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Rise Up, Europe!

Occhi a terra. Per come viene rappresentata dalla classe dirigente e dai grandi media, e quindi per come viene percepita dalla generalità dei cittadini, la situazione attuale dei Paesi europei a rischio default si può sintetizzare così: con un atteggiamento ottuso e contrito, che spinge alla totale acquiescenza e impedisce di vedere al di là del proprio naso. 

Occhi a terra, appunto. Come scolaretti umiliati, e timorosi della punizione incombente, che non sono neanche più capaci di alzare lo sguardo per verificare chi accidenti siano quei tizi che si ergono a maestri e che brandiscono le loro bacchette promettendo sonore nerbate a chiunque non si inchini al loro cospetto. E non si impegni solennemente a ubbidire in tutto e per tutto, d’ora in poi.

di Federico Zamboni

Le conseguenze sono quelle che vediamo: nell’ansia di “emendarsi” dai vizi del passato, condensati e cristallizzati nella crescita esorbitante del debito pubblico, ci si prostra alle sollecitazioni internazionali (o per essere più precisi sovrannazionali) che esigono il rigore di bilancio e che pretendono di imporre, a tale scopo, l’intera architettura della politica economica dei singoli Stati. Sentendosi colpevoli, si dà per scontato che bisogna rientrare nei ranghi. Sentendosi in pericolo, ci si prepara a qualsiasi sacrificio pur di non essere esclusi da quella ricca tavolata alla quale si è banchettato finora. 

L’idea, anzi l’illusione, è che dopo un periodo di quaresima, doveroso ma non troppo lungo, il momento oscuro sarà superato e ricomincerà la bisboccia. Un po’ di tempo ai margini, a lavare i piatti in cucina o a servire i commensali, e poi verremo riammessi ai consueti privilegi. Alle consuete piacevolezze. Magari non proprio tutti, perché si sa che la competizione mondiale è aumentata e l’Occidente non è più il padrone assoluto e incontrastato del pianeta, ma di sicuro tutti quelli che avranno le qualità necessarie: ingegno, spirito di sacrificio, inventiva. Nonché quel pizzico di cinismo (ops: pragmatismo) che bisogna pur possedere per destreggiarsi in un mercato tanto libero e dinamico.

Ma l’errore è proprio questo: è che “si dà per scontato che bisogna rientrare nei ranghi”, ritenendo perciò che non ci sia nessuna alternativa al di là dell’attenersi alle imposizioni esterne. L’errore, fatale, è fermarsi alla prassi senza mai ridiscutere la teoria. È concentrarsi sulle misure da introdurre per conseguire gli obiettivi fissati da altri, senza mai interrogarsi su quali siano i vantaggi, e gli svantaggi, di rimanere incardinati su certe premesse e su certi meccanismi. Prima domanda: su cosa abbiamo investito in tutti questi anni, per ridurci in queste condizioni? Seconda domanda: su cosa stiamo investendo ancora, per accettare a capo chino di fare a pezzi il nostro modello di welfare e di rinunciare, probabilmente per sempre, alla nostra sovranità nazionale?

È da qui che si deve ripartire. Se solo ci fosse la capacità di scuotersi dal torpore instupidito in cui siamo sprofondati, si potrebbero ribaltare completamente i termini della questione. E trasformare in un presupposto di riscossa quella che oggi viene spacciata, al contrario, per una condanna inappellabile. Proprio perché la crisi del debito pubblico non riguarda una singola nazione, ma oramai la quasi totalità dell’Europa, bisognerebbe che tutti quelli che ne sono interessati, e schiacciati, si riunissero in una nuova forma di sodalizio, politico ed economico. Squarciando la ragnatela perversa in cui siamo (stati) intrappolati e sottraendoci in un sol colpo alle pressioni e ai ricatti del mondialismo in chiave Wto e Fmi. 

Abbiamo un intero continente da valorizzare al proprio interno: un’area di produzione e di scambio reciproco che è talmente vasta da poter trovare una sostanziale autosufficienza e rinascere nell’interesse dei popoli, anziché delle banche. 

Non sono i singoli Paesi a dover uscire dall’Euro. È l’Europa intera a dover uscire dalla finanza globale.

Federico Zamboni

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