi o la sua sedicente opposizione. Non solo almeno. Noi ci ribelliamo a questo modello di sviluppo che ci ha distrutto culturalmente, che ci dissangua il presente nell'attesa inutile di un futuro fosco, che ci deprime nello spirito vitale, che ci aliena dalle cose che veramente hanno un senso, che mette nella materia e nell'economia - con le sue storture, le sue guerre, i suoi illeciti e lo sfruttamento della terra e dei suoi abitanti - il punto principale di esistenza. 

Ecco perché serve altro. Ecco perché incidere culturalmente, cercando di fare riflettere sulla questione esistenziale, sull'abominio del dettame lavora-consuma-crepa centriamo tutto il nostro lavoro quotidiano. 

È inutile far rispettare i limiti di velocità in autostrada, e magari cercare di trasformare tutte le vetture in circolazione dalla propulsione a benzina a quella elettrica (pagando il tutto in 72 comode rate mensili...) se poi ci ritroveremo comunque incolonnati a veder passare il tempo al di fuori del finestrino.

 

Valerio Lo Monaco

  

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Putin e Katyn

Prima Pagina 08 aprile 2010