Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Mark Lanegan – 29 novembre 2012 – Ciampino (Rm)

Ci sono luoghi, “luoghi dell’anima”, dove ognuno di noi è indifeso.

È lì che talvolta alla vita piace agire, dispensando i suoi colpi con una crudeltà che può sembrare studiata ma è invece, purtroppo, casuale e costituzionalmente inalienabile. Ed è sempre da lì che prendono forma certi abissi del pensiero e del cuore, dentro i quali, molto spesso inesorabilmente, si scivola e si rimane intrappolati.

Abissi popolati di nero e di fantasmi. Abissi dalle pareti fredde come inverni, in cui ristagnano i miasmi della paura e dello sconforto. Abissi ai quali si riesce a resistere, se non con la fede e la preghiera, di certo grazie a una incommensurabile “spinta” metafisica.

Di queste latebre e dello sconvolgimento interiore che esse sanno provocare, la musica ha spesso saputo raccontare con dolorosa abilità. E tra gli eccellenti cantori rivelati negli ultimi decenni – quelli genuini, ovvio, non certo il nutrito esercito di infingitori del “tragico” che spesso ci capita di vedere o ascoltare – Mark Lanegan è senza dubbio uno dei più “provati” e convincenti. Passato attraverso gli accidentati percorsi dell’abuso psicotropo e alcolico nel corso di una ormai lunga carriera, l’ex cantante degli Screaming Trees, poteva, e non una sola volta, condividere gli esiziali destini toccati in sorte ai suoi amici Layne Staley o Kurt Cobain, divenendo il terzo vertice di un immaginario triangolo della morte made in Seattle. Invece, senza dubbio con un po’ di fortuna (e per fortuna, diciamo noi!), ce l’ha fatta a non trasformarsi nell’ennesimo cadavere eccellente e, forse grazie anche all’iperattività e alla lunghissima lista di musicisti che l’hanno voluto al proprio fianco in studio o sul palco, è riuscito a rimanere aggrappato alla vita.


Domani, all’Orion di Ciampino (viale J.F. Kennedy 52) un’altra imperdibile occasione per poterlo vedere all’opera e, soprattutto, per poter ascoltare live gli estratti della sua ultima fatica discografica, Blues Funeral, una release che ha interrotto un silenzio da solista durato quasi otto anni.

Alto e robusto come un cipresso, l’inconfondibile voce cavernosa (chi l’ha detto che è stato Shrek il primo orco “buono” su questa terra?) e la postura praticamente immobile sul palco, Lanegan è un perfetto esempio di (anti) frontman, da ammirare in silenzio e in uno stato di attentissima partecipazione emotiva. Molto a suo agio nei confini di quel cantautorato moderno in bilico tra folk intimista e blues acideggiante –  del quale è giustamente considerato uno dei migliori interpreti al mondo – il cantante di Ellensburg, grazie alla lunga militanza negli Alberi Urlanti (e nei Queens of Stone Age dell’eccellente Song for the deaf ) sa essere efficace anche su territori rock e stoner, e, nello stesso tempo, riesce ad adattare la sua inimitabile timbrica ombrosa anche a contesti sonori più sperimentali, come dimostrano le collaborazioni con i Soulsavers e le incursioni nell’elettronica del già citato Blues Funeral.

A fare da trait d’union tra tutti questi stili apparentemente non facili da conciliare (perlomeno in un unicum che non risulti un “pastone” omogeneizzato a forza come sembra ormai diventato di moda) c’è un’ispirazione di fondo, dolorosa eppure piena di coraggio, che rende il suo songwriting personalissimo e riconoscibile fin dai tempi del primo album, quel The Windig Sheet a partire dal quale il nostro ha impresso nella storia della musica degli ultimi vent’anni il suo marchio indelebile (con buona pace dei precedenti compagni d’avventura Screaming Trees, il cui valore oggettivo, in una Seattle popolata dai vari “mostri” sacri Alice in Chains, Nirvana, Pearl Jam, Mad Season e Soundgarden, è forse qualche spanna sotto).

Insomma, per tutti coloro che cercano da una serata di musica suoni ed emozioni da portarsi dietro una vita, fatevi un favore: non mancate.

Domenico “John P.I.L.” Paris

 

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