Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

E voi lo conoscete Hugo Race? – Concerto 22 novembre 2012 a Roma

«Le cose grandi sono necessariamente oscure ai deboli», diceva qualcuno…

E i grandi concerti? Sono forse necessariamente oscuri ai molti?

La domanda nasce spontanea guardandosi intorno: cinquanta presenti? Sessanta, a volerci allargare? Eppure, secondo i canoni di valutazione che senti salmodiare dai presunti esperti di musica che girano per Roma, Hugo Race è un nome. Non bastasse la militanza batteristica nei Bad Seeds di Nick Cave, si potrebbe sempre tirare in ballo la partecipazione al progetto Songs with other strangers, il supergruppo di Manuel Agnelli e John Parish.

Eppure, bisogna rassegnarsi: come nel febbraio 2009, sempre all’Init, anche questa nuova tappa romana del musicista australiano è stata colpevolmente snobbata dal popolo rock della Capitale. Intendiamoci: il fatto che un concerto non sia sovraffollato non è necessariamente un male – soprattutto quando si ha la possibilità di sentire un “gigante” senza nessuno a infastidirti nei pressi – però è davvero un peccato constatare come gli sforzi di chi si prodiga a portare la grande musica internazionale all’ombra del Colosseo non vengano adeguatamente considerati (e sì che il biglietto costava solo dieci-euro-dieci…).

Bah, meglio passare alla cronaca. Preceduta da una citazione per gli Hedy Lamarr, che hanno aperto lo show con il loro accattivante elettro-rock.

 

Classe ’63, Race si è presentato sul palco con la tranquillità di chi sa che, alla fine dell’esibizione, a parlare saranno i fatti. Alto, sottile e naturalmente elegante come un “signore” dell’Ottocento, ha guadagnato la scena senza nessun proclama, limitandosi ad imbracciare la chitarra e a cominciare a suonare. Ad accompagnarlo, come nel resto del suo breve tour italiano, i Sacri Cuori (ora Fatalists) di Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli, una band che è la prova vivente di quanto talento avrebbe da offrire la nostra musica al mondo del rock fuori dai patrii confini se le cose andassero come dovrebbero andare.

Il set, agile e senza interruzioni, ha pescato a piene mani dal meglio della sua produzione solista e se i presenti non hanno potuto apprezzare la splendida cover di Where did you sleep last night? (sia detto per inciso: di un livello superiore a quelle, più famose, rese celebri dai Nirvana e da Mark Lanegan), hanno comunque avuto modo di rimanere estasiati ascoltando alcuni estratti degli album più riusciti di Race, in particolar modo da Fatalists. Too many zeroes e altre danze ipnotiche piene di suoni riverberati e di un drumming percussivo e irretente (azzeccatissimo il continuo ricorso a nacchere, congas, ecc) hanno sciolto facilmente la diffidenza di chi non conosceva la sua musica, trasportando i cuori e le menti in una dimensione onirica, a metà tra un western metafisico e una brumosa spiaggia di Normandia.

Sogno e paura, amore e genuina maledizione sono il dna di queste indimenticabili cavalcate, nelle quali l’alternanza tra i momenti di maggiore atmosfera, sottolineati da delicati arpeggi di chitarra e dai magistrali incisi chitarristici di Antonio Gramentieri, e le inevitabili esplosioni distorte, durante le quali riesce impossibile rimanere fermi e non scuotersi, vengono riannodate in un magico continuum dal cupo, intensissimo brontolio di questo (quasi) cinquantenne di Melbourne, la cui voce è senza alcun dubbio tra le più preziose e sottovalutate del cantautorato rock d’autore.

 

Durante i bis, viene presentata al pubblico la title track dell’ultima fatica discografica di Race con i Fatalists, We never had control, una delicata quanto inquietante elegia, i cui umori “lunari” e genuinamente maudit sono sorretti dalla steelstring del frontman e dai soliti, preziosi ceselli “sonici” di Gramentieri che creano un’atmosfera rarefatta in bilico tra blues-folk tradizionale e l’elettro-ballad d’autore, ammaliando i presenti in un silenzio di religiosa partecipazione.

Alla fine del concerto, tanto per sottolineare un’ultima volta la statura del personaggio, Race prende posto dietro al banchetto adibito alla vendita di cd e merchandising. Parla con tutti (fantastico il suo italiano con qualche “deriva” siciliana), si fa fotografare e distribuisce strette di mano e pacche sulle spalle. Esiste una parola ben precisa per definire un atteggiamento di questo tipo.

È “classe”. Pura, e assolutamente cristallina.

Domenico “John P.I.L.” Paris

 

Egitto. Su Morsi l’ombra dell’impeachment

Siria. La libertà di informazione secondo gli insorti