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S&P: fuori dalla recessione in sei mesi

La premessa è d’obbligo: le previsioni delle agenzie di rating, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca d’Italia e quant’altro sull’andamento dell’economia si sono sempre rivelate più o meno sbagliate, almeno da quando l’attuale crisi economica è diventata palese. E ogni volta, puntualmente, tali previsioni dovevano essere riviste. Al ribasso. La crisi era stata prevista e poi dichiarata imprevedibile, le difficoltà che gli Stati avrebbero affrontato prima blande, poi terribili; il PIL avrebbe ricominciato a salire nel 2011, poi nel 2012 e alla fine nel 2013; i tagli non sarebbero stati necessari, poi probabili e ora ineluttabili.

Per questo alla notizia che l'agenzia di rating Standard & Poor's, la stessa che a metà gennaio aveva declassato Francia, Italia, Spagna e Austria - cosa che per il nostro Paese le è costata l’inchiesta di Trani tuttora in corso - ha dichiarato in una nota che l’Eurozona uscirà dalla recessione a partire dalla seconda metà del 2012, i dubbi sulla sua attendibilità, e integrità, sono diventati più forti di quelli legati ai ripetuti tagli del rating che ha adottato in questi anni.

Secondo S&P al 60% delle probabilità nell’Eurozona il Pil sarà praticamente fermo per il 2012 ma crescerà dell‘1% nel prossimo anno. I fattori principali che determineranno la gravità dell'attuale rallentamento della crescita sarebbero «la domanda dai mercati emergenti nei prossimi trimestri, la reazione dei consumatori europei alla nuova ondata di incertezza, come ad esempio l'aumento della disoccupazione e i timori sulla crisi (...) e la capacità dei Governi e della Banca centrale europea di ripristinare la fiducia sui mercati». Come dire che quel 60% non lo beccheremo mai, al positivo: la domanda è calata dappertutto e in Europa è proprio la disoccupazione, oltre alle politiche di austerity, a renderla sempre più bassa mentre, per dirla con le parole alquanto interessate del New York Times, nonostante «i sostenitori dell’austerità (i Paesi Europei, ndr) ritengono che quando un Paese prende in mano le redini delle proprie finanze, il business si senta rassicurato dal fatto che gli interessi non cresceranno e che la ripresa sia prossima», è certo che «la debolezza delle vendite danneggerà la fiducia molto più di quanto un consolidamento fiscale la potrebbe rafforzare». Anche se poi, in realtà, la vera questione da affrontare è il modello di produzione e di consumo, nonché ciò che si intende per ricchezza e come quest'ultima viene generata e redistribuita.

Pur restando nella prospettiva corrente, comunque, la “rosea” previsione di S&P sembra la solita ipotesi rassicurante a costo zero. Tanto, nel caso, la si smentirà in seguito.

Sara Santolini

Rassegna stampa di ieri (03/02/2012)

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