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Cosa passa nella testa di un elettore del Pdl?

Mettiamoci nei panni di un elettore del Popolo delle Libertà (lo so che è dura, ma proviamoci ugualmente). In questi tre anni di governo Berlusconi, verosimilmente l’ultimo del declinante Cavaliere, si è visto sbattere in faccia tutta l’amara realtà: il partito per cui ha votato è peggio di Forza Italia e Alleanza Nazionale messe assieme, perché fondendo plastica e correntismo ha prodotto un pallone gonfiato di nulla, un Giuliano Ferrara moltiplicato per enne volte; il Capo si è rivelato con evidenza palmare un governante inetto e parolaio, intento a rallegrare con legioni di prostitute il proprio viale del tramonto più che dare una parvenza di guida alla nazione; il segretario, nuovo per modo di dire, Angelino Alfano, è solo un luogotenentino che non entusiasma nessuno; il Consiglio dei Ministri è roso da faide interne, con Giulio Tremonti, il potentissimo signore dell’economia, oggetto di una caccia al capro espiatorio immeritata, visto che la colpa del tracollo di questo governo è da suddividere equamente fra geni del calibro di Brunetta, Gelmini e compagnia al seguito; lo stesso si dica nel corpaccione del partito, in cui pullulano le fronde organizzate (Scajola, Micchichè, Formigoni) o solitarie (Pisanu, Martino); in periferia, clientelismi, personalismi, capi e capetti agiscono nella più completa anarchia; e a Roma ed ovunque cominciano i primi distacchi, i ravvedimenti, le folgorazioni, le delusioni a orologeria, insomma il fuggi fuggi dalla nave che affonda, secondo il più miserevole costume italiano. 

Un comune pidiellino, che vivendo con l’equazione “soldi uguale felicità” ha creduto in buona fede a Silvio come a un mitologico Re Mida, adesso è veramente disilluso, scocciato, infastidito. È stanco della berlusconeide, è stufo di questo tirare a campare, questa mediocrità diffusa, questo andazzo fra scandali e fallimenti. Se volge lo sguardo alla Lega, non è che vada molto meglio: anche lì zuffe interne, frustrazione, una certa presa di distanza dal leader di sempre, Bossi, e da una forza che abbaia ma non morde. Il suo eterno tabù, la sinistra, non può certo farlo guardare al Pd e men che meno a Di Pietro o Vendola. Magari, se è un ex dc, la sua attenzione andrà all’Udc di Casini, che una fetta di voti gliela ruberà di sicuro, all’esanime Pdl. 

Ma molti come questo signor Bianchi berlusconiano sfiduciato e arrabbiato, io credo, andranno a ingrossare l’esercito sempre più vasto degli astenuti, o comunque degli italiani che non si sentono più appartenere a priori ad una parte politica. Ed è questa fuga che, a nostro parere, vorrebbe arginare il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, proponendo sin da ora una svolta fatta di primarie e congressi a tutti i livelli, chiudendo l’era del verticismo piramidale e del partito-azienda. La chiave dell’eventuale recupero di un Pdl mai davvero nato può essere solo il coinvolgimento diretto della base, l’impegno per costruire un progetto che giri pagina rispetto al berlusconismo. Individuato lo strumento, ossia le primarie su imitazione del centrosinistra, manca però il resto, che è quasi tutto: quali i valori fondanti, quali le idee trainanti per l’immediato, quale tipo di organizzazione sul territorio? Interrogativi forse superflui e ingenui, visto che né Alemanno alias destra corporativa e paracula, né Formigoni cioè CL, né Scajola (solo a nominarlo cascano le braccia) né gli altri aspiranti successori di Berlusconi e dei suoi fedelissimi sembrano indicare alcunché di differente e innovativo rispetto al miscuglio di liberal-liberalismo a parole e conservatorismo sociale nei fatti, che è stato la vera cifra del ventennio scarso di potere arcoriano. 

Alessio Mannino

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