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Prima pagina 06 luglio 2010

Campa cavallo, che il ricco cresce

di Federico Zamboni

Si chiama “indice Gini”, dal cognome dello studioso che l’ha introdotto, e serve a misurare la distribuzione della ricchezza all’interno di un Paese. Più il valore è basso e più la situazione è omogenea. Più è alto e più l’iniquità è accentuata. Ovviamente, ma è bene sottolinearlo, bisogna essere estremamente cauti nell’utilizzarlo come pietra di paragone tra uno Stato e l’altro, specie se si tratta di realtà economiche profondamente disomogenee. Proprio perché valuta la distribuzione della ricchezza, e non il suo ammontare complessivo, un indice “migliore” non implica affatto che vi sia un reddito pro capite più elevato, ma solo che c’è un livello minore di disuguaglianza. Ad esempio: un territorio in cui ci siano appena dieci famiglie di super miliardari che detengono il 70 per cento del reddito totale avrà un indice Gini molto alto e, dunque, apparentemente disastroso; nulla vieta, però, che ogni altro abitante abbia dei guadagni consistenti, poniamo di 100 mila dollari. Viceversa, un territorio dove tutti percepiscano 1000 dollari, nessuno escluso, avrà sì un indice ideale, essendo pari a zero, ma il potere d’acquisto dei singoli individui, ipotizzando prezzi simili in entrambi i luoghi, sarà enormemente inferiore.  leggi tutto

 

Euronews: niente genocidio, sono armeni

 

di Ferdinando Menconi

L’apertura del parlamento israeliano sul riconoscimento del genocidio armeno ha portato i suoi primi effetti sulla politica dell’amministrazione Obama: ieri, infatti, su Euronews si potevano vedere le immagini di Hillary Clinton che, nell’ambito del suotour caucasico, visitava il memoriale di quello che per gli armeni è un genocidio (ci torneremo).

Non ci interessa, però, tanto la notizia della Clinton in visita a quel monumento e le dichiarazioni di intenti americane, tese a trovare una soluzione pacifica fra Armenia e Azebaijan in merito al Nagorno Karabagh. Il Nagorno Karabagh, una terra armena, che Stalin assegnò alla repubblica sovietica azera, ed ora, de facto, indipendente dopo una sanguinosa guerra di liberazione. In altri tempi la tradizionale politica filoturca, in funzione antirussa, non avrebbe mai permesso uno sbilanciamento simile da parte dell’amministrazione statunitense, che potrebbe anche preludere ad un auspicabile riconoscimento della legittima volontà del popolo armeno.  (leggi tutto)

 

Le (tante altre) poltrone che contano

di Sara Santolini

Finmeccanica è un grande gruppo italiano. Così grande che si è espanso e ingrassato anche all'estero, fino a diventare uno dei maggiori produttori mondiali di armi, aerei, elicotteri, elettronica e sistemi di difesa. Un settore che non soffre in alcun modo della crisi economica: nel 2009 Finmeccanica ha avuto una crescita netta dell'utile del 16%. Il gruppo è l'ottavo produttore mondiale di materiale militare e la nona potenza economica a livello nazionale. Il settore più importante di cui si occupa è l'elettronica per la difesa e sicurezza, ma è anche un grandissimo produttore di elicotteri e aerei. (leggi tutto)

Gli anticolonialisti di Stanford vogliono proibire ai neri la "nona" di Beethoven

L'Europeo 6 - il conformista 5 febbraio 1992

L'università di Stanford, una delle più quotate d'America, si prepara a escludere dai suoi programmi Omero, Aristotele, Platone, Dante, Shakespeare e gli altri grandi protagonisti della cultura classica per sostituirli con esponenti della cultura del Terzo mondo e delle minoranze americane di colore. Lo ha deciso il Comitato dei professori e studenti dell'Università perché tutti questi classici sono "razzisti, sessisti, reazionari , repressivi" e perché, come ha detto il presidente di questo comitato, Paul Seaver, "non si possono difendere scrittori divenuti simbolo negativo di esclusività culturale". Questa presa di posizione dell'università di Stanford non è improvvisa, essa si innesta sulla campagna che sta conducendo da tempo il predicatore nero Jesse Jackson, uno dei candidati democratici alla presidenza, al grido di "la cultura occidentale deve andarsene". (leggi tutto)

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Se anche Vincenzo Scotti ha voce in capitolo

di Alessio Mannino

Intervistato dal Cocchiere della Sera di qualche giorno addietro, Vincenzo Scotti ridimensiona le parole del senatore Pdl Beppe Pisanu sugli accordi politica-mafia-servizi segreti legati alle stragi del ’92-’93: «Si fa confusione fra giudizi politici, storici e atti giudiziari», mentre ci vorrebbe più «cautela nel fare affermazioni di quel tipo», altrimenti si corre il rischio di danneggiare «l’immagine dello Stato». A parte il fatto che non c’è bisogno di Pisanu perché l’Italia sia considerata, a ragione, uno Stato di gomma, rotto ad ogni violazione delle sue stessi leggi e ad ogni compromesso coi veri poteri forti (fra cui c’è anche il crimine organizzato), senza nerbo né orgoglio, insomma una parodia di sé stesso. Ciò che colpisce è l’autore stesso di tale invito a non alzare pericolosi veli. Vincenzo Scotti, chi è costui? È il sottosegretario agli Esteri del governo. Ma chi era – questa la domanda giusta – costui? 

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