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Essere ribelli oggi. E soprattutto domani

Io volevo salvare il mondo. Ben inteso, lo voglio ancora. Fin dal 2008, quando ho iniziato a collaborare saltuariamente con il Ribelle, provavo questa forma di urgenza, che talvolta, lo ammetto, deraglia in ossessione, di fare qualcosa. Se penso a me e a questa mia urgenza quotidiana, mi immagino in un cinema affollato di persone che, con gli occhi sbarrati e un tantino inebetiti, fissano lo schermo, a cui invece io do le spalle. E l’istinto immediato è quello di prendere tutti per le spalle, uno ad uno, scrollarli con energia e urlare: «ehi, c’è il mondo fuori di qui. Ed è una merda. Andiamo a fare qualcosa?».

Sono consapevole che si tratta di una prospettiva piuttosto egocentrica, tendente al megalomane, ma quando sorgono certe urgenze spesso è così. Senza contare che, nel confronto con il conformismo dilagante dei tanti spettatori inerti che ci circondano, e del gran numero di anomalie di sistema con cui ci si scontra ogni giorno, l’urgenza diventa bruciante, si colora di fretta, diventa febbre. E spesso ci si trova, da soli, davanti a un bivio: rassegnarsi, nella convinzione che non ci sia nulla che l’individuo da solo possa fare per cambiare le cose, o ingaggiare una battaglia con se stessi e con gli altri.

Il graduale coinvolgimento nella squadra del Ribelle mi ha consentito di non cedere all’indubbia attrattiva della rinuncia e della rassegnazione. La spinta al conformismo è sempre potente, e decidere di non voler sapere è la strada più economica, facile e comoda. Si sa: il più felice è sempre lo scemo del paese. E molti, in questa società, si giovano, più o meno consapevolmente, di questo tipo di felicità. Senza contare che c’è sempre una forma di pudore nel voler mostrare la propria natura ribelle all’esterno. Tra parenti, amici, colleghi: capita di parlare della realtà, e le bestialità si sprecano. Eppure c’è sempre una sorta di remora a mostrarsi più coscienti degli altri. È il timore dell’esclusione che colpisce sempre il diverso, il non conforme.

La Voce del Ribelle, coinvolgendomi sempre di più, insegnandomi tantissimo, forse tutto, sull’approccio per leggere la realtà prima ancora che sulla “tecnica giornalistica”, mi ha strappato da quel vortice. Ha rafforzato in me l’orgoglio di essere ineluttabilmente ribelle, e la consapevolezza che è bello assumersi la responsabilità di questo stato di cose, anche se si tratta di una lotta solitaria, o in compagnia di un piccolo ma agguerrito e solido manipolo di persone.

Insomma ho visto che non ero il solo in quel cinema a scrollare la gente per tentare di distoglierla dall’ipnosi, e questo mi ha confortato. E mi ha fatto capire, come ha espresso anche de Benoist nell’intervista pubblicata di recente su questo sito, che non è con fiammate rivoluzionarie, condotte da soli o insieme a pochi, che cambierà qualcosa. Il cambiamento deve venire dalla coscienza diffusa. Quella stessa che, a guardarla, sconforta da morire. Ebbene La Voce del Ribelle è un fatto culturale, un seme gettato su un terreno al momento in gran parte sterile, ma con zolle particolarmente fertili.

Quelle zolle siamo noi stessi, e in quel noi siete compresi anche voi, cari lettori, abbonati o occasionali che siate. Se è vero, com’è vero, che il cambiamento deve venire dalla coscienza collettiva, agita ogni giorno da chi la sa nutrire con l’alimento più adeguato, siamo chiamati tutti a diffondere un contagio. Ci vorrà tempo, è ovvio, ma noi abbiamo tempo e pazienza, e il nostro traguardo sono le generazioni future. Soprattutto, però, occorre condividere la volontà. Ed è per questo che, seguendo la riunione di redazione aperta agli abbonati, il 2 gennaio scorso, mi sono fatto alcune domande che, correttamente, giro a tutti voi.

Abbiamo raccontato cosa intendiamo fare del Ribelle, quali sono i nostri scopi, i nostri sforzi e i mezzi con cui vogliamo raggiungerli, per darvi il miglior servizio di informazione possibile. Quella vera, quella che propone una chiave di lettura e non si limita a dar conto delle cose che avvengono. Ma non ci siamo chiesti, kennedianamente, cosa anche i nostri lettori, in quanto protagonisti attivi di questa impresa, possono fare per il Ribelle. Allora ho ripensato a me stesso, al mio essere, in passato, un ribelle timido, per quanto mi sentissi la realtà pesare sulle spalle, e mi sono chiesto: quanti nostri lettori sono così? Quanti espongono con vero orgoglio e con coraggio il fatto di aver scelto la “pillola rossa”, senza temere ostracismi ed emarginazioni, ma anzi esibendo le proprie convinzioni e le proprie fonti?

Il Ribelle ha salvato il ribelle che era in me già quando lo leggevo, prima ancora, quindi che contribuissi ai suoi contenuti. Credo che i suoi semi siano preziosi. Non salveranno il mondo, probabilmente, ma hanno il compito di provare a diffondere, come fa ogni avanguardia, quel nuovo modo di leggere il mondo di cui c’è un gran bisogno. E che può funzionare solo se diventa virale. Con qualche costo, certo, ma, come ha detto Derek Bok, se pensate che la cultura sia costosa, provate l’ignoranza…

Oggi che l’iniziativa editoriale è a un punto di svolta, guardando alla mia esperienza personale, mi sento di dirvi, cari lettori, con grande convinzione, e con malcelata ma autoironica megalomania: andate e moltiplicatevi. Ora o mai più. Il Ribelle siete voi, noi siamo soltanto veicoli del desiderio di cambiamento che ci accomuna. Solo o soprattutto così, questa entusiasmante e ardua battaglia per un futuro degno di essere concepito, prima ancora che vissuto, potrà continuare.

Davide Stasi

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