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Ultrà in Egitto, altro che Black Bloc

Non solo attivisti politici o “cani sciolti” sono scesi in piazza Tahrir, ma anche le tifoserie, e sono state determinanti nell’impedire che la polizia sgombrasse il campo. I gruppi ultrà delle due squadre della capitale egiziana hanno, infatti, una struttura militante ed una capacità di organizzare un servizio d’ordine come quella che, negli anni 70, apparteneva ai movimenti politici radicali, se non addirittura superiore.

Sospendendo qualsiasi giudizio morale, o moralistico, ed analizzando oltre il contingente la capacità di questo tipo di organizzazioni, va riconosciuta a loro la forza identitaria e la capacità di sentirsi gruppo, e non branco, come troppo facilmente le si liquida. Esse hanno forti regole di fratellanza virile, che impongono ai loro membri il coraggio e un, anche se eterodosso, spiccato senso dell’onore, elementi che hanno permesso loro di strutturarsi in organizzazioni gerarchiche e disciplinate, efficienti al punto di saper resistere alla cariche della polizia e capaci, talvolta,  di prendere l’iniziativa e far battere in ritirata i celerini.

Non è un caso che, anche qui in Italia, le tifoserie unite, quando si sono lanciate in manifestazioni dimostrative su ampia scala, hanno saputo tenere in scacco le forze dell’ordine più di quanto non avvenga nelle sfilate di protesta che facilmente sbandano e degenerano, sia per  l’incapacità di darsi un servizio d’ordine adeguato che per la facilità di infiltrarle.

L’infiltrazione certo esiste anche nelle tifoserie, ma più a livello di intelligence: in piazza sarebbe più difficile, per l’infiltrato “organico”, disobbedire agli ordini dei capitifoseria o, per quelle “occasionali”, spacciarsi per tifosi senza essere neutralizzati sul campo. Le manifestazioni delle tifoserie sono, sì, spesso violente, ma difficilmente vanno oltre il livello di violenza programmato o perdono il controllo della situazione.

Tutte cose preziose in una situazione come Piazza Tahrir dove, probabilmente, hanno salvato molte vite ed aiutato in maniera, forse, determinante la rivoluzione, che è un atto di violenza non un ballo di gala, naturalmente è diverso se vengono valutate in una tranquilla domenica borghese o quando le motivazioni non sono “alte” come quelle politiche degli ultrà egiziani.

Anche nelle nostre tifoserie sono presenti frange politicizzate, o sedicenti tali, spesso strumentalizzate per meglio far passare un messaggio di esecrazione sociale del tifoso da stadio, che bisogna ammettere non è del tutto infondato, ma quello che è successo in Egitto è qualcosa di diverso: si tratta di una presa di coscienza sociale e di una maturazione che ha fatto uscire l’ultrà dal tunnel del tifo, senza con questo fargli dimenticare i suoi colori, e a farlo combattere, portandoli con orgoglio, per qualcosa di più di una squadra di calcio. Questo rivela, forse, anche che quella dell’ultrà è la ricerca di una appartenenza più alta e profonda, che quelli del Cairo hanno scoperto e messo al servizio del proprio Paese.

Resta, quindi, da attendere che anche le tifoserie nostrane abbiano questa rivelazione, e se le cose continuano a seguitare con l’andazzo attuale un barlume di speranza c’è: sarebbero molto più efficaci di tanti velleitari e spocchiosi movimenti e movimentini. Gli ultrà della rivolta non solo rappresenterebbero più componenti della società di quanto facciano i manifestanti di oggi, ma interdirebbero con maggior successo la piazza sia alla repressione sia alle, controproducenti e pilotate, degenerazioni dei black bloc.

Ferdinando Menconi

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