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Tobin Tax. Il no “mondialista” di Cameron

Che la cosiddetta Tobin Tax sia più che altro uno specchietto per le allodole, finalizzato a dare la falsa impressione di voler colpire fiscalmente anche la speculazione di Borsa, dovrebbe essere ormai un dato acquisito. Ammesso che venisse introdotta davvero, ed è legittimo dubitarne, si risolverebbe in un prelievo talmente esiguo, rispetto alle singole operazioni, da essere poco più che simbolico. Anche se poi, in termini complessivi, l’enorme quantità di transazioni porterebbe comunque a un gettito elevato, che su scala mondiale viene stimato in circa 650 miliardi di dollari.

Stando così le cose, la drastica chiusura del premier inglese Cameron alle ipotesi di introdurre questo tipo di tassazione in Europa va al di là del caso specifico e si ricollega  alla rottura che si è determinata nel dicembre scorso, quando egli stesso escluse con analoga brutalità una futura adesione all’euro. Il vero nodo è la volontà dell’Inghilterra di restare autonoma, nel presupposto di non avere nulla da guadagnare da un maggiore coinvolgimento nelle vicende Ue: un intento che può essere giustificato, e non solo dalle circostanze attuali, ma che ribadisce i limiti e i vizi dell’attuale assetto comunitario. Quasi embrionale in termini politici e costellato di squilibri e di asimmetrie persino in quell’ambito economico, o piuttosto finanziario, che ne è la vera ragion d’essere.

L’alzata di scudi di giornata, quindi, è degna di nota non tanto in se stessa ma perché replica un classico atteggiamento, e un classico trucchetto dialettico, di scuola liberista. Dice Cameron: «Una tassa solo europea ci costerebbe posti di lavoro e gettito fiscale, sarebbe nefasta per tutto il continente da cui vedremmo andarsene moltissime aziende finanziarie. Io mi opporrò, a meno che il resto del mondo decida in tempi brevi di adottare una tassa simile».

L’artificio balza all’occhio: quando si tratta di spianare la strada ai capitali le decisioni sono prese in modo unilaterale, vedi il trattamento fiscale super agevolato che viene concesso da questo o quel governo agli investitori esteri, mentre per le misure di segno opposto si esige la preventiva acquisizione di un consenso universale. Ancora una volta, l’asservimento ai “mercati” è completo. Invece di capire come limitarne lo strapotere, depurandoli quantomeno delle componenti più spiccatamente speculative, ci si prostra al loro cospetto, nel timore di indispettirli quand’anche con una minima interferenza normativa o fiscale.

La via d’uscita esiste, ma è lontana anni luce. La via d’uscita è ripristinare dei vincoli territoriali precisi, per cui i capitali di una determinata nazione, ovverosia di un determinato popolo, siano tenuti a fruttare in massima parte all’interno dei suoi confini. Così come gli afflussi di risorse straniere vengano accettati oppure no sulla base di analisi preventive di natura non soltanto economica ma politica, e non solo nel breve termine ma nel medio e nel lungo periodo.

L’esatto contrario della globalizzazione, per l’appunto. Una ritrovata sovranità che renda liberi di decidere ciò che si vuole nel proprio ambito giurisdizionale, che com’è logico non può comprendere soltanto il suolo, e lo spazio aereo o marittimo, ma deve estendersi a quell’immenso dominio virtuale che sono i mercati finanziari.

(fz)

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