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Esatto: l’Italia armava Gheddafi - FREE

Il grosso degli armamenti è stato ceduto sulla base di accordi alla luce del sole, benché inquietanti. Resta però da chiarire il caso di una possibile “triangolazione” con Malta:  una grossa partita di armi leggere, del valore di quasi 80 milioni di euro, di cui non si trova l’autorizzazione ufficiale

di Pamela Chiodi 

È confuso il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il 24 febbraio afferma di «non aver nessun motivo di dubitare che il trattato tra Italia e Libia rimanga». Due giorni dopo cambia idea. Dichiara tutt’altro: «Il Trattato tra Italia e Libia non c’è più, è sospeso». Passano altre ventiquattro ore e il ministro rimodula il concetto. Spiega che «il trattato è di fatto inoperante in questi giorni perché non c'è la controparte. Il trattato non si fa con i governi o le persone, ma con gli stati. Noi speriamo che un domani ci sia uno stato libico in grado di rispettarlo». Confusione mentale a parte, La Russa la spara grossa quando nega che «ci siano state consegne di armi al regime» perché proprio il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato nel 2008 ne prevede la fornitura. 

L’accordo infatti, oltre agli aspetti già sottolineati martedì scorso da Sara Santolini, all’articolo 20 prevede «un forte e ampio partenariato industriale nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate». Cosa che peraltro si è verificata già da quando l’Ue nel 2004 ha revocato l’embargo totale alla Libia. Da allora, le nostre esportazioni di materiale bellico sono aumentate a dismisura. Si è passati da circa 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 del 2007. Secondo il rapporto 2009 pubblicato dal Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, solo nel 2007 la Libia ha acquistato armamenti per un valore vicino ai 450 milioni di euro; il 52% in più rispetto a dieci anni prima. I ricercatori del Sipri spiegarono che Tripoli aveva iniziato a trattare con alcuni grandi fornitori per acquistare «sistemi d’arma complessi». Uno di questi era ed è Finmeccanica che, com’è specificato specificato sul sito internet della stessa società nel 2009, insieme alla Libyan Investment Authority (LIA) e la Libya Africa Investment Portfolio (LAP) ha siglato «un'intesa per lo sviluppo di attività di cooperazione strategica in Libia e in altri Paesi del Medio Oriente e dell'Africa. Sulla base di questo accordo saranno perseguite opportunità di investimento nei settori dell'aerospazio, dell'elettronica, dei trasporti e dell'energia per applicazioni commerciali e civili». 

È grazie anche a questo accordo che il governo italiano, che detiene il 30,2% del capitale di Finmeccanica, è diventato il maggiore esportatore europeo di armamenti al Colonnello. Nel biennio 2008-2009, ovvero gli anni della firma sia dell’accordo di Finmeccanica sia del Trattato con la Libia, è stato autorizzato l’invio di attrezzature militari per oltre 205 milioni di euro. La cifra è considerevole. Ma per quanto possa essere inquietante, non c’è niente di illegale in questo tipo di commercio. Le irregolarità spuntano altrove. Stando alla denuncia della Rete Italiana per il Disarmo e della Tavola Rotonda della Pace, nel 2009 l’Italia avrebbe «triangolato attraverso Malta al regime del Colonnello Gheddafi oltre 79 milioni di euro di armi leggere ad uso militare della ditta Beretta». 

Una “triangolazione”, come spiega Achille Lodovisi che si occupa di commercio mondiale di armamenti presso l’Osservatorio Irse, l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, è «un’operazione di trasferimento di beni e servizi a carattere militare che partono da un paese esportatore e si dirigono verso un paese ufficialmente importatore, che però funge da sponda e a sua volta ritrasferisce a un terzo paese, sfruttando particolari condizioni di carattere politico-economico, che consentono di fare operazioni con molta libertà. Simili operazioni vengono effettuate solitamente quando i paesi esportatori ritengono contrario ai loro interessi far figurare che stanno esportando armi verso un determinato paese, per motivi politici o per un embargo internazionale». 

La stessa ambasciata italiana a Tripoli ha confermato che la partita di armi era destinata alla Libia e non ha mai toccato il suolo maltese. Non c’è traccia dell’autorizzazione nelle Relazioni della Presidenza del Consiglio italiano sull’export di armamenti. Non risulta nemmeno dai dati Istat del 2009. «E allora i casi sono due», dice Giorgio Beretta, analista della Rete Disarmo. «O una ditta italiana ha esportato queste armi senza l'autorizzazione del Governo italiano (ma allora avrebbero dovuto essere bloccate dalle dogane maltesi) o, come è più probabile, vi è stata un'autorizzazione da parte di qualche ufficio del Governo italiano, che però non è stata mai notificata né nelle Relazioni al Parlamento né all'Unione Europea». 

Ora tocca al governo rispondere. E anche se La Russa ha replicato che «non ci sono state consegne al regime, tantomeno nelle ultime settimane», ci sono buone possibilità che anche in questo caso si corregga da solo.

 

Pamela Chiodi

Perché l'Italia non si rivolta

Articoli pubblicati in settimana (21/02-25/02/2011)