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Ungheria sotto tiro di Ue e Usa

Un caso da manuale, quello del dissidio che si è aperto già da tempo e che oppone Budapest innanzitutto a Bruxelles, e in seconda battuta anche a Washington. Una classica, ulteriore dimostrazione del fatto che per l’Occidente filoamericano esiste una sola prospettiva politica ed economica che sia “legittima” e accettabile: la sua.

All’origine dei contrasti, com’è noto, c’è l’avvento al governo del partito di destra Fidesz, per effetto della vittoria alle elezioni dell’aprile 2010 in cui raccolse la maggioranza assoluta dei voti con il 52,7 per cento. Sotto la guida dal premier Viktor Orbàn è stato avviato un processo che mira a rimodellare lo Stato in chiave nazionalista e autoritaria, rivendicando tra l’altro il primato della politica sulla finanza, e l’asse Ue/Usa non ci sta. Dopo molti e vani tentativi di ottenere un’inversione di rotta, la Commissione europea alza definitivamente il tiro e riassume la questione in una domanda secca, e minacciosa: l’Ungheria è ancora una democrazia, o si è trasformata in una dittatura?

Praticamente un anatema. E l’attacco, come da copione, si snoda su due direttrici. Da un lato si sbandierano le motivazioni legate alla libertà di espressione, ai diritti civili e all’autonomia della magistratura nei confronti dell’esecutivo. Dall’altro, invece, si paventano le conseguenze di natura economica. Anzi bancaria. Per dirla col sito di Repubblica, che certo non può essere accusato di ostilità nei confronti degli attuali orientamenti dei vertici comunitari, «Al centro delle polemiche [sulla nuova Costituzione ungherese, in vigore dal primo gennaio] soprattutto quella che mette in discussione l'indipendenza della Banca centrale».

A preoccupare, più in dettaglio, è l’intenzione di affidare a un’autorità governativa la supervisione su tutte le istituzioni finanziarie, ivi inclusa la Banca centrale ungherese. Lo scorso 22 dicembre il portavoce della Commissione europea aveva affermato senza mezzi termini che «è un problema che a questo punto rischia di minare la credibilità delle banche centrali in quanto istituzioni nell'intera Europa e ciò ha a che vedere con la stabilità finanziaria generale».

Il punto, infatti, è che pur avendo una propria moneta nazionale, e non rientrando nell’Area Euro, l’Ungheria è comunque connessa alle dinamiche valutarie continentali, per cui l’incombente autonomia delle sue decisioni potrebbe aggiungere altri fattori di squilibrio ai tanti che già ci sono. Come annotava il Sole 24 Ore un paio di settimane fa, «A causa del braccio di ferro Commissione europea e Fmi hanno interrotto la missione a Budapest per discutere di un aiuto finanziario tra 15 e 20 miliardi di euro. Orbàn è sicuro che la Ue e la Bce non hanno molti margini perché non possono permettersi di mandare a fondo l'Ungheria con tassi di interesse sempre più alti, aste di titoli sempre più difficili, riduzione del rating alla categoria “speculativa”».

Un corto circuito esemplare. La stessa finanza sovrannazionale che di regola serve come strumento di pressione per imbrigliare, o sovvertire, la sovranità dei singoli Stati, si tramuta in una spada da utilizzare con inusitata prudenza, visto che non è nemmeno più chiaro chi stia dalla parte del manico e chi della lama.

Marco Lambertini

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