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Tibet: Cina senza vergogna

In Tibet e in India si allunga la lunga lista di monaci che si danno fuoco, immolandosi per cercare di ricordare all’opinione pubblica la lunga oppressione che il loro popolo subisce dall’invasione cinese, che, passo dopo passo, sta cercando di distruggerne l’identità etnica e culturale. Un tentativo vano: l’occidente non riesce ad andare oltre i suoi interessi mediorientali, solo là la “libertà” è minacciata. Mentre la Cina, invece, viene considerata un partner economico rispettabile che non va disturbato e da cui il capitale liberista deve prendere esempio, per quanti massacri al limite del genocidio, se non oltre, porti avanti, dal Tibet al Darfur.

Forte di questa sudditanza occidentale, Pechino, per voce del suo governo fantoccio tibetano, ha assimilato il Dalai Lama a Hitler, ma con l’aggravante di essere al soldo di USA e CIA, sostenendo che egli vuole creare un muro di Berlino in Tibet,  basato sulla “segregazione etnica”. Segregazione etnica, così i comunisti di mercato, ai cui piedi i bocconiani vanno ad inginocchiarsi, chiamano le legittime aspirazioni di un popolo di voler vivere libero sulla propria terra secondo i suoi antichi costumi, ma questa è, per chi vuol vederlo, opinione condivisa sia dai “buonisti” che dai “globalizzatori”, due facce della stessa ipocrita medaglia.

Nessun pudore a Pechino e molta vergogna sull’occidente dunque, che tace su quanto avviene in Cina, anzi in Tibet che Cina non è: una repressione terribile, che meriterebbe tanta attenzione quanto quella di Assad, condita di una pulizia etnica al limite del genocidio, come neppure i Balcani hanno mai conosciuto. 

Hitler autorizzò, è vero, numerose spedizioni del nazismo esoterico in Tibet, senza apprendere nulla, ma se ha lasciato eredità di tirannide e propensione al genocidio in quei luoghi non sono stati i tibetani a raccoglierle, ma i cinesi.

(fm)

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