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No Tav. La legalità è un vicolo cieco

Ieri il drammatico incidente a Luca Abbà, che pressato dai poliziotti – e in particolare dallo “scalatore” che si stava arrampicando sullo stesso traliccio su cui era salito lui – è venuto a contatto con i fili dell’alta tensione subendo una forte scossa, ed è poi precipitato al suolo da più di dieci metri di altezza riportando traumi assai gravi, anche se si spera non mortali né invalidanti. E dopo l’incidente le manifestazioni di protesta sia in diverse città, tra cui Roma, sia in loco, con numerosi attivisti impegnati a bloccare la A 32. 

Oggi il lungo testa a testa sullo stesso tratto autostradale, con le Forze dell’ordine schierate in assetto anti-sommossa e i dimostranti che stando alle cronache fronteggiano gli agenti a colpi di sberleffi, insulti e quant’altro. I veri e propri scontri che vengono evitati, ma che rimangono nel novero delle possibilità che non si possono certo escludere. Basterebbe che qualcuno, da una parte o dall’altra, perdesse l’autocontrollo, o decidesse deliberatamente di passare a vie di fatto, e la tensione esploderebbe in pura violenza. 

Detto così sembra un’ovvietà. Ma smette di esserlo se si esce dalla dimensione a scartamento ridotto degli avvenimenti di giornata e si collocano gli eventi in una prospettiva più ampia. Che è quella del rapporto tra governo centrale e popolazioni locali, in presenza di una divergenza insormontabile, e quindi di un dissidio insanabile, fra le due fazioni. La questione sul tappeto è di una brutalità elementare: il governo, forte del suo potere politico e della legalità delle procedure adottate fin qui, vuole costruire un’opera pubblica che sconvolgerà il territorio, e quindi la vita, dei cittadini che in quel luogo ci abitano; tali cittadini, in quanto diretti interessati allo scempio, cercano in ogni modo di impedirlo, senza però avere nessuna legittimazione formale a opporsi. 

Una via senza uscita, come si vede. Che trova un sintesi perfetta, e involontaria, nelle due dichiarazioni che si ritrovano accoppiate in un “occhiello” a corredo di un articolo pubblicato sul sito del Corriere: «Il ministro Cancellieri: “Serve molto dialogo”. Ma Passera: “Il lavoro va avanti”». Cancellieri, in quanto ministro degli Interni e responsabile dell’ordine pubblico, auspica un chiarimento pacifico. Passera, in quanto ministro dello Sviluppo economico, ribadisce che quel chiarimento è un optional. Se arriva, tanto meglio; se non arriva, si tira dritto lo stesso. Esattamente come nel caso della riforma del lavoro: Mario Monti ed Elsa Fornero incontrano le parti sociali per discutere le misure che si preparano a introdurre, ma non esitano ad anticipare che l’eventuale, o probabile, contrarietà degli interlocutori non basterà a dissuaderli, in tutto o in parte. Che è come dire che i genitori, bontà loro, sono disposti a spiegare i figlioli per quali motivi li metteranno in castigo o gli taglieranno la paghetta, mentre ai rampolli non resta che uniformarsi a tali decisioni. A meno di esporsi a punizioni più drastiche, come si conviene a chi osa ribellarsi all’autorità paterna o materna.

In Val di Susa sta accadendo proprio questo. Mamma Politica, e papà Capitalismo, hanno stabilito che la linea No Tav deve essere costruita, e il massimo che sono disposti a concedere è di perdere un (altro) po’ di tempo a rabbonire quei cuccioli riottosi. Pazienza, se abbaieranno un (altro) po’. Pazienza, purché sfogando la propria rabbia finiscano con l’esaurirla. O col rendersi conto che è perfettamente inutile.

Lo schema, però, si presta anche a essere rovesciato. E anzi deve esserlo, prima ancora di qualunque altra decisione pratica. I manifestanti devono a loro volta comprendere che non esistono margini di autentico confronto, né possibilità alcuna di un accomodamento di reciproca soddisfazione. Non c’è nessun equivoco da dissipare. Non c’è nessuna mediazione da condurre in porto, sia pure faticosamente e dopo chissà quante liti.

Qui c’è solo un’imposizione, benché abbellita – o piuttosto incartata – con qualche strato superficiale di finta democrazia. La verità è ben diversa. Nel rispetto delle leggi vigenti, e al cospetto dei potentati che quelle leggi le hanno volute, i cittadini della Val di Susa non hanno scampo. E chiunque sostenga di no li sta ingannando: in attesa di ingannarne innumerevoli altri, via via che verranno assoggettati a chissà quanti espropri di terre, di diritti, di futuro. 

Federico Zamboni

 

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