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Merkel: «La forza della Germania non è inesauribile»

Difficile dare torto alla Cancelliera tedesca, stavolta, anche se non c’è nulla di cui esaltarsi e da innalzare a emblema di chissà quale riscatto europeo.

Entro questi limiti, che sono quelli di un dissidio tra Germania e USA che si inscrive pur sempre nel modello neoliberista e globale, una parte delle dichiarazioni odierne di Angela Merkel è però fondata. E finalmente, a differenza dei filoamericani di stretta osservanza alla Mario Monti, viene sottolineato che la colpa della crisi non può essere attribuita solo all’Europa. Ma che pure il G20, che si riunirà in Messico lunedì e martedì prossimi, «deve prendersi le sue responsabilità». Più in particolare, gli Stati Uniti sono chiamati a impegnarsi «per ridurre il loro deficit», e la Cina a «modificare il suo corso di cambio».

In effetti queste specifiche istanze andrebbero collocate, per essere davvero credibili, nell’ambito di un ripensamento complessivo degli scenari mondiali, o se non altro di una limpida, definitiva e pubblica messa a fuoco degli interessi in gioco e delle forze in campo. Merkel, invece, continua a mischiare molte affermazioni contraddittorie, permanendo all’interno della classica mistificazione di un sistema che, se gestito nel rispetto di determinate regole, sarebbe in grado di migliorare le condizioni di vita di tutte le nazioni, e dei relativi popoli.  

Così, ne suo intervento odierno, si passa come se nulla fosse dall’asserire che la Germania «non punta a politiche per i mercati, ma per i cittadini» all’invocare «un ruolo più importante della Bce». E le stesse ambiguità, fatalmente, si ritrovano nelle valutazioni concernenti le prospettive europee. Prese una per una le farsi sono ineccepibili: si prende atto che «tutti guardano alla Germania e si aspettano la soluzione» ma si rimarca pure che «la forza della Germania non è inesauribile, anche le forze della Germania sono limitate"; si dice che «il nostro compito oggi è di fare quello che non è stato fatto quando l'euro è stato creato e di porre termine al circolo vizioso di un debito sempre nuovo e del mancato rispetto delle regole» e si riconosce che «è un compito arduo, doloroso e prolungato»; si conclude, e qui non c’è proprio nulla di nuovo, nell’auspicare che si pervenga a un'unione politica molto più stretta di quella attuale.

La grande e decisiva questione rimane però ignorata, come sempre: si tratterebbe di un’unione politica volta a rafforzare le nazioni che vi aderiscono, alzando degli argini poderosi contro lo strapotere dei mercati e della speculazione, o all’opposto si risolverebbe in una governance fintamente democratica per imbrigliare ogni residuo di autonomia e rendere tutti succubi dell’Alta finanza?

Su questo, dal G20 in giù, il silenzio resta assoluto.

(fz)

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