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Onore a Tomizawa, morto in sella ai suoi sogni

di Marco Lambertini

Alla larga dal cinismo del business e, in particolare, da quello del mondo dello spettacolo, riassunto efficacemente nel proverbiale “the show must go on”. Ma alla larga anche dal moralismo piagnucoloso di quelli che si ricordano dei vizi del sistema solo ed esclusivamente quando ci scappa il morto. 

L’ultimo esempio è arrivato ieri. Nella tarda mattinata, durante la gara di “Moto 2” a Misano e valida per il mondiale, il giapponese Shoya Tomizawa è incappato in un terribile incidente. In uno dei tratti più veloci del tracciato ha perso il controllo ed è scivolato a terra. Sfortuna ha voluto che proprio in quel momento sopraggiungessero altri due piloti, il sanmarinese De Angelis e il britannico Redding, che l’hanno centrato in pieno. Gli effetti sono stati spaventosi. Il corpo di Tomizawa è stato lanciato in aria come un fagotto di stracci e il doppio impatto gli ha causato lesioni gravissime, che hanno fatto subito pensare al peggio. A sorprendere, semmai, è che gli altri due ne siano usciti illesi, o quasi. 

Tomizawa è stato immediatamente soccorso dal personale sanitario e trasportato in barella in una zona di sicurezza. La valutazione dei medici è stata che non ci fosse ragione di lasciarlo a terra, nel punto in cui era ricaduto, e che perciò non vi fosse alcun motivo di fermare la corsa. La direzione della corsa ne ha preso atto e ha ritenuto anch’essa che la gara potesse proseguire. Valutazioni di carattere tecnico, evidentemente. Valutazioni che si esauriscono nel giudicare la necessità materiale di operare in un senso o nell’altro. Se il ferito deve restare immobile lo si lascia sull’asfalto. Se no lo si rimuove il più rapidamente possibile. Se la pista è diventata insicura, a causa delle conseguenze dell’incidente, la competizione viene interrotta. Salvo poi riprendere, beninteso, non appena la normale agibilità sia stata ripristinata. 

Secondo alcuni commentatori, invece, tutto questo è inaccettabile. Non per motivi tecnici. Per ragioni etiche. A loro giudizio il Gran Premio andava fermato comunque, a prescindere dal bisogno effettivo di farlo. Lo stop andava decretato in segno di omaggio al pilota coinvolto e ormai in fin di vita. Analogamente, poi, andava annullata anche la corsa successiva, in quella categoria GP che è la massima attrazione sportiva, e televisiva, dell’intera kermesse. Sulle pagine on-line di Repubblica, Vincenzo Borgomeo si lancia in una vera e propria requisitoria: «Eppure, come se nulla fosse, dopo la gara i piloti sono andati lo stesso sul podio. Si è festeggiato, si è riso e ci sono state le solite gag fra pubblico e piloti. Vergogna, oggi non è solo morto un pilota, ma anche la dignità del motomondiale».

Non siamo assolutamente d’accordo. Come hanno ricordato i piloti intervistati dopo la gara, il rischio di incidenti è connaturato alla loro attività e nessuno se ne fa un cruccio. Si sa che potrebbe accadere. Si spera che non accada. La morte di un pilota è un evento tragico, ma non certo una rivelazione inaspettata, e in quanto tale scioccante, della pericolosità intrinseca nell’affrontarsi sul filo dei 300 chilometri all’ora. Per dirla con le parole di Giacomo Agostini, campionissimo di un’epoca in cui le misure di sicurezza erano di gran lunga minori e le vittime assai più numerose, «Siamo piloti, mica farmacisti»

Shoya Tomizawa, e anche questo lo hanno ricordato diversi dei suoi colleghi (ma sarebbe forse meglio definirli compagni d’avventura, per la passione che li accomuna e che va ben al di là della dimensione professionale), è morto facendo quello che amava di più. Non era un minatore costretto a scendere in gallerie insidiose per sbarcare il lunario. Non era un muratore costretto a salire su impalcature precarie per ridurre i costi del cantiere. Tomizawa era un ragazzo che correva per amore della sfida. Il business non c’entra, o resta sullo sfondo: piaccia o non piaccia la sua motivazione, e quella degli altri come lui, è di tipo puramente agonistico. Ci si mette alla prova reciprocamente. Si cerca di andare al di là di se stessi e dei propri limiti. 

È irrazionale? Può darsi. È cinico? Per niente. Chi rischia in prima persona è l’antitesi stessa del cinismo. Non si tratta di show. Si tratta di un sogno. Le telecamere lo possono riprendere e mostrare in tutto il mondo, ma a dover decidere se vogliono essere “svegliati” sono soltanto loro, i piloti. 

Marco Lambertini

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