Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Mark Lanegan: poche chiacchiere, ma grande feeling

Toc toc…

«Buonasera, sono il signor Mark Lanegan».

I grandi, quelli veri, amano presentarsi in sordina. Niente proclami, niente speaker all’americana che urlano il loro nome, niente band che entra qualche quarto d’ora prima per preparare il campo.

Ed eccolo lì, “il signor Mark Lanegan”, dal backstage direttamente sul palco dell’Orion. Gravedigger’s song attaccata senza saluti e preamboli per far capire subito che aria tira. Nerovestito e un sembiante che lo avvicina a una specie di Tom Waits allungato e con una ventina di anni di meno (più o meno ci siamo, tra l’altro), l’uomo di Ellensburg si aggrappa subito al microfono come un nocchiero nel mare in tempesta. Non se ne staccherà mai nel corso del concerto, se non per detergere un po’ di sudore (ma serviva davvero trasformare il locale in una sauna? Manco fossimo in Siberia!) e per rivolgere due-cenni-due alle centinaia di persone assiepate sotto di lui. Naturalmente, non c’è spazio neanche per chiacchiere di circostanza o gigionerie da rockstar. Tre «thank you» (in realtà, due sono dei «thank you very much») è tutto quello che ha da dire.

Per il resto, a parlare è come sempre la sua voce. E la sua musica. Sulfuree e ipnotiche elegie come da pronostico, anche se, in alcuni tratti, chi di dovere alla consolle avrebbe potuto fare un lavoro di equalizzazione e bilanciamento del suono un po’ più calibrato, conoscendo la profondità timbrica del cantante statunitense.

Dettagli, comunque. Perché chi è arrivato fino a Ciampino per gustarsi questo aspirante titano del rock d’autore, si porterà sicuramente dietro il ricordo del suo sussurro roco da “sopravvissuto”, che imperversa sul cangiante tappeto sonoro proposto dalla band di accompagnamento. Musici di prima scelta, sia detto. E per chi ama l’equivalenza disco-live, una serata da ricordare nei decenni a livello di precisione: si sono le distorsioni giuste, i suoni puliti giusti, le compressioni e i feedback giusti e anche le frazioni elettroniche delle canzoni risultano credibili e ben riproposte, invece di dare la solita impressione posticcia che spesso danno loops e similaria quando si tratta di andare in scena.

 

Il set, non troppo lungo per la verità, si articola soprattutto sugli estratti dell’ultima fatica discografica di Lanegan. E nella riproposizione coram populo, bisogna dire che non perdono un’oncia di potenza e genuinità. Bleeding Muddy Waters , Gray goes Black (mai titolo fu più azzeccato), St Louis Elegy e soprattutto l’eccellente Phantasmagoria Blues (che, inconsciamente, l’ex cantante degli Screaming Trees non abbia voluto rendere omaggio alla Phantasmagoria in two del sommo Tim Buckley? Ci pensavo mentre cantava, vuoi per l’assonanza di titolo, vuoi per il mood doloroso e irretente della canzone), dimostrano che gli ardimenti di Blues Funeral reggono perfettamente la prova della verità, quella del palco.

L’ “orco” è ispirato e si sente, e nonostante la completa immobilità di cui sopra, recita i versi delle sue creazioni con passione, dando fondo alla profondità a tratti cimiteriale della sua ugola e catturando i crescendo dei pezzi proprio come ci ha abituati nelle performance in studio. E il pubblico gradisce, riservandogli un tributo sempre più ricco di applausi e urla, tipico dei concerti ben vissuti. Per gli amanti dei “classici” laneganiani poi, non mancano per fortuna le dovute concessioni: One way Street  e Miracle, dall’album-capolavoro Field Song, trovano spazio nella scaletta una dopo l’altra e sono, letteralmente, musica per le orecchie di chi le sta ad ascoltare, con le loro storie di maledizione e rinascita che scivolano su giri di basso catalizzanti e su arpeggi e accordi di chitarra che riescono a portarti all’stante in quella spiaggia deserta cerebrale, e sentimentale, che è l’approdo più agognato dal vero appassionato-intenditore.

 

Che altro? Ha fatto piacere constatare che la risposta del pubblico romano e dei dintorni è stata quella auspicata. L’Orion era quasi pieno e la gente ha apprezzato e commentato con entusiasmo nel post. Una grande serata come da previsioni e una certezza: al prossimo concerto di Lanegan si sentirà ancora grande musica e ci sarà ancora un sacco di gente.

Così sia, rockers.

Domenico “John P.I.L.” Paris

Teatro degli Orrori – 1 dicembre 2012 – Ciampino (Rm)

M5S: autopsia di una (possibile) fregatura