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Stage: maneggiare con cura - FREE

Per moltissime aziende sono solo un trucco per ottenere lavoro a costo zero. Per molti di quelli che li frequentano sono un inganno accettato di buon grado, illudendosi che migliorino il curriculum

di Sara Santolini

Oggi verrà lanciata l’iniziativa “NON + stage truffa”. La CGIL, promotrice della campagna, ha deciso di proporre una serie di regole che ridiano agli stage il valore che meritano. Susanna Camusso, il segretario generale del sindacato, presenterà personalmente il progetto in conferenza stampa.

La tematica non è nuova. Molte aziende interpretano queste collaborazioni come un modo economico e veloce per reclutare giovani più o meno qualificati ma di poche pretese. In cambio del lavoro, però, non viene dato loro né un rimborso spese, né un posto di lavoro e nemmeno, cosa più grave perché stravolge il fine stesso dell’esperienza, una formazione adeguata. Inoltre sempre più spesso lo stage fa parte di un corso di formazione o specializzazione rigorosamente a pagamento. 

In realtà la parola stage non significa che “tirocinio formativo e di orientamento”. Non si tratta di un’esperienza lavorativa vera e propria, ma di una sorta di apprendistato sul campo che prevede dunque che gli stagisti vengano seguiti da dei tutor, professionisti che ne siano il punto di riferimento per tutta la durata del tirocinio, anziché lasciarli tutto il giorno a fare fotocopie. Eppure, quelle fotocopie qualcuno le deve pur fare. Per questo continuano a pullulare stage e tirocini. Strumenti che avrebbero lo scopo di dare ai giovani un’opportunità di crescita e consentire l’accesso alle professioni, spesso si traducono nella possibilità per le aziende di approfittare di lavoro gratuito o sottopagato, in sostituzione di personale dipendente. 

La situazione è ancora più grave per quelle professioni che richiedono obbligatoriamente un praticantato, che evidentemente si ritiene abbia un valore fondamentale a livello formativo, per accedere agli ordini (commercialisti, avvocati, giornalisti). Si insegna poco o niente ai tirocinanti, cui vengono spesso date mansioni lontane da quelle che dovrebbero espletare. Il famoso tutor spesso riduce la sua presenza a una firma sulla dichiarazione di fine esperienza. E così lo stage, che all’origine era pensato per creare un contatto diretto tra mondo del lavoro e professionalità, si trasforma invece in un vero e proprio scontro. Invece di facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, mostra subito quanto di più disonesto può esserci in esso.

Filomena Trizio, segretaria generale di NIdiL CGIL, la sezione del sindacato che si occupa in particolare dei lavoratori atipici, sottolinea che ogni anno la struttura riceve la segnalazione di «centinaia e centinaia di casi di abuso, ragazzi inseriti nelle aziende con un rapporto di stage a fini formativi e utilizzati per svolgere lavoro dipendente a tutti gli effetti». E aggiunge: «A queste persone vogliamo dire che devono vigilare sui loro percorsi e avere la forza di reclamare il loro diritto alla formazione e di denunciare l’abuso». Ma i singoli, com’è noto, questa forza non ce l’hanno. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di sindacati e associazioni. Soprattutto in questo momento: la disoccupazione giovanile ha toccato il 29% e la tendenza negativa non sembra affatto destinata ad arrestarsi. 

In questa situazione molti giovani ritengano che sia meglio passare da uno stage all’altro, magari con un piccolo rimborso spese, piuttosto che lavorare in un call center senza alcuna prospettiva per il futuro. O, peggio ancora, non lavorare affatto. Meglio – o forse più comodo – continuare con nuovi stage o prolungare quello in corso. Meglio, per quanto illusorio, allungare il proprio curriculum, piuttosto che trovare un posto di lavoro, seppure atipico. 

 

Sara Santolini

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