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Caucaso, la polveriera dimenticata - FREE

Le rivolte del Nord Africa dovrebbero insegnare anche questo: a seguire la politica internazionale con maggiore attenzione, senza aspettare che le tensioni esplodano. Esattamente il contrario di ciò che fanno i grandi media, abituati a puntare tutto sulle reazioni emotive del pubblico 

di Ferdinando Menconi

Nagorno Karabagh, nome che i più non solo non saprebbero situare sulla carta geografica, ma che molti non sanno neppure che è un nome da situare su una carta geografica. Ci sono però forti rischi che impareranno presto: quella regione del Caucaso, infatti, potrebbe essere prossima a prendere fuoco.

Il Nagorno Karabagh è un’enclave armena, assurdamente assegnata da Stalin all’Azerbaigian, che ha conquistato la sua indipendenza dopo una sanguinosa guerra combattuta nella prima metà degli anni 90. Guerra che gli Azeri erano convinti di vincere a mani basse, dopo i massacri degli armeni che avevano perpetrato nel 1988 approfittando della disgregazione dell’URSS: tanto a chi interessa quando si compie un genocidio sugli armeni? Avevano fatto male i conti, però. Non tanto sull’inazione dell’occidente, così sensibile a libertà civili e genocidi che quasi si schierava con l’intolleranza islamica, quanto sulla determinazione degli armeni, che umiliarono la tracotanza degli azeri sbaragliandoli e creando uno stato indipendente e veramente democratico, ma che nessuno riconosce. Neppure l’Armenia osa, quindi figuriamoci gli esportatori di democrazia.

Ma in fondo sono solo questioni “tribali” che non dovrebbero interessarci: se il presidente azero, il dittatorello Ilham Aliyev, lancia proclami di guerra a noi che importa? La libertà va aiutata solo quando i dittatori vengono cacciati, prima ci si fanno ricchi affari. E gli affari con l’Azerbagian sono decisamente ricchi. La capitale è Baku, un nome familiare almeno per chi ha dimestichezza con la seconda guerra mondiale: grande polo petrolifero, obiettivo primario delle armate di Hitler. La disfatta di Stalingrado ha lì le sue radici e noi gli alpini della Julia li avevamo mandati in Russia per combattere nel Caucaso, non nella steppa.

Posta così la questione diventa forse più chiara, o quantomeno diventa più chiaro perché i media embedded ci tengono all’oscuro: il Caucaso del sud è fondamentale snodo di oleodotti, fatto che lo rende scacchiere secondario delle azioni militari nello scacchiere primario centroasiatico, esattamente come nell’800, ai tempi del “Grande gioco”, anche se gli USA hanno sostituito l’Inghilterra. South stream e Nabucco, le due opzioni su dove far passare i tubi, vedono il Caucaso in posizione strategica e quindi libertà e diritto delle genti divengono dettagli secondari per gli esportatori di democrazia, altrimenti non si spiegherebbero gli appoggi dati alle aggressioni georgiane alle legittime aspirazioni degli osseti, riuscendo a far diventare, agli occhi dell’opinione pubblica manipolata, i Russi “cattivi” anche quando difendono l’autodeterminazione dei popoli. Il tentativo di annientare l’influenza russa nella regione risale ai tempi degli appoggi dati all’islamismo ceceno, sia per via mediatica, con una vergognosa campagna di disinformazione CNN tipo quella antiserba, sia militare, armando fino ai denti un certo Bin Laden. Solo che oggi la Russia di Putin, anche se non è ancora l’Urss, non è più l’ignobile pupazzo cui l’aveva ridotta Eltsin: non fatevi ingannare dal “lettone”.

Lo scacchiere caucasico rischia di riproporsi a breve alla ribalta geopolitica e in maniera drammatica: speriamo almeno non siano di nuovo gli armeni a pagarla, hanno già dato abbastanza nella storia, da ultimo con un immane genocidio che nessuno ricorda e pochi riconoscono. Curiosamente fra i negazionisti del genocidio armeno ci sono gli USA del grande Obama, l’alfiere delle ipocrisie mulinocachemire, sempre così attenti alle sensibilità della Turchia di cui sponsorizzano l’ingresso in Europa: una inaccettabile ingerenza nei nostri affari interni, da respingere con forza se non con violenza. Sponsorizzazione USA cui si è improvvisamente opposto, senza risalto mediatico, l’asse Parigi-Berlino: Sarko, con una visita lampo ad Ankara, ha comunicato che i negoziati con la Turchia sono congelati. Motivazione formale: la Turchia occupa militarmente, a seguito di una guerra di aggressione cui è seguita la pulizia etnica, parte del territorio di Cipro, che risulta essere uno stato della sedicente Unione Europea. Certo una “Unione” seria non inizierebbe mai negoziati di adesione con chi occupa i suoi territori e neppure li congelerebbe: lancerebbe ultimatum di sgombero, punto e chiuso.

Le speranze delle legittime rivendicazioni armene sono, apparentemente, oltre che in loro stessi, nella divergenza di interessi fra USA e asse Parigi-Berlino, cui speriamo si aggiunga Mosca, con tutto il suo peso militare e la possibilità di usarlo senza piagnistei. Politicamente, invece, per l’occidente europeo è soprattutto Parigi a poter essere determinante, visto che l’invasione dell’Iraq ha massimamente penalizzato gli interessi petroliferi transalpini a favore di quelli anglostatunitensi. Inoltre Sarko non può trascurare la lobby armena della diaspora, particolarmente forte in Francia. Come si vede, però, nulla di ciò ha a che vedere con democrazia e diritto. Ma come insegna il Nord Africa, tutti sono leader legittimi con cui fare affari e ci si accorge della libertà dei popoli, e del fatto che i “presidenti” sono dittatori, solo quando gli affari non si fanno più. Ma non è solo questione di ipocrisie governative: tutti a stracciarsi le vesti fra Gheddafi e Ben Ali, ma nessuno, salvo che si tratti di pellicce o di carne di cane ammannita al ristorante, che si indigni perché abbiamo rapporti politici e commerciali con la Cina. Rapporti che sono bipartisan e, peraltro, penalizzanti per gli interessi degli italiani. ma non delle cricche del made in Italy delocalizzato, bipartisan anch’esso. Quindi, silenzio di media di regime e social network. 

Certo Armenia e Azerbaigian sono lontani, Karabagh poi non siamo neppure certi che non sia meglio scriverlo Karabakh, ma se il Caucaso è scacchiere secondario del Centrasia è, però, anche strettamente legato a quei Balcani che non lo sono altrettanto, e il discorso di Erdogan a Srebrenica avrebbe dovuto metterci sul chi vive. Bisogna infine ricordarsi sempre che ciò che è un pericolo per l’Armenia è una minaccia per l’Europa. L’impero di Bisanzio ignorò questo monito e alla fine i Turchi arrivarono fin sotto Vienna per ben due volte. La Storia, se si rifiuta di imparare da essa, tende a ripetersi. 

Meglio, quindi, se guardiamo al Caucaso come fosse il giardino dietro casa in cui difendere la libertà contro gli interessi degli esportatori di democrazia. Non solo va nel nostro interesse ma, per una volta, è anche secondo giustizia e libertà.

Ferdinando Menconi

 

 

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