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Ah sì, Camusso? La partita è «ancora aperta»?

Che di riforma del lavoro si parli negli ultimi mesi un giorno sì e l'altro pure è più che assodato. Articolo 18, contratti capestro, partite iva a pioggia e similari sono pane quotidiano di chi lavora e di chi cerca lavoro. Quello che non cambia è che, nonostante le parole di oggi della Camusso e le migliaia di persone in piazza proprio oggi contro la riforma, siamo passati velocemente dall'essere un Eden del welfare e del lavoro stabile a sfiorare le condizioni del Terzo mondo.

La partita sull'art. 18, «ancora aperta» come vuole convincerci la Camusso, non è che l'ultimo atto della tendenza verso la deregolamentazione del sistema che ha protetto il lavoro dipendente fino a ieri. Le ultime novità? La possibilità che il giudice del lavoro possa reintegrare nel posto di lavoro il dipendente, ma non sia obbligato a farlo, nel caso in cui i motivi economici addotti siano «palesemente» infondati, non dice quali possano essere i parametri per decidere in un senso o nell'altro, e la diminuzione dell'indennizzo previsto, passato dalle 15-27 mensilità alle 12-24, non fa presagire nulla di buono. Ancora, chi ha sottoscritto un co.co.pro. si vedrà aumentare l'aliquota contributiva di un punto l'anno fino al 33% prevista per il lavoro dipendente, pur non avendone le tutele e le indennità. E la definizione "più stringente" del progetto per il quale si viene assunti non riuscirà a intaccare l'uso delle aziende dei collaboratori quali dipendenti, cambiando di anno in anno il progetto, impreziosendolo di particolari o inventandolo di sana pianta esattamente come fanno ora.

Insomma, non bisogna lasciarsi abbindolare da norme vaghe che promettono di rimediare ai danni di anni di politiche sbagliate e da volontà contrarie alla stabilità del lavoro. Chi legge La Voce del Ribelle lo sa: il fine è, sull'altare di una non meglio specificata ripresa legata alla competitività, quello di deregolamentare, deprezzare, detutelare. Non il contrario.

(ss)

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