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Lunedì “de fuego”, con Tito & Tarantula

«Signor fonico? Ehi, signor fonico, ma insomma! Lo vuoi alzare quel suono in spia? Guarda che la voce non si sente, maledizione! Non è così difficile da capire: abbassa di una mezza tacca il master dell’amplificazione e danne una mezza in più al microfono, ecchecavolo!»

Dispiace iniziare il resoconto di un concerto dall’imperizia di chi dovrebbe rendere quantomeno accettabile la “materia prima” per la quale si è pagato un biglietto. Ma, tant’è, a volte il dovere di cronaca impone certe tirate d’orecchie a chi magari ha dato un po’ troppo per scontato che qualcosa dagli amplificatori comunque uscirà fuori e che quindi ci si possa tranquillamente rilassare dietro il mixer con una sigaretta e un cognacchino.

Fatta questa spiacevole, quanto doverosa premessa, passiamo alle cose belle.

Che Tito Larriva fosse un “personaggio”, lo sapevamo dalle svariate comparsate cinematografiche offerte negli ultimi tre lustri abbondanti. Però, come è giusto, questo signorinello corpulento e, a suo modo, stiloso deve tenerci un sacco a presentarsi bene davanti al suo pubblico. Oh, intendiamoci: nulla di forzato, di costruito. È che qualcuno, come lui appunto, ci nasce per stare su un palco e sa entrare in scena come noi entriamo, che so, nelle nostre cucine o nelle nostre camere da letto: naturale-naturale. Cilindrone rossastro, occhiale da sole tipo Ray-Ban, camicia nera con cravattina molto “mex”, Fender appoggiata sulla pancia. Sì, si potrebbe obiettare che come iconografia non sarà delle più originali, ma dipende sempre da chi è il soggetto in questione e dal suo physique du rôle. Okay, lasciamo stare, altrimenti si rischia di entrare in un vicolo cieco…

 

Un due e tre, e i Tito e Tarantula partono subito tirati, con un trio di chitarre incisivo e una sezione ritmica di ottima puntualità, che si fa apprezzare dall’intero popolo maschile presente all’Init  anche per un’altra ragione: a costituirla sono infatti due donzelle di una certa avvenenza, oltre che di efficacia strumentale.

Quando finalmente il suono d’insieme trova un suo sereno bilanciamento e il signor fonico non viene più coperto di insulti e maledizioni, il set della band americana può decollare. Lo stile è quello che ti aspetti: canzoni in cui l’alternanza tra suoni puliti e suoni distorti sa sempre creare la giusta progressione emozionale, fino a strutturarsi nella possente “sparata” che tutti si aspettano e che tutti fa ballare. E la gente, i per fortuna numerosi presenti in sala, ci mettono davvero poco a fomentarsi, trasformando le prime file in una “torcida” resa ancora più incandescente dal gran caldo.

Tito Larriva si cimenta nella doppia veste di cantante e, spesso, di chitarra solista con una sicurezza che solo anni e anni di lavoro possono sviluppare. E nel frattempo, da bravo frontman, non tralascia neanche di intrattenere i suoi fan con una serie di storielle (simpatica quella sui piedi enormi dell’amico Johnny Depp, esilarante quella sul titolo originale del film Desperado). Rock a fior di decibel, svisate nel blues e dintorni, incursioni tex mex e qualche raro affondo, soprattutto nella “portata” sonora di certi riff, in territori non troppo distanti dal metal, rendono il set estremamente godibile, soprattutto in alcuni frangenti, tipo Machete, in cui la dinamica in crescendo dei pezzi trova il suo felice approdo in una furiosa scarica elettrica da levare la pelle.

La prima parte dello show si chiude con l’esecuzione abbastanza convincente di The Strange Face of Love, in cui Tito si “arrangia” un filino su certi ruggiti, ma riesce a portare a più che lodevole compimento l’opera  canora grazie al feeling della sua voce (la cui timbrica, bisogna riconoscerlo, non ha subito alterazioni e/o perdita di fascino dopo vent’anni abbondanti di carriera).

La gente non aspetta nemmeno che i musicisti escano di scena. Comincia ad urlare e ad applaudire mentre gli ultimi riverberi di chitarra ancora galleggiano nell’aria. Ed è così che quelli che dovremmo considerare i bis della serata, sono da ritenere più correttamente la seconda parte del live, vista la brevità dell’intervallo. Meglio così.

Larriva vuole il suo pubblico felice e sa che per farlo deve attingere dalla sua creazione più famosa e riuscita, l’album Tarantism. E proprio da questo capolavoro di pura fisicità sono tratti gli ultimi tre episodi suonati. Innanzitutto, la sognante Back to the House, interpretata con un piglio romantico e, nello stesso tempo, stradaiolo che fa “volare” con la mente e muovere le gambe. Poi con il delirio di Angry Coackroaches, che con i suoi stop’n’go fulminanti scatena un pogo feroce da un lato all’altro del locale. E infine, come è giusto che sia, con la perla After Dark, cui viene destinato un cantato più strascicato e blasé rispetto alla versione studio per accentuare i contrasti pulito-distorto nei passaggi chiave. Proprio mentre il pezzo sembra essere giunto alla conclusione, Tito decide (come pare faccia spesso e come pure aveva fatto nella sua ultima esibizione romana al Jailbreak) di chiudere alla grande, con una gigantesca festa sul palco.

Uno alla volta, invita ragazze e ragazzi ammassati nelle prime file a salire al suo fianco e quando il piccolo stage dell’Init è pieno di gente che balla e abbraccia i musicisti, riprende l’ultima strofa e fa cantare (beh, forse sarebbe più giusto dire “strillare”) tutti proprio come fosse una “fiesta”. Dipendesse da lui, credo, continuerebbe anche più a lungo: infatti, proprio mentre i ragazzi della sicurezza cercano di riportare un po’ di calma iniziando a far scendere qualcuno, ecco che lui attacca una strofa iperdistorta de La Bamba. E va da sé che ci vuole parecchio prima che l’ultimo degli “invasori” abbandoni l’inattesa ribalta, in un susseguirsi di baci, abbracci e pacche sulle spalle.

 

Ora sì, è veramente finita. Applausi e applausi e applausi, fino a quando il gruppo unito se ne va dietro le quinte, dandoci, speriamo, l’arrivederci a molto presto.

Altro che letto e pigiama, siore e siori! Mi sa che il lunedì Nostro Signore, dopo essersi riposato nella anodina mollezza domenicale, inventò il rock’n’roll. E, in Grazia Sua, e nonostante la stanchezza di domani, noi qui si continua a celebrare.

All in the name of, all in the name of… ROCK’N’ROLL!!!

Domenico “John P.I.L.” Paris

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