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Gli assenteisti. E le leggi per punirli

«Timbrano il cartellino, poi vanno a fare la spesa». L’ennesimo titolo a effetto sull’assenteismo nel pubblico impiego lo sforna l’Ansa, riprendendo un’inchiesta del programma Le Iene. L’intonazione, e il prosieguo, sembrano riecheggiare le stesse considerazioni, o requisitorie, del Brunetta di qualche anno fa: il dipendente pubblico non lavora, si dà malato troppo facilmente e, quando c’è, scalda la sedia.

Non che sia tutto completamente falso, ma con l’occasione bisognerebbe anche chiedersi chi l’abbia assunto. E magari promosso. Perché il lazzarone italico avrà pure mille responsabilità ma almeno questa non gli si può addebitare: i concorsi, e gli eventuali avanzamenti successivi, non se li gestisce da solo. A esaminarlo, si fa per dire, c’è sempre qualcun altro. E dietro questo qualcun altro c’è sempre, di riffa o di raffa, il potere politico. Il nullafacente è l'effetto. Il potente è la causa. Il clientelismo non lo instaura chi sta sotto, ma chi sta sopra.

La cosa che preoccupa è però che questi pseudo scoop sugli assenteisti finiscono puntualmente per ispirare qualche dichiarazione, o invettiva, sulla necessità di inserire delle nuove norme punisci-dipendenti che per loro natura coinvolgono tutti i lavoratori: sia quelli ligi al dovere che quelli che si adagiano sul fatto che tanto, bravi o non bravi, ricevono in ogni caso lo stipendio a fine mese.

Ciò che bisogna ricordare, e sottolineare, è che la legge già prevede che chi, ad esempio, si allontana dal posto di lavoro senza giustificato motivo, timbra i cartellini dei colleghi assenti o non svolge i propri compiti per semplice accidia possa essere licenziato per “giusta causa”. Sollecitare misure ulteriori, quindi, significa nascondersi dietro i casi illeciti da punire per arrivare a qualcos’altro. Ad esempio, all’introduzione di nuove norme che ledono i diritti dei lavoratori, vedi quello all’assenza retribuita in caso di malattia.
Prima si prepara il terreno. Poi si colpisce.

(red)

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