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ASSANGE, CHE DEVE SERVIRE DA ESEMPIO

L’Ecuador gli ha concesso l’asilo politico. L’Occidente filo Usa è pronto a tutto per non farselo sfuggire

Assange ha finalmente parlato in pubblico, dopo due mesi esatti da quando si è rifugiato nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, ed è andato dritto al punto, puntando il dito contro gli Usa e il presidente Obama.

La premessa è di carattere generale: «Chi minaccia Wikileaks minaccia la libertà di espressione». Le richieste sono perentorie: «Bisogna uscire da questo momento di oscurità. Gli Usa devono tornare indietro sulle loro decisioni e devono capire che non devono perseguirmi, non devono perseguire la democrazia».

Il problema, dunque, non è affatto la Svezia, e il processo basato sulle improbabili accuse di violenza sessuale. Il problema rimangono gli Stati Uniti, dove non hanno perdonato ad Assange la pubblicazione degli scabrosi documenti sulla loro politica estera. E dove, perciò, vorrebbero incriminarlo per spionaggio, in vista di una condanna pesantissima che potrebbe arrivare alla pena di morte.

I grandi media stanno dando ampio spazio alla vicenda, ma allo stesso tempo si mantengono alquanto tiepidi proprio sulla questione fondamentale: la possibilità che il fondatore di Wikileaks possa essere arrestato dentro l’ambasciata ecuadoregna, come hanno minacciato le autorità britanniche, in palese violazione del principio di extraterritorialità delle sedi diplomatiche.

Come se alla fine dei conti fosse tutta una questione di cronaca. O una delle tante controversie che oppongono i diversi Stati.

Un altro di quei casi in cui l’Occidente ha ragione a priori. E la cattura del “cattivo” di turno autorizza a ridurre il diritto internazionale a un mazzetto di raccomandazioni astratte.

 

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