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Passera sposa il petrolio. As usual

C’è un modo di dire che ormai si è affermato nella stampa e nella letteratura divulgativa che si occupa di energia e futuro. Carbone, nucleare, petrolio e derivati, ossia l’insieme di fonti energetiche non rinnovabili e potentemente dannose per l’ecosistema globale, vengono tutti per brevità definiti col termine business as usual, traducibile con “il solito business”. Con ciò si rende l’aspetto tradizionale di queste fonti, se non la loro obsolescenza e palese insostenibilità, ma anche il loro collegamento diretto con affari e affarismi biechi e privi di scrupoli. Come a dire: basta far soldi, non importa se si devasta il futuro.

Come contraltare ci sono, ovviamente, le energie rinnovabili, quel “new business” molto più leggero, inafferrabile e indefinibile, come la proprietà del vento, della luce solare o del calore terrestre, incardinato sull’intelligenza umana vera, quella che migliora la vita senza depauperare il contesto naturale entro cui si vive. Apparentemente, e solo apparentemente, si tratta di un business meno redditizio, incapace di sfogare le ambizioni al gigantismo industriale alla cui memoria sia i businessman che i politici sembrano non riuscire a rinunciare. Se poi, come nel caso di Passera, businessman e politico corrispondono, la situazione rischia di farsi tragica.

E infatti, a fine settimana scorsa, il ministro per lo sviluppo economico se n’è uscito con una sparata che, in qualche misura, noi del Ribelle avevamo previsto. Concetto di base: le bollette energetiche, per calore ed elettricità, si stanno alzando sensibilmente. La colpa è delle rinnovabili, che necessitano di sostegno, se si vuole stare nei parametri europei, e che inducono ad anomalie nella gestione del mix energetico. Dunque: è il momento di dare una frenata, tornando alla vecchia e ben nota strada degli idrocarburi. Al business as usual, insomma, che Passera sposa felicemente.

Per il ministro, ridare l’avvio massiccio a trivellazioni consentirà di «generare 15 miliardi di euro di investimenti e 25mila posti di lavoro, riducendo la bolletta per le importazioni di energia di 6 miliardi, aumentando il Pil di mezzo punto». Rigurgiti di autarchia, e numeri farlocchi, probabilmente dettati da Scaroni (ENI) e compagnia brutta. Con la carotina dei posti di lavoro messa davanti al muso di un’opinione pubblica sempre più schiacciata dalle preoccupazioni sul versante dell’occupazione. Con la stessa fanfaluca si è cercato e si cerca ancora di appioppare il nucleare, in Italia e anche altrove.

Sulla scia antiregolatoria tipica del neoliberismo di oggi, il ministro lamenta le complesse procedure burocratiche per il via libera alle trivellazioni: «passaggi lunghissimi e una disciplina più restrittiva di quella europea», dice. Già, ma ci sarà un motivo per questa normativa così stretta. E quel motivo si chiama Deepwater Horizon, la piattaforma che ha devastato probabilmente per sempre buona parte del Golfo del Messico, nel 2007. Da allora tutti i paesi hanno preso provvedimenti restrittivi, e l’Unione Europea non è stata da meno, anche perché un incidente simile nel Mediterraneo avrebbe effetti molto più devastanti che nell’oceano Atlantico.

In realtà il futuro prospettato da Passera esiste solo nelle tasche già piene, ma sempre voraci, dei suoi amici lobbisti legati al business as usual. Nella realtà non è sostenibile. Estrarre petrolio è sempre meno profittevole, il suo utilizzo comporta esternalità potenziali generali che vengono sempre più considerate nei costi e nei rischi, ma soprattutto non è vero che contribuirebbe a una maggiore autonomia nazionale in termini energetici, contribuendo anche a far abbassare le bollette. Anzi è vero il contrario: come “paese del sole”, e in molti casi anche del vento, è proprio con le rinnovabili che possiamo autarchicamente farci da noi la nostra energia, rendendoci in buona parte indipendenti dall’estero.

Ma è in malafede, il ministro, soprattutto quando dà i numeri. Glielo fa notare prontamente Legambiente: le riserve stimate, e da sfruttare tramite trivellazione, di 187 milioni di tonnellate di idrocarburi, oltre ad essere appunto solo stime, agli attuali tassi di consumo, verrebbero fatte fuori in due anni e mezzo. E sui posti di lavoro siamo messi ancora peggio: i 25 mila posti di lavoro ipotizzati sono anch’essi una stima, incardinata su un modo antico di intendere l’economia energetica.

Si fantastica grandi agglomerati industriali, controllati da pochi oligopolisti o un monopolista, con un via vai di tute blu sporche di greggio. Una manciata di lavoratori concentrati in singole aree del paese, che farebbe il solletico ai dati sulla disoccupazione. Cosa ben diversa, e ben più coerente con la natura tipica dell’economia sana del nostro paese, sono le realtà produttive legate alle rinnovabili: piccole medie imprese diffuse sul territorio, più artigiane che industriali, con tutto un ampio indotto legato alle installazioni e manutenzioni. E senza la minima traccia di esternalità o rischio.

Ci si attenderebbe una risposta massiccia all’industrialismo ottocentesco in salsa liberista a cui Passera si piega volentieri, sotto la spinta dei grandi portatori d’interessi, da parte di sindacati o partiti sensibili ai temi ambientali. Invece la CISL, come sempre, apre una porta: la grande industria porta molte più tessere che non la piccola-media impresa diffusa. Dunque, invece di archiviare la proposta del ministro con una sonora pernacchia, si limita a chiedere dati e certezze, ed è certo che gli altri voraci sindacati si accoderanno. Dal lato politico, peggio che andar di notte: a destra boati di consenso, a sinistra il solito possibilismo, la solita approvazione fatta però cadere dall’alto, per accontentare le anime ambientaliste degli iscritti.

Sarebbe molto più semplice ed efficace imporre una revisione delle tariffe, adattandole all’apporto delle fonti rinnovabili, senza far ricadere sui cittadini i costi della loro indispensabile e ineluttabile incentivazione. Basterebbe approfittare dell’opportunità rivoluzionaria delle rinnovabili, per cominciare a cambiare davvero, e in meglio, questo paese. Ma, come è ormai chiaro a chi si interessa della questione, il business as usual, che vanta ancora ottime propaggini, sulla scia di tante banconote, presso il potere politico, non morirà senza combattere fino all’ultima goccia di sangue. Anzi di petrolio.

Davide Stasi

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