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MARIO MONTI INC.

Il logo è italiano. La mission è made in Usa

Pierferdy Casini si infervora. Gianfry Fini si impettisce. Luca Cordy di Montezemolo, con l’aplomb del super professionista che non ha bisogno di nulla, dichiara che si metterà a disposizione.

I novelli tre moschettieri (Finanza e moschetto, montista perfetto) escono allo scoperto e caldeggiano una lista “civica” che alle prossime elezioni sostenga espressamente la riconferma di Monti a Palazzo Chigi. Per dirla con lo stesso Casini, «l’attuale governo non può essere solo una parentesi».

In altre parole: c’è forse di meglio che proseguire sulla stessa linea degli ultimi dieci mesi, per la “azienda Italia”? Ma figuriamoci. E infatti la pensano così anche Oltreoceano. Di sicuro a Washington. Probabilmente anche a Wall Street. Nelle sedi centrali della holding.

Padre Monti, che sei negli Usa

Ma torniamo al terzetto (terzetto: triumvirato sarebbe uno sproposito) che invoca la permanenza di SuperMario al governo anche dopo le Politiche del 2013. Due capi di partito (leader no: sarebbe un altro sproposito) e un manager di lungo corso, ma per lo più nella galassia Fiat, che è stato anche presidente di Confindustria e che poi ha fondato una propria associazione chiamata “Italia futura”.  

Lo scopo è comune, ma le persone restano diverse. Così come le loro motivazioni, o ambizioni. Verosimilmente, il leader dell’Udc si immagina ministro del governo che verrà, o addirittura erede di Monti nella legislatura successiva: quando le acque si saranno calmate, spera lui, e gli italiani avranno accettato definitivamente di vivere in balìa del Mercato. Nessuna certezza di reddito, dal posto fisso a una pensione decente, e un welfare sempre più risicato, in attesa che venga abbattuto anche l’ultimo baluardo, o tabù, della sanità pubblica a disposizione di tutti.

Gianfranco Fini, si direbbe, mirerà assai più basso. Dopo aver disintegrato prima il vecchio Msi e poi la giovinetta An, e dopo aver allestito un sedicente nuovo soggetto come Fli, i sondaggi lo accreditano di un seguito così scarso da non lasciargli grandi spazi di trattativa. Inoltre, un po’ per indole e un po’ per l’incipiente anzianità anagrafica che si va ad aggiungere a quella “di servizio” con circa trent’anni al Parlamento, non sembra smanioso di farsi carico di responsabilità dirette, per cui c’è da pensare che sarebbe contentissimo di non lasciare l’attuale, prestigiosa, confortevole poltrona di presidente della Camera.

Quanto al boss della Ferrari, impregnato dello stile superiore di casa Agnelli (come un foulard che a forza di essere indossato si impregna di profumo, nonché di altri odori più personali e meno olezzosi) ha puntualizzato di non chiedere niente per sé. Ci mancherebbe: l’amor di Patria è disinteressato per definizione.

A dare l’esempio in questo senso, del resto, è lo stesso Monti. Che è da sempre di quelli che si mostrano riluttanti ad assumere incarichi pubblici e che, in maniera più o meno esplicita, lo dicono anche, o lo lasciano capire: stiamo benissimo dove stiamo, e siamo talmente indaffarati a seguire le nostre luminose carriere, che proprio non vorremmo, e quasi non potremmo, dedicarci a null’altro; tuttavia, se non avete alternative e se ce lo chiedete nel supremo interesse del Paese…  

Lo si è visto anche negli ultimi giorni, con le dichiarazioni rilasciate dal Professore negli Stati Uniti. Non proprio una candidatura ufficiale a rimanere a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, poiché lui è troppo sobrio e disinteressato per cedere a così facili personalismi, ma una disponibilità sì. Sempre che la sua presenza alla guida dell’esecutivo sia ancora utile. Ancora necessaria. Ancora urgente.

E non chiedetegli, ci mancherebbe, di andare oltre e di specificare meglio: utile per chi? Necessaria per cosa? Urgente rispetto a che?

L’agenda di governo è pubblica. L’indirizzario no. E alcuni recapiti, sai com’è, devono restare riservatissimi. Anzi, segreti.

(fz)

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