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Fukushima: Cassandra aveva ragione (free)

Si chiama Hidekatsu Yoshii ed è un parlamentare nipponico. Già un anno fa aveva posto il problema della sicurezza nelle centrali nucleari in caso di grandi cataclismi: gli avevano risposto che «lo scenario ipotizzato è praticamente impossibile che avvenga» 

di Davide Stasi

Una delle affermazioni più frequenti dei nuclearisti nostrani, qualche giorno dopo l’incidente di Fukushima, era che: «un cataclisma naturale come quello giapponese in Italia non sarebbe possibile». Una frase che forse solo il Creatore potrebbe dire con reale convincimento. La debolezza dell’argomentazione viene quindi solitamente compensata citando non meglio precisate diverse condizioni geomorfologiche, e altri pigolii senza senso e soprattutto senza fondamento. Prova ne sia che in Giappone, prima del disastro, si dicevano le stesse cose.

Riporta il Wall Street Journal che un parlamentare nipponico, Hidekatsu Yoshii, solo un anno fa aveva sollevato la questione della tenuta dei sistemi di sicurezza delle centrali a fronte di cataclismi devastanti. In particolar modo, si legge nei resoconti parlamentari, Yoshii aveva espresso forti preoccupazioni rispetto alla tenuta dei generatori elettrici di alimentazione dei sistemi di raffreddamento. Esattamente quelli che non hanno tenuto a Fukushima. La risposta dei gestori del sistema nucleare nazionale? Semplice: «lo scenario ipotizzato è praticamente impossibile che avvenga». Suona familiare, vero?

Non era la prima volta che Yoshii sollevava la questione. Con il potere divinatorio tipico delle persone informate e di buon senso, già nel 2006 si dichiarava preoccupato che uno tsunami potesse sommergere e distruggere i motori diesel collegati alle pompe di raffreddamento, innescando una disastrosa fusione nucleare nei reattori. Allora, come un anno fa, chiese che l’agenzia per la sicurezza nucleare imponesse sistemi di sicurezza capaci di resistere ai peggiori scenari, dando il via a poderosi investimenti di denaro pubblico per la protezione dei reattori. Ovviamente le sue richieste rimasero inevase.

Oggi Hidekatsu Yoshii non si mostra trionfante, anche se ne avrebbe motivo. Si limita a osservare che «alla fine, i gestori hanno pensato che un incidente grave non sarebbe mai successo». Nessuno, tra i chiamati in causa, ha accettato di rispondere o commentare. La loro preoccupazione, adesso, non è far fronte alle tante cassandre che intonano in coro l’inevitabile “l’avevamo detto”. L’obiettivo oggi è cercare di salvare il salvabile, non tanto di quello che resta dei reattori di Fukushima, ormai destinati all’intombamento tipo Cernobyl, quanto del futuro dell’intera industria nucleare.

Sì, perché da quelle parti le campane suonano a morto. I media sono comprensibilmente concentrati a trattare il disastro ambientale e i rischi per la salute, con tutte le reticenze del caso. E tra le tante cose che non sapremo mai di Fukushima ci sarà anche il costo complessivo dell’impianto, tutto compreso, dalla costruzione all’intombamento, ossia alla rinuncia definitiva a tutto ciò che i reattori contenevano in termini di tecnologie, apparecchiature e quant’altro. Tutto frutto di giganteschi investimenti, fatti interamente con soldi pubblici. Ed è lì la chiave: Fukushima è l’emblema dell’insostenibilità del nucleare non solo sotto l’aspetto della sicurezza, ma anche sotto l’aspetto economico.

Ne dà conferma anche il Time, che prende spunto dai fatti giapponesi per dire recisamente che, nonostante le perduranti spinte repubblicane e i rifinanziamenti di Obama, «non c’è alcuna rinascita». Già prima di Fukushima il settore atomico, almeno nei paesi democratici, rantolava, schiacciato da costi improponibili, una domanda stagnante, e investitori che vedono il nucleare come una fregatura cosmica. Ed è proprio il fattore sicurezza il cuore del problema. Per evitare situazioni come Fukushima, occorrono investimenti impensabili. Cercando di evitare i costi correlati, si hanno eventi come Fukushima.

In questo senso, e con un occhio al futuro, proprio il Time, uno dei più autorevoli periodici USA non ci gira attorno, e impone ai nuclearisti d’oltreoceano, ispiratori di tutti gli altri nel mondo, di mettersi il cuore in pace:«i nuovi reattori potranno contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica negli USA non prima del 2030. Di contro, investimenti per rendere edifici e fabbriche più efficienti possono ridurre già oggi la domanda di energia, a un decimo del costo del nucleare. Abbandonare nucleare e carbone a favore del gas, del solare e dell’eolico sarebbe più economico e veloce che investire in nuovo nucleare. Vero è che l’immissione irregolare di energia dalle fonti rinnovabili potrebbe mettere in difficoltà la rete di distribuzione, ma questo è un motivo per investire e migliorare la rete, non per perdere tempo e soldi su nuovi reattori». Amen, e così sia.

 

Davide Stasi

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