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Il flop di Facebook, la follia dei mercati

Una vittoria annunciata, quella della quotazione in Borsa di Facebook: ben prima che l’ipotesi diventasse realtà, se ne sono magnificate le prospettive di successo e ci si è persino sorpresi che un’opportunità tanto promettente non venisse afferrata al volo. Perché mai non precipitarsi sul tesoro, visto che era lì sotto il naso?

Zuckerberg l’ha tirata per le lunghe, ma alla fine si è deciso. Ha aperto il baule, in cui a detta dei più si celava una specie di cornucopia inesauribile, e dato il via alla cuccagna: comprate e scambiate, miei cari! E arricchitevi tutti! Il prezzo di collocamento è stato fissato a 38 dollari. L’aspettativa generale era che un secondo più tardi (anzi, un millisecondo: e come vedremo non è un’iperbole) la quotazione sarebbe aumentata, permettendo ai più lesti di conseguire i primi guadagni. I primi, sontuosi profitti. Le prime, cospicue, inebrianti plusvalenze.

Aspirazioni, per non dire certezze, campate per aria. Il trionfo si è trasformato quasi subito in un flop. Che diventa esemplare proprio per la rapidità con cui è avvenuto e per il risalto che i media hanno dato a tutte le fasi della vicenda. Per una volta, almeno, i deliranti meccanismi della speculazione finanziaria vengono mostrati “in presa diretta”, rendendo molto più accessibile al grande pubblico la comprensione della loro intima, e dannosissima, follia.

 

di Federico Zamboni

(nel Quotidiano)

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