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Liberalizzazioni: la forza delle lobby

Licenze, farmacie, taxi, avvocati. Il decreto liberalizzazioni, ben lontano dall’essere ben definito, conta 1.400 emendamenti alla commissione Industria del Senato e mille difficoltà di votazione. E, al di là delle giuste osservazioni sui continui rimandi dell’esame delle norme, mai un decreto ha unito e diviso associazioni dei consumatori e sindacati di categoria come questo.

Il punto è che le “liberalizzazioni” all’esame altro non sono, in questo caso, che cambiamenti nella regolamentazione di singole categorie di lavoro. Finora privilegiate dalla protezione pubblica che limitava la concorrenza, né tassisti né farmacisti né avvocati hanno alcuna voglia di fare un solo passo indietro in proposito. Eppure, se di una riforma del lavoro bisogna parlare è proprio di quella legata alla regolamentazione delle professioni.  

È ben vero che avvocati, tassisti e farmacisti hanno spesso sempre lo stesso cognome, di generazione in generazione. Non che si tratti di posizioni ereditarie, ma essendo estremamente difficile e costoso l’accesso alle licenze è molto diffusa l’usanza di tenersele strette. E questo non può che creare delle insane alterazioni del mercato che tengono alte le tariffe a discapito dei consumatori. Quello che sarebbe da evitare è però quella liberalizzazione selvaggia che avrebbe l’effetto di creare una riduzione di lavoro e reddito potenzialmente insostenibile per tali categorie senza portare alcun beneficio ai consumatori.

Fatto sta che finora la bilancia pende dalla parte delle corporazioni. Ad esempio la competenza delle licenze dei taxi non sarà affidata all’Autorità dei trasporti - che fornirà un parere obbligatorio ma non vincolante - che doveva controllarle, ma ai sindaci. E, esattamente come ora, nessuna extraterritorialità del servizio sarà prevista. Per quanto riguarda le farmacie i titolari sono contrari all’aumento del numero di presidi e ci si attende che salti anche la possibilità di fare sconti su tutti medicinali di fascia C.

Ovviamente venirne a capo non è facile: non solo perché tali categorie rappresentano delle vere e proprie lobby, giustamente invise in quanto tali all’opinione pubblica, ben arroccate nelle loro posizioni di “privilegio”, ma anche perché l’abitudine al guadagno facile è dura a morire.

Ma la domanda cruciale riguarda il governo: la considera oppure no, una questione prioritaria e irrinunciabile, da porre sullo stesso piano, per intenderci, della riforma del mercato del lavoro?

Sara Santolini

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