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Spese militari: servono davvero?

Lasciamo stare i pacifisti, che saranno anche contrari per principio, ma ormai sono molti di più i cittadini che stentano a comprendere la logica di un Governo che per un verso continua a tagliare le altre voci di spesa e che però lascia intatta, o addirittura fa lievitare, quella per le missioni all’estero (armate).

In particolare al centro delle polemiche c’è un programma, denominato Jsf - Joint strike fighter, per la produzione di un cacciabombardiere molto simile allo statunitense F35 che andrà a sostituire le flotte aeree di USA e alleati. La “parte” dell’Italia nel programma prevede che il nostro Paese acquisti ben 131 di questi aerei nei prossimi vent’anni, per una spesa pari a circa 15 miliardi di dollari. Una cifra altissima che in realtà, per dirla in maniera chiara, non possiamo assolutamente permetterci.

Eppure, l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi, tra gli altri, è pronto a giurare che questa spesa sia assolutamente necessaria, e serva a «difenderci da eventuali minacce esterne». Una motivazione un po’ troppo vaga per giustificare un esborso di questa portata. Come altrettanto discutibile è la pretesa di farne una questione di prestigio. Un prestigio da 15 miliardi di dollari: secondo l’ammiraglio Marcello De Donno, ex capo di stato maggiore della Marina «per partecipare alle operazioni dell'alleanza di cui facciamo parte è necessario mettere in campo strumenti adeguati. Altrimenti», aggiunge, «è inutile lamentarci se la Germania ci colonizza e siamo relegati alla periferia dell’Impero».

Ma lo scacchiere del potere in Europa non si incentra sulla minaccia militare, come invece accade ad esempio per gli USA in Medio Oriente. Se la Germania oggi può fare la voce grossa con gli altri Stati europei è per la sua posizione economica e, soprattutto, per la sua “amicizia” con i burocrati europei. Dubbi di una certa portata, del resto, ci sono anche riguardo alla reale necessità di dotarsi di nuove tecnologie. Oltre ai blindati Lince, molto usati in Afghanistan, l’Italia ha acquistato 70 Pzh2000 (un obice semovente) per 464 milioni di euro e 540 autoblindo Puma, per 304, salvo poi lasciarli in garage. Inoltre l’accordo, imperniato com’è sia sulla tecnologia statunitense che sulla volontà di Washington, va in direzione opposta alla possibilità di dotarsi, se proprio si ritiene indispensabile rafforzarsi in chiave bellica, di mezzi di difesa europei.

Secondo il coordinatore della Rete per il Disarmo «i 15 miliardi per l'acquisto dei cacciabombardieri F35 sono una follia. A che ci servono quegli aerei? Chi dobbiamo bombardare? Potrei capire se fosse un programma della Nato, di cui facciamo parte. Ma l'F35 è un prodotto americano, saremo colonizzati dalla tecnologia americana. Mentre i francesi se ne infischiano e continuano a puntare sui loro caccia Rafale».

L’accordo, avviato nel 1996, fu firmato definitivamente nel 2007, quando era ministro della Difesa il succitato Parisi. Un accordo giudicato positivamente anche dall’odierno sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri, in particolar modo perché «prevede la costruzione in Italia di oltre 1200 ali del velivolo con la relativa tecnologia elettronica» e perché «a Cameri, in provincia di Novara, sorgerà il centro per la manutenzione di tutti gli F35 acquistati dai Paesi europei».

Qualche posto di lavoro – a fronte di una disoccupazione dilagante – contro i miliardi di dollari che dovremo trovare a forza di tasse, tagli e Dio sa cos’altro.  

Sara Santolini

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