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Botte in Africa, per essere sexy qui

Ammettiamolo, una bella lingerie su un bel corpo femminile esalta il senso di bellezza e di sensualità. Quando il capo di vestiario va oltre alla funzione igienica di contenere le parti intime, e diventa esaltatore della sensualità, si hanno ampi motivi di soddisfazione, sia per chi li indossa, sia per chi li ammira o ha accesso alla loro rimozione. Si tratta cioè di uno strumento spesso chiave nei meccanismi della seduzione raffinata, per come la conoscono molti popoli del ricco occidente. E su questo strumento alcune aziende hanno costruito il proprio successo commerciale.

Una di queste è la nota “Victoria’s Secret”, società americana a diffusione globale, leader nel settore della lingerie sexy. Come molte aziende americane dell’era globalizzata, non si tratta solo di una grande industria di prodotti di vestiario, ma di un marchio, un simbolo, uno stile di vita. Secondo il meccanismo perverso del “branding”, Victoria’s Secret è una di quelle imprese che non producono semplici mutande o reggiseni, ma si spaccia un modo di vivere e di essere. Quelli di Victoria’s Secret sono oggetti portatori di senso, prima ancora che prodotti. Come da tempo sono diventati Nike, Cocacola, MacDonald’s e altri.

La trasformazione delle industrie da produttrici di beni a produttrici e diffusori di simboli, tramite una mera attività di marketing, tra gli anni ’90 e gli anni 2000, ha generato storture che oggi sono parte delle cause della crisi attuale. Il meccanismo ha richiesto che le fabbriche venissero spostate laddove è possibile sfruttare i lavoratori, in genere nel Terzo Mondo, e che nei paesi ricchi il possesso di determinati prodotti venisse imposto come un must dal marketing. I lavoratori americani o europei, senza più manifatture dove lavorare, dovevano continuare ad essere consumatori, magari a debito, di prodotti realizzati sfruttando altre persone dall’altro capo del mondo.

In alcuni casi, a fine anni ’90, il meccanismo è stato svelato. Qualcuno ricorderà la vicenda delle scarpe o dei palloni Nike o Adidas cuciti dai bambini del sud-est asiatico, in condizioni disumane. Notizie che sono diventate, per un certo periodo, la spina nel fianco delle major commerciali, che per un po’ hanno patito la condanna morale dilagante. Lo stream “no global”, che nei primi anni 2000 ha battuto il tempo alle grandi corporate globali, per un po’ ha lasciato sperare che un freno si potesse mettere. Poi l’11 settembre e le sue conseguenze, l’indebolimento del movimento antiglobalizzazione, a causa di sue contraddizioni interne e di alcuni errori tattici, hanno normalizzato il tutto.

Nel corso degli anni è stato rimosso il pensiero che certi prodotti venissero realizzati schiavizzando altre popolazioni più deboli. E, ancora oggi, chi ci pensa e prova a parlarne, viene tacciato di estremismo sterile. Peggio ancora, molti danno per scontato che, dopo la berlina riservata a Nike, Adidas e altri marchi, tutti si siano messi in carreggiata, continuando nelle loro operazioni globali di produzione, ma nel rispetto dei diritti dei lavoratori, e secondo una logica di fair trade, commercio giusto.

L’agenzia giornalistica “Bloomberg” però ha dimostrato che nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata: allo sfruttamento si aggiunge l’ipocrisia. E nel mirino è finita proprio Victoria’s Secret. Secondo il reportage di Bloomberg, il cotone per fare i sexy capi di vestiario proviene da piantagioni del Burkina Faso dove vengono sfruttati e maltrattati lavoratori-bambini. La rivelazione non è da poco: proprio in Burkina Faso la società americana aveva aperto un programma, chiamato “Burkina fashion”, di commercio equo. Invece il cotone con cui produce la lingerie che tanto eccita la fantasia degli uomini del ricco occidente proviene dal lavoro di bambini non pagati e regolarmente picchiati. Eccolo dunque il “Burkina fashion”.

Il reportage di Bloomberg è impietoso e documentato. I bambini vengono picchiati regolarmente dai propri principali, titolari di aziende che strappano contratti di fornitura alle grandi corporate occidentali proprio tenendo bassi o inesistenti i costi dei lavoratori. «Se mi mostro esausta», confessa una bambina-lavoratrice intervistata,«il capo si avvicina e mi picchia col ramo di un albero». Orari di lavoro impossibili e paghe da fame, quando ci sono. Il tutto ammesso candidamente dai titolari che riforniscono di cotone la Victoria’s Secret che, all’uscita del reportage, ha promesso a chiacchiere i soliti controlli e certificazioni.

“No logo”, il noto saggio della giornalista canadese Naomi Klein, aveva parlato di tutto questo nel 2000, riferendosi a pratiche iniziate già negli anni ’90. Niente è cambiato da allora, e il libro, come ogni pietra miliare, continua a fornire una chiave di lettura univoca e corretta delle radici del male come lo conosciamo oggi, appunto lo stesso sistema capitalista globalizzato e iperconsumista, e i suoi metodi. Leggerlo oggi significa dare a se stessi un quadro quanto mai chiaro delle patologie del sistema, verificandone direttamente il decorso, a dodici anni dalla diagnosi.

E significa anche avere la misura di quanto il sistema sia coriaceo, resistente al cambiamento e infido nei contrattacchi, se è vero, com’è vero, che farsi vedere in giro con “No logo” sotto il braccio, oggi significa ricevere una sicura etichetta di estremista fanatico, di uno che non accetta il progresso e soprattutto di uno che non ama le cose belle. L’essenziale è continuare a sentirsi cool indossando indumenti intimi di marca, costosissimi, eleganti e sexy. E chissenefrega se sono stati prodotti sulla pelle di bambini troppo lontani dagli occhi perché il loro dolore venga percepito dalla nostra opulenta e immorale coscienza.

Davide Stasi

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